La valutazione che educa o la valutazione che condanna? Riflessioni sulla scuola italiana nel tempo degli scrutini


Ogni anno, tra la fine di maggio e il mese di giugno, la scuola italiana vive uno dei suoi momenti più delicati e significativi: gli scrutini finali. Dietro una successione apparentemente ordinaria di voti, verbali, delibere e documenti amministrativi, si nasconde in realtà una delle più grandi questioni pedagogiche del nostro tempo. Valutare non significa semplicemente attribuire un numero, stabilire una media o decidere l’ammissione alla classe successiva. Valutare significa esprimere un giudizio professionale sul percorso di crescita di una persona e, al tempo stesso, interrogarsi sulla qualità del processo educativo che quella crescita avrebbe dovuto accompagnare.

Eppure, osservando molte dinamiche che ancora caratterizzano i consigli di classe, si ha l’impressione che una parte del mondo scolastico continui a concepire la valutazione quasi esclusivamente come atto sommativo. Il voto sembra diventare il punto di arrivo di un percorso anziché uno strumento che lo accompagna. Si registra ciò che lo studente sa o non sa, si contano insufficienze e assenze, si effettuano medie matematiche, si classificano gli esiti. Molto meno frequentemente ci si domanda perché un alunno non abbia raggiunto determinati obiettivi, quali strategie siano state realmente adottate per coinvolgerlo, quali metodologie abbiano favorito o ostacolato il suo apprendimento e quali responsabilità educative appartengano anche all’istituzione scolastica.

Il rischio è quello di ridurre la scuola a un sistema di certificazione del successo o dell’insuccesso, dimenticando che la sua missione costituzionale è ben diversa. La scuola non nasce per selezionare precocemente i migliori né per individuare chi merita di proseguire e chi invece deve fermarsi. Nasce per promuovere il pieno sviluppo della persona, rimuovere gli ostacoli che limitano l’apprendimento, costruire cittadinanza, favorire l’inclusione e rendere ciascuno protagonista del proprio percorso di crescita.

È proprio per questo che desta preoccupazione assistere a consigli di classe nei quali il dibattito si concentra non su come recuperare uno studente, ma su come rendere possibile la sua bocciatura; nei quali il confronto tra docenti si trasforma talvolta in una discussione sui voti da abbassare anziché sulle opportunità ancora da offrire; nei quali un “tre” o un “quattro” sembrano raccontare esclusivamente il fallimento dell’alunno e non inducono a una riflessione collettiva sulle strategie didattiche adottate.

Naturalmente nessuna analisi seria può ignorare la responsabilità individuale degli studenti. Esistono casi di scarso impegno, di assenze reiterate, di rifiuto sistematico dello studio o di situazioni personali particolarmente complesse che incidono sul rendimento scolastico. Ma proprio per questo la scuola dovrebbe distinguersi dalla logica del semplice giudizio. Dovrebbe chiedersi, prima di tutto, se abbia realmente messo in campo tutti gli strumenti possibili per motivare, coinvolgere, personalizzare e accompagnare.

La riflessione diventa ancora più urgente nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della società della conoscenza. Oggi non basta più trasmettere informazioni o verificare la loro memorizzazione. Occorre educare al pensiero critico, alla capacità di collegare i saperi, di interpretare la complessità, di formulare domande significative, di utilizzare consapevolmente le nuove tecnologie. In questo scenario la valutazione non può limitarsi a misurare quanto uno studente ricorda, ma deve comprendere quanto egli sappia comprendere, applicare, riflettere, creare e crescere.

Le pagine che seguono intendono affrontare proprio questo nodo cruciale, intrecciando normativa, pedagogia, psicologia dell’apprendimento e ricerca educativa. Le riflessioni di studiosi come Daniele Novara, Edgar Morin, Maurizio Parodi, Cristiano Corsini e altri saranno richiamate non come semplici citazioni di autorità, ma come occasioni per interrogare una scuola che ha davanti a sé una scelta decisiva: continuare a essere il luogo in cui si distribuiscono voti oppure diventare sempre di più il luogo in cui si costruiscono persone.

Piero Dominici: la cultura come vero motore del cambiamento e la valutazione come esercizio di complessità

Tra le riflessioni che oggi possono offrire un contributo decisivo al ripensamento della scuola italiana vi è certamente quella del sociologo e filosofo Piero Dominici, da oltre trent’anni impegnato nello studio della complessità, della trasformazione digitale, dell’educazione e delle cosiddette “false dicotomie” che continuano a condizionare il nostro modo di interpretare la realtà. Le sue ricerche, confluite anche nel volume Dentro la società interconnessa. La cultura della complessità per abitare i confini e le tensioni della civiltà ipertecnologica, rappresentano un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere il rapporto tra scuola, innovazione, cultura e sviluppo umano.

