9 giugno 2026 – ore 16:30 – Premessa – Mentre le nostre spiagge cominciano a riempirsi e le temperature crescono, annunciando l’estate, lo Stretto di Hormuz continua ad essere chiuso, con prossime ricadute sulle economie europee in termini di carburanti e fertilizzanti; Israele appare sempre più isolato, la guerra in Ucraina continua e gli USA rimangono in posizione di attesa.
Uno sguardo in Israele e in Libano
Mentre stiamo parlando, Israele viene considerato e trattato da una parte maggioritaria della stampa e dell’opinione pubblica come una sorta di Stato paria, uno “Stato canaglia” da ostracizzare, meritevole unicamente di condanna definitiva senza appello, con la doverosa necessità da parte di USA e UE di immediate e dure sanzioni.
Gerusalemme, nel frattempo, continua ad essere “impegnata” in Libano, teme una recrudescenza militare e terroristica sul proprio territorio, esercitata in varie forme da Teheran, sia direttamente sia mediante l’impiego delle milizie sciite yemenite e libanesi, tutte insieme ad Hamas, ricordiamolo, sostenute da anni dall’“innocente” Iran.
Le scelte, sicuramente drastiche, decisamente discutibili, oltremodo estreme, assunte dal governo israeliano e sostenute dalla grande maggioranza del Parlamento, la Knesset, stanno trascinando il Paese verso scenari impensabili fino a pochi anni or sono. Israele oggi si trova sempre più drammaticamente isolato in ambito internazionale. Ovviamente tale atteggiamento sta trascinando dietro di sé un profondo odio verso il popolo ebraico, sentimento spesso nascosto attraverso abili distinzioni semantiche, enunciate senza conoscerne l’origine e il significato profondo, storico, religioso, politico e filosofico.
“In fondo Israele il 7 ottobre se l’è cercata”, si sussurra a gran voce; “se fossi palestinese sarei membro di Hamas”, si afferma; “si tratta di resistere alla violenza degli ebrei, padroni delle banche e della finanza mondiale”, si urla; “Hezbollah ha attaccato Israele, ma non aveva altra scelta”, si asserisce sapientemente; “se li odiano tutti da sempre, ci sarà una ragione”, si dice, non più nascondendosi. Vi risparmio altre espressioni, decisamente più violente.
Se pensieri e opinioni contrapposte al mainstream provengono da personaggi pubblici, professori, attori, intellettuali o giornalisti, si procede all’ostracismo sistematico, escludendoli con immediatezza da mostre, convegni, università ecc.
Sapete, cari lettori, queste erano le medesime parole che venivano pronunciate dai nazisti e non solo. I cartelli che vengono apposti in alcuni ristoranti con le scritte “gli ebrei non sono graditi” o “fuori gli ebrei” sono già apparsi nel sostanziale silenzio dei media. I governi europei stanno reagendo, ma questa ondata di antisemitismo appare inarrestabile, perché trova consensi ovunque.
Io la penso diversamente: ho sempre rispettato opinioni diverse dalle mie, cercando di comprendere le motivazioni che avevano determinato quelle posizioni, e non ho mai impostato la mia vita contro qualcuno o qualcosa, ma per qualcuno e per un fine: trovare un incontro tra opposti.
Difficile? Certamente sì, ma non impossibile.
Ritengo che mai come ora dovremmo essere pronti a dimostrare la nostra presenza, il nostro esserci per Israele, per l’intero popolo ebraico, per il popolo palestinese e per il popolo libanese, ma non a favore di Hamas, Hezbollah, Houthi e per il disegno strategico terroristico di Teheran.
Se lasciamo che questa deriva si espanda senza fine, altra violenza, altro odio, altre guerre si susseguiranno e alla fine Israele finirà, collasserà inevitabilmente, perché non dispone di risorse infinite, anche in termini di popolazione; non è in grado oggettivamente di reggere ulteriori anni di guerra, ulteriori anni di isolamento.
