Un’analisi sulle criticità delle Università Italiane


In questi giorni lo stato di salute delle Università italiane è di nuovo tornato al centro del dibattito pubblico. Merito della nuova pubblicazione condotta dal Center for World University Rankings, che segnala, per tutti i nostri Atenei, un arretramento all’interno delle posizioni globali.

I dettagli sono cronaca: la prima Università in Italia è la Sapienza di Roma, che tuttavia scende di quattro posizioni a livello globale, raggiugendo il 129° posto, secondo un punteggio complessivo che tiene conto di fattori come la capacità didattica, il livello di occupabilità, il corpo docente e la ricerca. Al lato opposto della classifica, restando a livello nazionale, l’Università del Molise, che rientra tra le prime 2.000 università al mondo per una manciata di posizioni, classificandosi al 1929° posto globale, e al 66° nazionale.

I finanziamenti inadeguati tra le cause del declino delle Università italiane

Dai dati, alle interpretazioni: Rai News riporta, ad esempio, la riflessione di Nadim Mahassen, presidente del CWUR, che ha dichiarato che il declino delle Università italiane riflette anni di finanziamenti inadeguati e la svalutazione della scienza e dell’istruzione come beni pubblici. Affermazioni molto pesanti, che forse esulano la sola metrica andando ad intervenire su una relazione che vuole misurare il grado di “valutazione” dell’istruzione come bene pubblico linearmente proporzionale ai finanziamenti pubblici erogati.

L’importanza di comprendere i dati per risollevare lo stato delle Università italiane

Non è però la polemica politica la questione principale: il punto reale è infatti comprendere questi dati, e inquadrarli all’interno del contesto nazionale e globale. Se si ripetono esclusivamente questi risultati, infatti, senza attribuire alcuna valutazione critica, non si fa altro che “dare i numeri”. Che si tratti di una condizione favorevole o al contrario, come in questo caso, l’osservazione di un ridimensionamento, le cifre, le classifiche, i risultati, vanno sempre inquadrati all’interno di un contesto ampio.
Piuttosto che allarmarsi di fronte ad un calo, una riduzione delle performance va dunque compresa.

Le questioni da affrontate per rendere competitive le Università italiane a livello globale

Prima questione: l’Università italiana davvero può competere all’interno del sistema accademico globale? La risposta è no. E il calo della prima delle nostre Università inficia pochissimo su tale risultato. Se la Sapienza, invece di essere al 129° fosse stata al 110° avremmo potuto davvero affermare che il sistema universitario italiano si inseriva a pieno titolo tra i più grandi e potenti sistemi universitari globali? Appunto.
Fin quando la conoscenza sarà così fortemente influenzata dalla capacità finanziaria di un Paese, l’Italia non potrà mai ambire a raggiungere il primato mondiale. E questo è al netto di tutta quella mole di “ricerca” pagata, che viene pubblicata al chilo, e che ha un valore molto relativo nella produzione di nuova conoscenza.

Università italiane: il target nazionale e la scarsa occupabilità, altri due fattori penalizzanti nel panorama mondiale

Seconda questione: il target di riferimento. Farebbe piacere a tutti poter frequentare le migliori università del mondo. Chiunque abbia trascorso qualche anno in qualsiasi facoltà di economia ha sognato, almeno per una volta, di andare alla Stanford, da cui sono usciti Nobel per l’economia. Ma non è che chi vive a Stanford ha, per questo, accesso diretto alla facoltà, che ha un costo di circa 90.000 dollari annui, di cui circa 70.000 dollari in rette universitarie. Non a caso gli studenti di Stanford, e ancor più i dottorandi, provengono da ogni parte del mondo.
Il target delle nostre facoltà è invece per lo più nazionale. Nell’anno accademico 2024 – 2025, ad esempio, secondo USTAT, il portale statistico del Ministero dell’Università e della Ricerca, si sono immatricolati nelle nostre facoltà circa 360 mila studenti. Tra tali studenti, coloro che sono classificati come “internazionali”, indicando con tale dicitura tutti coloro che senza tener conto della nazionalità, hanno conseguito un diploma all’estero, sono poco meno di 20.000.

La terza questione: l’occupabilità. Il nostro mercato del lavoro è saturo di persone troppo qualificate per la posizione che ricoprono. Tutti gli indicatori economici portano sempre più persone a scegliere una carriera internazionale. Mentre coloro che decidono di restare in Italia sono soggetti ad una competizione che mentre spinge verso l’alto il livello di requisiti dall’altro spinge al ribasso le garanzie occupazionali e la retribuzione media.

Andare oltre l’idea di Università come sistema volto a trasformare le persone in fattori produttivi

Tutti questi elementi sono fattori che chiaramente vanno a discapito delle nostre facoltà, ma soltanto se si interpreta, come troppo spesso ormai viene fatto, l’educazione formale come un processo trasformativo che, progressivamente, trasforma gli individui da persone a fattori produttivi. L’Università è però molto più di questo: è un luogo in cui le persone dovrebbero essere “addestrate” ad esercitare il libero arbitrio, a comprendere la differenza tra conoscenza e opinione, ad affrontare la propria vita all’interno di una visione “estesa” di sé stessi, che tenga conto non solo dell’individuo e dell’immediato ma dell’umanità e dell’appartenenza.
Essere liberi, si diceva un tempo, quando la libertà era ancora un valore.

L’estrema specializzazione delle competenze ha nel tempo fatto smarrire molto dell’originaria funzione delle Università. Complice la svalutazione implicita della laurea, che è divenuto nel tempo un requisito minimo piuttosto che un obiettivo.

Concepire l’Università come luogo di formazione umana continuando a migliorarne tutti gli aspetti

Queste classifiche introducono uno dei percorsi più fondanti dell’essere umano in un mero canale produttivo: hai i professori migliori, fai la migliore ricerca, hai più tasso di occupati dopo il primo anno, quindi, vali di più di altri atenei. Nulla di tutto ciò è sbagliato. Sia chiaro. Se però si afferma, in modo esplicito, che l’Università serve a quello. Non è però soltanto questo il suo ruolo.

Tale constatazione, tuttavia, non va letta come una serena accettazione della condizione attuale. Tutt’altro. Va piuttosto interpretata come uno stimolo a costruire degli indicatori che rispondano in modo più coerente ad una visione di Università più estesa e completa di quella che agisce semplicemente come fase di preparazione al lavoro.
Ben sapendo che, con ogni probabilità, anche in tal senso il lavoro da fare è ancora tantissimo.

Stefano Monti

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