Dominici sostiene con forza una tesi che dovrebbe orientare ogni politica educativa: il vero fattore strategico del cambiamento non è la tecnologia, bensì la cultura. Le innovazioni tecniche, per quanto straordinarie, non sono mai neutrali, non sono mai esterne ai processi sociali e non possono essere considerate semplici strumenti indipendenti dalle persone che le progettano e le utilizzano. Dietro ogni algoritmo, ogni piattaforma digitale, ogni sistema di intelligenza artificiale esistono infatti visioni del mondo, scelte culturali, modelli di società e valori che influenzano profondamente il modo in cui tali tecnologie vengono impiegate.

Trasferita nel contesto scolastico, questa prospettiva conduce a una conseguenza di enorme rilievo: anche la valutazione non è mai un atto neutrale. Attribuire un voto significa assumere una posizione culturale sul significato dell’apprendimento, sul ruolo dell’errore, sul valore della competizione, sul rapporto tra selezione e inclusione. Ogni sistema valutativo racconta un’idea di scuola e, ancora prima, un’idea di essere umano.

Dominici mette in guardia contro una delle più diffuse illusioni della contemporaneità, quella di una società perfettamente misurabile, prevedibile e governabile attraverso dati, algoritmi e automatismi. È la tentazione della “civiltà senza errore”, nella quale tutto dovrebbe poter essere quantificato, replicato e controllato. Una prospettiva apparentemente rassicurante, ma che rischia di comprimere proprio gli elementi più autenticamente umani: la creatività, l’imprevedibilità, l’intuizione, la libertà, la coscienza critica.

La scuola deve sottrarsi a questa deriva. Se si limitasse a trasformare gli studenti in produttori di prestazioni numericamente misurabili, finirebbe per tradire la propria missione educativa. Il sapere non coincide con l’accumulo di dati e la formazione della persona non può essere ridotta alla somma di risultati registrati in un documento di valutazione. La crescita culturale è un processo complesso, spesso non lineare, caratterizzato da avanzamenti, regressioni, errori, ripensamenti e improvvise accelerazioni che sfuggono a qualsiasi lettura puramente quantitativa.

In questo senso il pensiero di Dominici dialoga idealmente con quello di Edgar Morin. Entrambi invitano a superare le semplificazioni e ad accettare la complessità come cifra distintiva della contemporaneità. Valutare uno studente significa allora considerare non soltanto le conoscenze acquisite, ma anche la sua capacità di collegare saperi, interpretare problemi, collaborare con gli altri, affrontare l’incertezza e costruire un pensiero autonomo.

Particolarmente significativa è la critica che Dominici rivolge alla falsa contrapposizione tra tecnologia e cultura. Per molti anni si è ritenuto che l’innovazione tecnologica fosse un elemento separato dalla dimensione educativa e umanistica. Al contrario, egli dimostra come siano proprio i fattori culturali a orientare lo sviluppo tecnologico e a determinarne gli effetti sulla società. In altre parole, saranno sempre di più le scelte educative, etiche e culturali a stabilire le traiettorie del progresso.

Questa consapevolezza dovrebbe incidere profondamente anche sul modo di intendere la valutazione scolastica. Se il futuro richiede cittadini capaci di abitare la complessità, di esercitare spirito critico e di prendere decisioni responsabili in un ambiente caratterizzato da incertezza e rapida evoluzione, allora la scuola non può continuare a privilegiare esclusivamente verifiche fondate sulla memorizzazione di contenuti o sulla ripetizione meccanica di informazioni.

Occorre invece promuovere una valutazione che osservi i processi oltre ai risultati, che valorizzi il ragionamento oltre la semplice risposta esatta, che riconosca il ruolo dell’errore come occasione di apprendimento e che accompagni gli studenti nello sviluppo di competenze realmente spendibili nella società iperconnessa.

Il messaggio di Piero Dominici assume così un valore particolarmente attuale nel tempo degli scrutini. Prima ancora di domandarci quale voto attribuire a uno studente, dovremmo chiederci quale idea di cultura, di conoscenza e di umanità stiamo trasmettendo attraverso quel voto. Perché il vero cambiamento, come egli ricorda, non nasce dalla tecnologia ma dalla cultura. Ed è proprio nella cultura, nella relazione educativa e nella capacità di abitare la complessità che la scuola italiana è chiamata a costruire il proprio futuro.

La stagione degli scrutini e una domanda che non possiamo più evitare

Ogni scrutinio finale dovrebbe iniziare con una domanda semplice e insieme rivoluzionaria: che cosa abbiamo fatto, come comunità educante, perché ciascuno dei nostri studenti potesse avere successo? Troppo spesso, invece, il punto di partenza è un altro: quanti voti insufficienti presenta il registro elettronico e quali conseguenze amministrative ne derivano.