Per qualcuno, la fine di Israele sarebbe vissuta come una liberazione, ovviamente ignorando la storia, ma in verità sarebbe l’inizio della fine della nostra società occidentale. Temo che questo possa accadere in un futuro non lontano e sarebbe drammatico per tutti.
L’Iran, paese che una volta conoscevamo come Persia, guidato dalle guide supreme sciite dalla lontana rivoluzione, sostenuta anche dalla Francia, anche se bisogna dirlo sottovoce, continua ad essere un regime teocratico estremamente crudele e violento, ma ci viene descritto come paese sovrano e pienamente legittimato, agli occhi di molti intellettuali, a sostenere, fin dal 1979, la volontà di distruggere lo Stato di Israele, peraltro, aspetto spesso ignorato, non riconoscendo a Gerusalemme neppure il diritto di esistere.
Lo riscrivo: per le autorità iraniane, Israele non ha il diritto di esistere.
Questo devastante assioma, ovviamente, è condiviso da tutti i movimenti politici e terroristici sostenuti da Teheran, trovando in esso la spinta propulsiva spirituale, ideologica e militare per cercare, anche attraverso “il martirio”, la “soluzione finale”.
In tale contesto, il volto mediaticamente trasferibile di Hamas, quello politico della “Fratellanza Musulmana”, non certo quello para-militare che uccide e stupra, quello che vive in lussuose residenze in Qatar o in Turchia per intenderci, esprime, con un eloquio brillante, intessuto di alte argomentazioni politico-diplomatiche, piena condivisione e solidarietà alle azioni contro Israele realizzate dall’Iran, sia direttamente sia indirettamente mediante le milizie sciite Hezbollah in Libano e quelle Houthi in Yemen. Ovviamente il tutto è intessuto dei sacri valori della resistenza e accompagnato dalla chiara volontà di non essere disponibili a procedere al disarmo delle proprie unità militari o paramilitari o terroristiche, le famigerate “brigate di mujahiddin”.
Lo so, mi direte: il 7 ottobre non giustifica in alcun modo il disastro a Gaza, in Cisgiordania, le distruzioni in Libano, eccetera, eccetera. Tutto vero, ma raccontiamola tutta la storia, non solo una parte. Israele deve fermarsi e aprire un percorso di dialogo. NO all’occupazione in Cisgiordania, NO alla distruzione del Libano. Siamo tutti d’accordo e credo che lo siano la maggioranza degli israeliani, che vorrebbe vivere finalmente in pace e in sicurezza.
Tuttavia, per ottenere questo da Israele, le milizie di Hamas, Hezbollah e degli Houthi devono essere disarmate subito, ora e per sempre.
Dal governo del Libano e da politici palestinesi ci viene risposto di non essere in alcun modo in grado di farlo. Quindi è il momento di agire come comunità internazionale.
Tutto risolto, dunque?
Purtroppo no.
Su questo punto cominciano i problemi. Nessun Paese occidentale vuole impegnarsi seriamente in una simile “avventura”. Il rischio di essere coinvolti, il rischio di perdere propri soldati in un’operazione di peace enforcement (imposizione della pace) non è gradito da nessuno, perché determinerebbe sicure ricadute politiche negative, con possibili rischi interni di sicurezza. Tutte le missioni ONU, ricordiamolo, sono frutto di compromessi e di vincoli rigidi. Tutte le cancellerie occidentali ricordano perfettamente il totale fallimento delle missioni UNOSOM II (Somalia, 1993-1995) e MONUSCO (Repubblica Democratica del Congo), solo per citare le più eclatanti, dove l’uso della forza ai caschi blu era consentito o dove le regole di ingaggio erano decisamente più robuste.
