dati del 5 per mille 2025 (dichiarazione dei redditi 2024), da poco pubblicati dall’Agenzia delle Entrate, parlano chiaro. Le firme hanno raggiunto quota 18.460.316, con un incremento del 2,8% rispetto all’anno precedente. Quasi mezzo milione di contribuenti in più (496.190 per l’esattezza) hanno indicato, compilando la dichiarazione dei redditi, un ente preciso cui destinare la propria quota d’imposta. Non una scelta generica di settore, ma una preferenza espressa, nominale, consapevole.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
Gli oltre 96mila enti ammessi al beneficio riceveranno complessivamente una cifra superiore a 602 milioni di euro: la cifra più alta mai destinata da quando esiste la misura, che proprio nel 2026 compie vent’anni. Ma molto probabilmente inferiore a quelle che avrebbero meritato in base alle indicazioni di chi paga le tasse. Vent’anni di crescita silenziosa, vent’anni di fiducia che si consolida. Eppure c’è un paradosso che resiste, e che ogni anno torna a esporsi con la brutalità dei numeri: il tetto.
Il meccanismo è noto. I contribuenti scelgono liberamente a chi destinare il 5 per mille della propria Irpef a enti che si occupano del bene comune e dell’interesse generale: un atto di fiducia, di partecipazione civica, di sussidiarietà fiscale. Il problema è che lo Stato decide quanto di quella scelta è disposto a onorare. Fissa un tetto. E se le somme scelte dai cittadini superano quel tetto, la differenza non viene erogata. Con buona pace dei contribuenti. Per anni il tetto è stato deciso a 525 milioni di euro. Nel 2024, le scelte dei contribuenti avevano raggiunto 603,9 milioni: un delta di quasi 79 milioni di euro che non ha mai raggiunto gli enti destinatari. Come ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani rispondendo a un’interrogazione parlamentare, quei soldi erano stati indicati dai cittadini ma non potevano essere erogati. In termini concreti, il 5 per mille era diventato un 4,3 per mille reale.
La campagna “5 per mille, ma per davvero”, promossa da VITA insieme a 67 tra le principali organizzazioni del Terzo settore, ha ottenuto un risultato importante: la legge di Bilancio 2026 ha alzato il tetto a 610 milioni di euro. È stata una conquista tangibile, frutto di un’azione collettiva. Ma i dati appena pubblicati ci dicono già che non è sufficiente.
Non basta infatti fermarsi a quei 602 milioni di euro che saranno versati sotto la causale “5 per mille 2025”. C’è un’altra cifra che bisogna andare a guardare. Occorre infatti fare la somma degli importi, elenco per elenco, degli ammessi e degli esclusi, per capire qual è la cifra che lo Stato ha “accantonato” per il 5 per mille. In quella capienza, infatti, vanno compresi anche gli importi destinati agli esclusi, che potrebbero sempre fare ricorso e vincerlo. Negli anni passati, facendo la somma, si arrivava sempre a 525 milioni tondi tondi. Ovvero il budget massimo previsto dal Governo. Segnale, ormai inequivocabile, dello sforamento del tetto. Lo stesso accade quest’anno: la cifra complessiva di quanto sarà erogato più quanto è stato accantonato per far fronte a eventuali ricorsi vincenti dei soggetti esclusi fa esattamente a 610 milioni e 00 centesimi di euro. Un numero che coincide alla perfezione con il nuovo tetto del 5 per mille. Questo dettaglio lascia supporre, usiamo una formula condizionale perché il Governo per ora non ha dato né conferme né smentite, che quegli 85 milioni di euro aggiuntivi stanziati non siano stati abbastanza a coprire nemmeno per il primo anno la prevedibile crescita del 5 per mille: una crescita che deriva proprio dalla larga adesione degli italiani a questo strumento di sussidiarietà fiscale e dalla grande fiducia che essi nutrono nella capacità del Terzo settore di generare impatti positivi per il benessere degli individui e delle comunità.
Ma togliere il tetto si può? Nicola Bedogni, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Assif sul 5 per mille, risponde con chiarezza: «Sì. In otto Paesi d’Europa che hanno un meccanismo analogo, nessuno prevede il tetto. E la Spagna destina risorse tanto quanto noi». I Paesi europei che hanno adottato forme di sussidiarietà fiscale simili al nostro 5 per mille sono Spagna, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Ungheria, Lituania, Romania e nessuno ha mai sentito il bisogno di contingentare la volontà dei contribuenti con un tetto di spesa. Solo l’Italia lo fa. Come ha detto Bedogni intervistato su vita.it se negli altri Paesi le cifre di cui parliamo sono oggettivamente inferiori alle nostre, con circa 568 milioni di euro erogati complessivamente tra persone fisiche e società, la Spagna invece è confrontabile all’Italia. A Madrid e dintorni il meccanismo funziona in modo lineare, senza tetto e senza tagli proporzionali, includendo inoltre le imprese tra i soggetti che possono esercitare la scelta fiscale. In sostanza, lo Stato dovrebbe ragionare come se tutti i contribuenti firmassero, accantonando come indisponibile quindi l’intero corrispettivo del 5 per mille dell’Irpef e trattenendo poi nella fiscalità generale solo la cifra che non viene destinata dai cittadini.
Perché non copiare la Spagna? Tanto più che c’è qualcosa di straordinario nella storia italiana del 5 per mille, qualcosa che va ben oltre la contabilità del Terzo settore. Il 5 per mille è cresciuto (senza il push di alcuna campagna istituzionale, per altro) perché funziona, perché i cittadini vedono o percepiscono con sufficiente chiarezza che la propria scelta produce effetti reali nel mondo. Che dietro quella firma ci sono persone assistite, ricerche condotte, comunità sostenute, territori curati.
Elinor Ostrom, che nel 2009 ricevette il Nobel per l’economia proprio per i suoi studi sui beni comuni, aveva dimostrato con rigore empirico ciò che molti teorici stentano ad ammettere: le comunità sono spesso capaci di gestire risorse condivise meglio di quanto non facciano gli Stati o i mercati, quando le regole sono chiare, la partecipazione è genuina e la posta in gioco è vicina alla vita reale delle persone. Il 5 per mille è un meccanismo di gestione condivisa di una risorsa fiscale, in cui i cittadini svolgono un ruolo di orientamento e selezione che nessuna burocrazia potrebbe svolgere con la stessa capillarità, efficienza e conoscenza dei territori.


L’abolizione del tetto è oggi una misura tecnicamente possibile, politicamente matura, socialmente sempre più popolare. Otto Paesi europei l’hanno già capito. Diciotto milioni e mezzo di italiani aspettano che anche il proprio Paese faccia altrettanto.
In apertura, foto Ag. Sintesi: i membri del Governo
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Antonio Mola
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