Questa impostazione rischia di trasformare un momento di riflessione pedagogica in un esercizio burocratico. Si osservano numeri, medie, verifiche, recuperi, ma si perde di vista la storia concreta di ciascun ragazzo. Lo scrutinio dovrebbe essere il luogo in cui la scuola valuta anche sé stessa, non soltanto gli studenti. Quando un consiglio di classe si limita a certificare l’insuccesso senza interrogarsi sulle cause profonde, rinuncia a una parte essenziale della propria funzione educativa.

È significativo che proprio nelle prime classi si registrino talvolta numeri elevati di insufficienze e di non ammissioni. Una prima classe rappresenta un momento di transizione, di adattamento, di scoperta di nuovi linguaggi e nuove metodologie. Se molti studenti non riescono a inserirsi efficacemente nel percorso scolastico, la domanda non può essere rivolta soltanto a loro. Deve coinvolgere anche il modello didattico adottato, la capacità di accoglienza della scuola, la personalizzazione degli interventi e la costruzione di relazioni significative.

Il voto misura davvero l’apprendimento?

Attribuire un voto è una necessità prevista dall’ordinamento scolastico italiano, ma ritenere che esso esaurisca la complessità dell’apprendimento significa semplificare eccessivamente la realtà educativa.

L’apprendimento non coincide con la memorizzazione di contenuti. È un processo dinamico che coinvolge aspetti cognitivi, emotivi, motivazionali, relazionali e sociali. Uno studente può aver compreso profondamente un concetto pur incontrando difficoltà nell’esporlo durante un’interrogazione. Un altro può riprodurre perfettamente informazioni studiate meccanicamente senza aver sviluppato autentiche competenze di analisi o di collegamento.

Daniele Novara ricorda opportunamente che un voto può indicare un passaggio, ma non può definire una persona. Ridurre uno studente al numero riportato sul registro significa dimenticare che ogni apprendimento è un processo in continua evoluzione e che il potenziale di crescita non può essere racchiuso in una singola prestazione.

La ricerca pedagogica internazionale sottolinea da tempo come la valutazione più efficace sia quella capace di restituire feedback, indicazioni operative, percorsi di miglioramento e occasioni di autovalutazione. Un numero, da solo, comunica molto poco. Spesso dice soltanto chi è arrivato primo o ultimo in una graduatoria, ma non spiega come proseguire il cammino.

Quando una classe accumula insufficienze, chi deve interrogarsi?

Una delle situazioni più problematiche che emergono durante gli scrutini riguarda le classi nelle quali una quota significativa di studenti presenta risultati gravemente insufficienti.

La lettura più immediata consiste nell’attribuire ogni responsabilità agli alunni: non hanno studiato, non si sono impegnati, non erano motivati. Talvolta questa interpretazione è fondata. Tuttavia, quando il fenomeno coinvolge numerosi studenti, soprattutto nella stessa disciplina, una riflessione professionale diventa inevitabile.

Maurizio Parodi ha osservato come la cultura docimologica dominante tenda a valutare esclusivamente gli studenti senza interrogarsi mai sull’adeguatezza del contesto scolastico, sulla validità del modello pedagogico adottato, sulla qualità della relazione educativa e sull’efficacia delle strategie di insegnamento. È una provocazione che merita attenzione.

Naturalmente non esiste alcun automatismo secondo cui molte insufficienze dimostrerebbero necessariamente un cattivo insegnamento. Sarebbe una conclusione tanto ingiusta quanto semplicistica. Tuttavia esse rappresentano certamente un indicatore che invita il docente e l’intero consiglio di classe a riflettere criticamente sul proprio operato, sulle metodologie utilizzate e sulle opportunità realmente offerte agli studenti.

Dal programma alle competenze: la rivoluzione che molti non hanno ancora compreso

Uno dei cambiamenti più importanti degli ultimi decenni riguarda il superamento della logica del “programma ministeriale” inteso come elenco rigido e uniforme di contenuti da svolgere.

L’autonomia scolastica, le Indicazioni nazionali e le Linee guida hanno progressivamente spostato l’attenzione verso curricoli flessibili, progettazione didattica, personalizzazione degli apprendimenti e sviluppo delle competenze.

Eppure permane spesso una cultura professionale nella quale il completamento del programma continua a essere percepito come obiettivo prioritario. In questa prospettiva lo studente è chiamato soprattutto a riprodurre conoscenze, mentre il docente misura prevalentemente la correttezza della restituzione.

La competenza, invece, richiede qualcosa di diverso. Significa saper utilizzare conoscenze e abilità per affrontare problemi, comprendere situazioni nuove, prendere decisioni, collaborare con gli altri, esercitare spirito critico e autonomia di giudizio. Se la scuola continua a valutare quasi esclusivamente la memorizzazione, rischia di preparare gli studenti a un mondo che non esiste più.