Questo appare un nodo decisivo. Se non si risolve il problema del disarmo delle milizie, stimate in non meno di 200 mila, non ci potrà essere un progetto politico di pace, ma continueremo a raccontarci l’evoluzione di tregue parziali, tra un conflitto e un altro. Faremo crescere l’odio e il radicalismo ovunque oppure, in alternativa, come avvenuto per la Somalia, ci siamo volutamente dimenticati per oltre un decennio dell’esistenza del problema – “la Somalia esce dagli schermi radar – Bill Clinton 1994” – consentendo al tumore del terrorismo di espandersi, devastando territori e popolazioni con le sue invasive metastasi.
https://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/lebanons-failure-disarm-hezbollah-comes-price
https://www.fdd.org/analysis/2026/06/02/for-the-war-to-stop-hezbollah-must-be-disarmed/
https://www.nytimes.com/2026/06/01/world/middleeast/lebanon-hezbollah-disarm.html
https://www.jpost.com/middle-east/article-897173
https://hezbollah.org/
https://www.counterextremism.com/threat/hezbollah
https://english.palinfo.com/news/2026/06/08/364602/
https://www.cfr.org/articles/pressure-points-the-only-way-to-disarm-hamas
https://responsiblestatecraft.org/hamas-disarmament-gaza/
https://www.dni.gov/nctc/groups/hamas.html
https://almoqawma.com/
https://www.idf.il/en/mini-sites/all-hamas-articles/
Un breve sguardo al conflitto in Ucraina
Osservando i recenti sviluppi in Ucraina, notiamo che si susseguono strani e controversi “incidenti” di droni in Romania e Lettonia, solo per citare gli ultimi, mentre gli oggettivi attacchi contro obiettivi civili russi – scuole, treni e autobus – vengono ignorati o minimizzati dalla gran parte dei media. La situazione appare sempre più compromessa.
L’opinione pubblica russa appare stanca dopo oltre quattro anni di guerra e la situazione economica appare complessa, registrando un innalzamento dei costi dei beni di consumo, accompagnato da una crescita dell’inflazione. Tuttavia, anche se ci può apparire poco credibile, la crisi di Hormuz sta determinando un’impennata esponenziale del valore del gas e del petrolio russo, con introiti insperati da parte delle finanze di Mosca. L’epurato giornalista RAI Marc Innaro, profondo conoscitore delle dinamiche russe, recentemente ha affermato che, mentre la narrazione occidentale ci descrive un Putin isolato e in estrema difficoltà, in Russia cresce la radicalizzazione del conflitto e, paradossalmente, sia Lavrov sia il Cremlino appaiono dall’interno della Federazione come i moderatori, opponendosi ai “falchi” in continua crescita.
La confusione regna sovrana in seno alle cancellerie occidentali: mentre Regno Unito, Francia e Germania si incontrano con il prode, astuto guitto di Kiev, proponendo una tregua al conflitto in cinque punti irrealizzabili, la non meno scaltra Kaja Kallas boccia contemporaneamente l’avvio di negoziazioni con Mosca, affermando il 8 giugno, testualmente: “Credo che abbiamo avuto un’ottima discussione sulla sostanza e dobbiamo anche avere una pazienza strategica quando si tratta di spingere la Russia in una situazione in cui sia realmente disposta a negoziare. Riteniamo che non ci siamo ancora. Ecco perché abbiamo discusso anche oggi su come esercitare maggiore pressione. Ecco perché stiamo elaborando il 21° pacchetto di sanzioni e stiamo facendo ulteriori passi per spingerli a negoziare davvero. Ma non ci siamo ancora.”
La sensazione che emerge fa ritenere che un simile atteggiamento europeo di non dialogo con Mosca stia determinando l’abbraccio sempre più stretto di Pechino su Mosca e, contemporaneamente, la radicalizzazione del pensiero russo, che non potrà essere arginata dal Cremlino per molto tempo. Quando i russi parlano di voler colpire nel prossimo futuro centri di comando ucraini, fanno certamente capire che non esiteranno, qualora la situazione dovesse rimanere inalterata, a distruggere strutture di comando strategico ucraino dove operano da anni consiglieri militari e ufficiali della NATO. La sensazione di una volontà europea di trascinare questa guerra di logoramento sine die appare estremamente pericolosa, perché suscettibile anche di violente, improvvise e devastanti accelerazioni.