Un tre in storia racconta solo il fallimento dello studente?

Quando uno studente riceve una valutazione gravemente insufficiente in discipline come storia, italiano, geografia o diritto, la domanda non dovrebbe essere soltanto perché non abbia studiato.

Occorre interrogarsi anche su quale esperienza di apprendimento abbia vissuto. La storia può essere ridotta a una sequenza di date da ricordare oppure diventare il racconto appassionante dell’evoluzione dell’umanità. L’italiano può trasformarsi in un insieme di regole grammaticali oppure nella scoperta della forza della parola e della letteratura. Il diritto può apparire un elenco di articoli oppure il linguaggio attraverso cui comprendere la convivenza civile e la tutela dei diritti fondamentali.

Se uno studente non riesce ad avvicinarsi a queste discipline, la responsabilità non può essere attribuita automaticamente al docente, ma il docente ha comunque il dovere professionale di domandarsi se esistessero strategie diverse, percorsi alternativi, metodologie laboratoriali, strumenti digitali, attività cooperative o collegamenti con l’esperienza quotidiana che avrebbero potuto favorire una maggiore partecipazione.

La grande sfida dell’insegnamento consiste proprio nel trovare il “grimaldello” capace di aprire l’interesse anche di chi, inizialmente, sembra distante dalla disciplina.

La valutazione formativa nella pedagogia contemporanea

Le principali teorie pedagogiche contemporanee convergono sull’idea che la valutazione debba accompagnare l’apprendimento e non limitarsi a certificarne gli esiti.

La valutazione formativa osserva il processo, individua i punti di forza e di debolezza, restituisce feedback, sostiene la motivazione, orienta il lavoro futuro e favorisce la consapevolezza dello studente rispetto ai propri progressi.

In questa prospettiva l’errore non rappresenta un fallimento definitivo ma una tappa naturale del percorso di crescita. La scuola dovrebbe educare a considerare l’errore come occasione di apprendimento, non come marchio identitario o motivo di umiliazione.

L’obiettivo ultimo della valutazione non consiste nel classificare gli studenti, ma nel creare le condizioni affinché ciascuno possa migliorare rispetto al proprio punto di partenza.

Che cosa dice davvero il D.lgs. 62/2017

Il decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, costituisce uno dei principali riferimenti normativi in materia di valutazione degli studenti.

La norma attribuisce alla valutazione una finalità eminentemente formativa ed educativa, sottolineando che essa concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo degli alunni, documentando lo sviluppo dell’identità personale e promuovendo l’autovalutazione.

Questa impostazione supera una concezione esclusivamente selettiva della scuola e richiama i docenti a una responsabilità più ampia. Valutare non significa soltanto stabilire un livello di rendimento, ma accompagnare un processo di crescita e fornire strumenti utili per il suo continuo miglioramento.

La certificazione finale rappresenta soltanto uno degli aspetti della valutazione. Accanto ad essa assumono rilievo il monitoraggio costante, il feedback, la personalizzazione degli interventi e la costruzione di percorsi che consentano allo studente di progredire nel tempo.

La legge n. 150 del 2024: comportamento, cittadinanza e nuove regole sulla valutazione

La legge 1° ottobre 2024, n. 150, ha introdotto una revisione significativa della disciplina relativa alla valutazione delle studentesse e degli studenti, alla tutela dell’autorevolezza del personale scolastico e agli indirizzi scolastici differenziati.

Tra le principali innovazioni figurano il ritorno ai giudizi sintetici nella scuola primaria, il rafforzamento del peso attribuito alla valutazione del comportamento, la previsione della non ammissione in presenza di comportamenti gravemente insufficienti nella scuola secondaria e l’introduzione di specifici elaborati in materia di cittadinanza attiva e solidale per determinate situazioni.

La riforma pone inoltre particolare attenzione al rispetto delle regole, alla responsabilità personale e alla tutela dell’autorevolezza dei docenti e dell’intera comunità scolastica.

Tali novità, tuttavia, non modificano la natura profondamente educativa della valutazione. Al contrario, il richiamo alla cittadinanza attiva e solidale suggerisce che anche gli interventi disciplinari debbano perseguire finalità formative e non meramente punitive. La responsabilità va insegnata, non semplicemente sanzionata. Allo stesso modo, l’autorevolezza del docente non deriva dalla severità dei voti attribuiti, ma dalla competenza professionale, dalla coerenza educativa e dalla capacità di costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco.

Proprio per questo, nel tempo degli scrutini, la domanda più importante non dovrebbe essere quanti studenti promuovere o bocciare, ma quale idea di scuola stiamo consegnando alle nuove generazioni: una scuola che misura soltanto oppure una scuola che, attraverso la valutazione, continua a educare.

Dalla “testa ben piena” alla “testa ben fatta”: Edgar Morin e la sfida della scuola contemporanea come la immagina Vincenzo Caico

Se esiste un pensatore che, con straordinario anticipo, ha saputo cogliere la crisi della scuola contemporanea, questo è Edgar Morin. La sua riflessione sulla necessità di passare dalla “testa ben piena” alla “testa ben fatta” costituisce oggi una delle chiavi di lettura più efficaci per comprendere anche il tema della valutazione.

Per troppo tempo il sistema scolastico ha premiato soprattutto la capacità di accumulare informazioni e di riprodurle fedelmente durante una verifica. Si è dato valore alla quantità delle nozioni memorizzate più che alla capacità di organizzarle criticamente, di collegarle, di interpretarle e di utilizzarle in contesti diversi.

Oggi questo paradigma mostra tutti i suoi limiti. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, in cui un algoritmo può recuperare in pochi secondi una quantità sterminata di dati, il possesso dell’informazione perde centralità rispetto alla capacità di comprenderla, verificarla e trasformarla in conoscenza autentica.

Come ha osservato Vincenzo Caico richiamando il pensiero di Morin, il vero problema non è più sapere molte cose, ma saper dare loro un significato. In questo scenario la valutazione dovrebbe premiare il ragionamento, il collegamento interdisciplinare, il pensiero critico, la capacità di formulare domande pertinenti e non soltanto di ricordare risposte.

È una rivoluzione culturale prima ancora che didattica. Se continuiamo a valutare esclusivamente la ripetizione mnemonica, rischiamo di preparare gli studenti a un mondo che è già cambiato.

L’intelligenza artificiale obbliga a ripensare il senso della valutazione

L’avvento dell’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una sfida tecnologica. È soprattutto una sfida educativa.

Per decenni la scuola ha verificato prevalentemente la disponibilità di informazioni nella memoria dello studente. Oggi molte di quelle informazioni sono accessibili in tempo reale attraverso strumenti digitali sempre più sofisticati. La conseguenza non può essere l’abbandono della conoscenza, ma la ridefinizione del suo significato.

Un docente che continui a progettare verifiche basate esclusivamente sulla riproduzione di contenuti rischia di misurare una competenza sempre meno rilevante nella società contemporanea. Occorre invece verificare la capacità di analizzare, confrontare, argomentare, sintetizzare, problematizzare, creare connessioni tra discipline diverse.

La valutazione del futuro dovrà essere sempre meno centrata sul “che cosa ricordi” e sempre più sul “come ragioni”, “come risolvi un problema”, “come giustifichi una scelta”, “come distingui una fonte attendibile da una manipolata”, “come costruisci un percorso personale di apprendimento”.

In questo senso l’intelligenza artificiale non impoverisce il ruolo della scuola. Lo rende ancora più importante.

Istruire o educare? Una domanda che torna centrale e il pensiero di Luca Gervasutti

Luca Gervasutti ha posto una questione destinata a diventare decisiva nei prossimi anni: davanti all’intelligenza artificiale la scuola deve insegnare a usare questi strumenti oppure deve insegnare a pensarli?

La risposta probabilmente è duplice. È necessario conoscere il funzionamento delle nuove tecnologie, comprenderne le potenzialità e i limiti, acquisire competenze digitali avanzate. Ma questo non basta.

Educare significa qualcosa di più profondo. Significa aiutare lo studente a sviluppare autonomia di giudizio, responsabilità etica, capacità di scegliere quando utilizzare uno strumento e quando invece fare affidamento sul proprio pensiero.

Questa distinzione richiama il significato originario del verbo educare, inteso come “tirare fuori”, sviluppare potenzialità già presenti nella persona, favorire la maturazione della coscienza critica.

Se la scuola si limitasse a istruire, potrebbe formare studenti tecnicamente preparati ma incapaci di interrogarsi sulle implicazioni morali delle proprie azioni. Se si limitasse a educare senza trasmettere competenze, produrrebbe cittadini animati da buone intenzioni ma privi degli strumenti necessari per comprendere il mondo.

La valutazione dovrebbe tenere insieme entrambe queste dimensioni.

La cultura del voto rischia di oscurare la cultura dell’apprendimento

Uno dei principali equivoci della scuola contemporanea consiste nel confondere il voto con l’apprendimento.

Molti studenti studiano non per capire, ma per ottenere un determinato risultato numerico. Molti genitori concentrano la propria attenzione più sul registro elettronico che sul reale percorso di crescita dei figli. In alcuni casi persino i docenti finiscono inconsapevolmente per identificare il successo dell’insegnamento con la distribuzione di voti piuttosto che con l’effettiva costruzione di competenze.