Gli americani aspettano, prendono tempo e le recenti dichiarazioni del vertice della diplomazia statunitense Marco Rubio non inducono a pensare a una prossima fine del conflitto. Rubio, infatti, ha recentemente dichiarato che: “Al momento le prospettive non sembrano rosee e non è chiaro se entrambe le parti siano disposte a fare le concessioni necessarie per raggiungere un accordo”; “La guerra non ha una soluzione militare e deve essere risolta attraverso la diplomazia, pur riconoscendo che gli Stati Uniti non sono un mediatore imparziale poiché continuano a vendere armi all’Ucraina”; “Oggi non ho notizie da darvi su questo fronte, ma siamo pronti a intervenire e a svolgere qualsiasi ruolo positivo possibile per porre fine a questa guerra devastante e in continua escalation”.
Lo spirito di Anchorage sembra svanito e non si intravede un possibile interlocutore europeo o americano che possa favorire l’avvio di serie negoziazioni tra Kiev e Mosca.
https://www.eeas.europa.eu/eeas/informal-meeting-defence-ministers-press-conference-high-representative-kaja-kallas%C2%A0_en
https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2114439/?lang=en
https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2115914/
https://mid.ru/en/press_service/spokesman/briefings/2114843/
https://www.youtube.com/results?search_query=giacomo+gabellini
https://www.aa.com.tr/en/americas/rubio-says-prospects-for-russia-ukraine-peace-dont-look-great/3955609
https://www.youtube.com/watch?v=ag5NVemaL-Q
Conclusione
L’editorialista Steno Sari recentemente ha scritto un pezzo meritevole di grande riflessione che desidero proporvi in alcuni brevi stralci:
“Nel V secolo a.C., il grande filosofo Socrate veniva accusato dai suoi concittadini di essere un sofista, di introdurre nuove divinità e di corrompere i giovani. Ma ciò che più gli si imputava era la sua critica implacabile all’ipocrisia dei potenti ateniesi, che si proclamavano custodi della virtù e della giustizia mentre praticavano l’inganno e la doppiezza. Da allora, l’ipocrisia non ha perso né efficacia né diffusione: continua a serpeggiare tra i discorsi pubblici e le scelte private, corrosiva e persistente. Che cos’è, dunque, l’ipocrisia? Il termine deriva dal greco hypokrisis, che indicava la recitazione teatrale: il fingere di essere ciò che non si è. Oggi il suo significato si è ampliato fino a includere ogni forma di doppiezza morale: dire una cosa e farne un’altra, sbandierare valori che non si seguono, mostrare al pubblico un volto virtuoso mentre si nasconde l’opposto. L’ipocrisia è la maschera del conformismo e dell’opportunismo, il compromesso costante tra ciò che si pensa, ciò che si fa e ciò che si vuole…
L’autenticità è tollerata solo se conforme. Si impara presto che dire la verità è rischioso, mentre indossare una maschera è più sicuro. Questa finzione sistematica produce effetti corrosivi: mina la fiducia, distrugge la coerenza, svuota la credibilità.
Dall’ipocrisia nascono il cinismo, l’apatia e la disillusione. Quando la menzogna diventa normalità e la verità si relativizza, l’etica si riduce a scenografia: una facciata decorativa buona per le cerimonie, ma irrilevante nella realtà. Peggio ancora: l’ipocrisia diventa accettabile. “Così fan tutti”, si dice. “È la politica”, “È il mercato”, “È il gioco delle parti”. Si finisce così per abdicare alla responsabilità individuale, diventando complici passivi di una cultura della finzione.
Combattere l’ipocrisia è una sfida che parte dalla consapevolezza e si nutre di educazione. Serve promuovere una cultura della trasparenza e della responsabilità. L’ipocrisia è la lingua universale della paura: paura di essere giudicati, esclusi, sconfitti. Ma chi riesce a liberarsene, chi ha il coraggio di essere autentico, vince prima su se stesso e poi sugli inganni del mondo. L’ipocrisia è comoda, ma è un veleno lento: infetta le parole, logora i legami, corrompe le coscienze. Smascherarla è il primo passo per ricostruire un’etica che non sia solo retorica, ma vita vissuta con onestà.”
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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Stefano Silvio Dragani
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