Questa deriva competitiva produce effetti psicologici importanti. L’ansia da prestazione aumenta, il timore dell’errore diventa paralizzante, il desiderio di apprendere lascia spazio alla paura del giudizio.

Le ricerche di psicologia dell’apprendimento dimostrano invece che la motivazione intrinseca, cioè il piacere di conoscere e di migliorarsi, rappresenta uno dei fattori più potenti per il successo scolastico a lungo termine.

Quando il voto diventa l’unico obiettivo, questa motivazione rischia progressivamente di spegnersi.

La valutazione deve riguardare anche il contesto educativo come ribadisce Maurizio Parodi

Maurizio Parodi ha espresso una critica particolarmente significativa alla cultura docimologica tradizionale: la scuola valuta gli studenti, ma raramente valuta sé stessa.

È una riflessione che merita di essere approfondita. Ogni insufficienza viene generalmente attribuita alle carenze dell’alunno, mentre assai più raramente ci si interroga sulla qualità delle metodologie utilizzate, sull’organizzazione dell’ambiente di apprendimento, sulla chiarezza delle spiegazioni, sull’efficacia della relazione educativa o sulla capacità della scuola di intercettare i bisogni individuali.

Naturalmente non si può sostenere che ogni insuccesso scolastico dipenda dall’insegnamento. Sarebbe una semplificazione priva di fondamento. Tuttavia è altrettanto vero che una comunità professionale matura dovrebbe considerare ogni difficoltà diffusa come occasione di riflessione e di miglioramento.

Valutare significa anche sottoporre a verifica le proprie pratiche didattiche.

Le neuroscienze confermano il valore della relazione educativa

Negli ultimi anni le neuroscienze hanno fornito importanti conferme alle intuizioni della migliore pedagogia.

L’apprendimento non è un processo esclusivamente razionale. Emozioni, motivazione, fiducia, senso di appartenenza e qualità delle relazioni influenzano profondamente la capacità del cervello di acquisire e consolidare nuove conoscenze.

Uno studente che vive costantemente nella paura dell’errore tende ad assumere atteggiamenti difensivi, riducendo curiosità e disponibilità cognitiva. Al contrario, un ambiente che consente di sbagliare, di ricevere feedback costruttivi e di sperimentare senza sentirsi giudicati favorisce processi di apprendimento molto più efficaci.

La valutazione, quindi, non è mai neutrale. Ogni parola pronunciata da un docente può alimentare fiducia oppure scoraggiamento, desiderio di migliorare oppure rinuncia.

Per questo motivo attribuire un voto significa assumersi una responsabilità educativa che va ben oltre la compilazione di un registro.

Quando la scuola umilia invece di educare

Le cronache degli ultimi mesi hanno riportato episodi che meritano una seria riflessione. Emblematico è il caso dell’insegnante che, esasperata dagli errori ortografici di un alunno della scuola primaria, ha scritto sul quaderno parole durissime, arrivando a suggerire che il bambino potesse restare a casa, accompagnando tali atteggiamenti con punizioni umilianti.

Al di là delle responsabilità specifiche del singolo episodio, emerge un interrogativo fondamentale: quale modello educativo vogliamo trasmettere?

La mortificazione pubblica può ottenere un’obbedienza momentanea, ma difficilmente genera apprendimento autentico. Al contrario rischia di compromettere il rapporto dello studente con la scuola, con il sapere e con la propria autostima.

Educare significa correggere, certamente, ma senza umiliare. Significa richiamare alla responsabilità senza ledere la dignità della persona.

Chiozzi: La formazione dei docenti sulla valutazione è una priorità

Le osservazioni di Bruno Chiozzi evidenziano un’altra questione spesso trascurata: la necessità di una formazione continua sulla valutazione.

Valutare bene richiede competenze professionali complesse. Non basta conoscere la disciplina insegnata. Occorre padroneggiare strumenti docimologici, comprendere i processi cognitivi, conoscere le dinamiche motivazionali, interpretare correttamente gli errori e utilizzare la valutazione come leva di miglioramento.

La qualità della scuola dipende anche dalla qualità della formazione permanente dei suoi docenti. Investire su questo aspetto significa investire direttamente sul successo formativo degli studenti.

Una scuola che sappia far innamorare della conoscenza

Forse il vero criterio con cui misurare l’efficacia dell’insegnamento non consiste nel numero delle insufficienze attribuite, ma nella capacità di suscitare interesse verso il sapere.

Un docente di storia non dovrebbe sentirsi soddisfatto perché pochi studenti superano le sue verifiche. Dovrebbe essere orgoglioso quando riesce a far percepire il passato come chiave di lettura del presente.

Un docente di matematica non dovrebbe limitarsi a selezionare chi risolve correttamente un esercizio. Dovrebbe riuscire a trasmettere il fascino del ragionamento logico.

Un docente di diritto dovrebbe rendere evidente che dietro ogni norma esiste una scelta di civiltà e di tutela della persona.

La scuola non può accontentarsi di distribuire voti. Deve costruire curiosità, entusiasmo, desiderio di continuare a imparare anche oltre i confini dell’aula.

È questa, probabilmente, la forma più alta di valutazione possibile: quella che lascia nello studente non la paura del giudizio, ma la passione per la conoscenza.

Cristiano Corsini e il coraggio di ascoltare gli studenti

Le recenti proteste di alcuni maturandi contro il sistema di valutazione hanno suscitato reazioni contrastanti. C’è chi le ha liquidate come semplici provocazioni, chi le ha interpretate come una mancanza di rispetto verso l’istituzione scolastica e chi, invece, vi ha colto il segnale di un disagio più profondo.

Tra questi ultimi si colloca il pedagogista Cristiano Corsini, tra i maggiori studiosi italiani di valutazione scolastica, il quale ha invitato a non fermarsi al gesto di protesta ma a comprenderne il significato. La domanda che gli studenti pongono, secondo Corsini, non riguarda soltanto il voto finale, ma il modello stesso di scuola che quel voto rappresenta. Contestare una modalità di valutazione significa, in fondo, interrogarsi sul tipo di didattica che la produce e sul modo in cui l’istituzione interpreta la propria missione educativa.

È una riflessione di straordinaria importanza. Una scuola che ascolta è una scuola che cresce. Una scuola che risponde esclusivamente con la sanzione rischia invece di perdere l’occasione di comprendere il disagio delle nuove generazioni. Ciò non significa rinunciare alle regole o all’autorevolezza, ma distinguere il necessario richiamo alla responsabilità dalla tentazione di trasformare ogni conflitto in una mera occasione punitiva.

La bocciatura come estrema ratio, non come obiettivo

La normativa italiana continua a prevedere la possibilità della non ammissione alla classe successiva o all’esame di Stato. È uno strumento che l’ordinamento mette a disposizione dei consigli di classe e che, in determinate circostanze, può risultare necessario.

Ciò che desta preoccupazione non è quindi l’esistenza della bocciatura, bensì la cultura che talvolta sembra accompagnarla. Quando il consiglio di classe concentra le proprie energie nel dimostrare perché uno studente debba essere fermato anziché interrogarsi su quali ulteriori opportunità possano essergli offerte, il rischio è quello di smarrire la finalità educativa della valutazione.

La bocciatura dovrebbe rappresentare l’ultima soluzione possibile, adottata soltanto quando ogni intervento di recupero, personalizzazione e sostegno si sia rivelato insufficiente. Non può diventare un elemento identitario del rigore di una scuola né, tantomeno, motivo di orgoglio professionale.

Il caso del bambino umiliato e il confine che non deve essere oltrepassato

L’episodio della docente che, esasperata dagli errori ortografici di un alunno della scuola primaria, ha scritto sul quaderno parole offensive e ha accompagnato tali atteggiamenti con punizioni percepite dalla famiglia come umilianti costituisce un monito per l’intero sistema scolastico.

Correggere è doveroso. Richiamare l’impegno è parte integrante della funzione docente. Ma la correzione non può trasformarsi in mortificazione della persona. La pedagogia contemporanea insegna che il rispetto della dignità dello studente rappresenta il presupposto stesso di qualsiasi relazione educativa efficace.

Un bambino o un adolescente possono dimenticare un voto insufficiente. Più difficilmente dimenticheranno l’umiliazione pubblica, il sarcasmo o la sensazione di essere considerati incapaci. Per questo motivo il linguaggio dell’insegnante, anche nei momenti di maggiore difficoltà, dovrebbe sempre mantenere una funzione costruttiva.

Filippo Nobile e la valutazione formativa come scelta obbligatoria della scuola italiana

In questa prospettiva si inserisce anche il pensiero del pedagogista, docente e giornalista Filippo Nobile, che individua nella valutazione formativa non una semplice opzione metodologica, ma una vera e propria scelta obbligata per la scuola italiana del XXI secolo.

Secondo questa impostazione, la valutazione deve cessare di essere percepita come un momento separato dall’insegnamento e diventare parte integrante del processo educativo. Essa deve accompagnare lo studente, orientarlo, aiutarlo a riconoscere i propri punti di forza e le proprie criticità, fornire indicazioni per migliorare e alimentare la motivazione ad apprendere.

La valutazione formativa non elimina il rigore. Al contrario, lo rende più autentico. Chiede al docente di osservare il percorso, di documentare i progressi, di costruire feedback efficaci, di personalizzare gli interventi e di utilizzare l’errore come occasione di crescita. In questa prospettiva il voto, quando previsto, non rappresenta il fine della valutazione ma soltanto uno dei suoi strumenti.

L’approccio proposto da Filippo Nobile si colloca in continuità con la migliore tradizione pedagogica internazionale e con lo stesso impianto del decreto legislativo n. 62 del 2017, che attribuisce alla valutazione una funzione formativa ed educativa orientata al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo degli studenti.

Il docente del futuro sarà sempre meno un esaminatore e sempre più un mentore

L’evoluzione della società, delle tecnologie e delle neuroscienze dell’apprendimento conduce verso una trasformazione profonda del ruolo docente.

L’insegnante non può più essere soltanto il depositario di un sapere da trasmettere né il custode di verifiche destinate a classificare gli studenti. Deve diventare un professionista della relazione educativa, capace di progettare ambienti di apprendimento significativi, utilizzare metodologie attive, integrare consapevolmente le tecnologie digitali e accompagnare ogni studente nello sviluppo del proprio potenziale.

La vera autorevolezza nasce dalla competenza, dalla coerenza, dalla capacità di suscitare curiosità e fiducia. Un docente che riesce a far appassionare uno studente inizialmente disinteressato realizza probabilmente uno dei risultati educativi più importanti che la scuola possa conseguire.

La vera sfida: far innamorare gli studenti della conoscenza

Forse la domanda più importante da porsi durante uno scrutinio non riguarda il numero delle insufficienze o delle promozioni, ma un’altra, molto più impegnativa: i nostri studenti escono da quest’anno scolastico con una maggiore voglia di conoscere?

Perché è proprio qui che si misura il successo di una scuola.

Una lezione di storia dovrebbe suscitare il desiderio di comprendere il presente attraverso il passato. Una lezione di matematica dovrebbe mostrare la bellezza del ragionamento logico. Una lezione di diritto dovrebbe aiutare a leggere la Costituzione come strumento di libertà e giustizia. Una lezione di italiano dovrebbe rendere la parola uno spazio di espressione personale e di incontro con l’altro.

Quando questo accade, il voto diventa quasi secondario. Rimane importante, ma non è più il centro dell’esperienza scolastica.

La scuola che abbiamo il dovere di costruire

La scuola italiana dispone oggi di un patrimonio normativo, scientifico e pedagogico che invita con chiarezza a superare una concezione puramente sommativa della valutazione. Il decreto legislativo n. 62 del 2017 richiama espressamente la finalità formativa ed educativa del valutare. La legge n. 150 del 2024, pur rafforzando il rilievo del comportamento e della responsabilità, insiste sulla cittadinanza attiva e solidale e sulla funzione educativa delle misure adottate.

Le riflessioni di Daniele Novara ci ricordano che un voto non definisce una persona. Edgar Morin ci invita a costruire “teste ben fatte” più che “teste ben piene”. Maurizio Parodi ci spinge a valutare anche il contesto educativo e non soltanto gli studenti. Luca Gervasutti sottolinea che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, educare la coscienza è ancora più importante che trasmettere informazioni. Bruno Chiozzi richiama l’urgenza di una seria formazione dei docenti sulla valutazione. Cristiano Corsini ci invita ad ascoltare i segnali di disagio delle nuove generazioni anziché limitarci a giudicarle. Filippo Nobile propone la valutazione formativa come orizzonte imprescindibile per una scuola realmente orientata alla crescita.

Tutte queste prospettive convergono verso una convinzione comune: la valutazione non deve essere un tribunale, ma un ponte.

Il docente che assegna un voto non sta semplicemente compilando un registro elettronico. Sta incidendo sulla percezione che uno studente avrà di sé stesso, sul suo rapporto con la conoscenza e, talvolta, sulle sue future scelte di vita. Per questo il voto richiede rigore, equilibrio, responsabilità e umanità.

La scuola del futuro non sarà quella che boccerà di più né quella che promuoverà tutti indistintamente. Sarà quella capace di pretendere molto, offrendo però a ciascuno gli strumenti per raggiungere traguardi elevati. Sarà una scuola che non abbasserà l’asticella delle aspettative, ma moltiplicherà le opportunità di apprendimento. Sarà una scuola che continuerà a credere nel merito senza dimenticare l’inclusione, nella responsabilità senza rinunciare alla cura, nell’autorevolezza senza cedere all’autoritarismo.

In definitiva, il più grande successo di un insegnante non consiste nel dimostrare che la propria disciplina è difficile, ma nel trovare, per ogni studente, quella chiave capace di aprire la porta della curiosità. Perché un ragazzo che scopre il piacere di imparare continuerà a farlo anche quando la scuola sarà finita. E questo vale infinitamente più di qualsiasi voto riportato sul registro.


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 Antonio Fundarò

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