Geraldine è un’assistente domiciliare, si alza in piedi e legge la lettera “L” di “longevità condivisa”: la Grande Età, dice, «è una questione collettiva, un bene comune, una responsabilità condivisa, un’opportunità e una risorsa di tutti e per tutti. La longevità riguarda i primi mille giorni di vita quanto gli ultimi. La società per tutte le età è una realtà demografica e una direzione civica. Riconoscere la longevità in buona salute significa rafforzare un patto intergenerazionale che tiene insieme memoria e futuro: un investimento, non un costo».
Poi si alza Katia, psicologa e della parola “Alleanza” scioglie la lettera “E”. E come “ecosistemi abilitanti”: spiega che «la sicurezza nasce dal contesto» e che la sfida è costruire «comunità attive dove lo scambio continuo fra servizi, operatori, famiglie, cittadini e anziani genera apprendimento reciproco in una responsabilità condivisa. La coprogettazione è il metodo: ogni servizio nasce dall’ascolto di chi lo vive, con meccanismi condivisi di verifica».
Il più emozionato è Salvatore, caregiver. A lui tocca la lettera “N” di “Noi”: «Il welfare cittadino nasce dalla corresponsabilità e dalla gioia di costruire insieme. Il pubblico garantisce diritti; la filantropia sperimenta e accelera; il Terzo settore gestisce; le comunità creano legami; cittadini, caregiver e famiglie portano esperienza; le università producono conoscenza. L’Alleanza rende queste energie coerenti e operative, trasforma contributi diversi in benessere che si misura in risultati reali nella vita delle persone».
Longevità: non un’emergenza, ma una trasformazione sociale
A Milano, la presentazione dell’Alleanza per la Grande Età e del suo Manifesto è stata così: un evento corale. Un pomeriggio che è stato specchio del metodo con cui l’Alleanza è nata e intende operare: essere un’azione collettiva pubblica, con cui una comunità si prenda cura di se stessa, nel segno della corresponsabilità. Un luogo in cui si incontrano linguaggi e prospettive differenti: del welfare e dei servizi, della cultura, della ricerca, della socialità.
Promossa dalla Fondazione Ravasi Garzanti insieme a Regione Lombardia, Comune di Milano e a una ampia rete di soggetti pubblici, privati e del Terzo Settore – 40 gli aderenti al momento della presentazione, ma ovviamente la rete è destinata a crescere – l’Alleanza non nasce come risposta emergenziale all’innalzamento dell’età media, all’aumento del numero dei “grandi anziani”, alla crescita esponenziale dei bisogni legati alla cronicità e alla non autosufficienza, né con l’unico obiettivo di mettere in campo risorse per ampliare l’offerta (cosa pur necessaria) dei servizi dedicati alle persone anziane. È un percorso culturale ma concretissimo che guarda alla Grande Età come alla principale trasformazione sociale in atto e che vuole costruire una comunità corresponsabile della cura delle proprie persone.

Sul palco così si sono alternati politici come Elena Lucchini, assessora alla Famiglia e Solidarietà Sociale di Regione Lombardia e Lamberto Bertolè, assessore al Welfare e Salute, Comune di Milano (entrambe le istituzioni sono “alleate” dell’Alleanza); protagonisti della cultura come Andrée Ruth Shammah, anima del Teatro Franco Parenti, che da anni in collaborazione con la Fondazione Ravasi Garzanti ospita la rassegna “La Grande Età”, una serie di spettacoli che vogliono valorizzare l’esperienza, la memoria e la vitalità dell’età matura e il Coro degli Stonati, un progetto educativo e di canto corale dell’Orchestra Sinfonica di Milano; esponenti della filantropia come Paolo Bonassi, chief Social Impact Officer Intesa Sanpaolo; Sergio Di Nola, consigliere di Fondazione Monte di Lombardia; Claudia Sorlini, vicepresidente Fondazione Cariplo e Felice Scalvini, direttore Fondazione Ravasi Garzanti.
Stefania Bandini dell’Università Milano-Bicocca, esperta di Intelligenza artificiale per una società che invecchia e Arianna De Mario, direttrice di Ashoka Italia, hanno portato alcune prospettive internazionali sulla longevità: l’esperienza del Giappone sull’Ai; la piattaforma portoghese 55+ creata da Elena Parras, che permette alle persone over 55 di offrire servizi alla comunità (giardinaggio, piccole riparazioni o cucina) in cambio di un compenso, rimanendo attivi ed evitando l’isolamento; la Friendship Bench di Dixon Chibanda, in Zimbabwe (un Paese con 12 psichiatri per un milione di persone) dove donne anziane della comunità vengono formate per offrire ascolto e terapia cognitivo-comportamentale di base.
Chi c’è al tavolo quando progettiamo?
«Il cantiere è la proposta più onesta che abbiamo», si legge quando si aderisce al Manifesto ed è una frase profondamente vera. Questo approccio ha plasmato anche la “staffetta” di prospettive operative fra alcuni degli alleati: Chiara Bertelli della cooperativa Eureka!, Irene Sartorelli, di CCN/Aterballetto, Maria Cristina Ferradini, di Fondazione Amplifon e Carla Sedini, di Iulm Design for All.
Forse la vera innovazione sociale oggi è passare da fare bene “il nostro pezzo” a costruire insieme un ponte che regga. Non è una pietra sola che regge il ponte, il ponte regge quando c’è una responsabilità condivisa. Ma è difficile farlo se continuiamo a parlare il linguaggio del bisogno e dell’emergenza
Chiara Bertelli, cooperativa sociale Eureka!
“Domande senza una risposta facile” si intitolava il loro ragionamento, una manciata di minuti a testa, passandosi l’una con l’altra delle domande scomode. «Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, ma dalla linea dell’arco che esse formano, diceva Calvino. Ma senza pietre non c’è arco e senza arco non c’è ponte», ha detto Chiara Bertelli di Eureka! per ragionare sulla “corresponsabilità”. L’impegno quotidiano di tante realtà di Terzo settore per «tenere in piedi un servizio» rappresenta le pietre: «Forse la vera innovazione sociale oggi è passare da fare bene “il nostro pezzo”, dal mettere lì le nostre pietre a costruire insieme un ponte che regga. Non è una pietra sola che regge il ponte, il ponte regge quando c’è una responsabilità condivisa. Ma è difficile farlo se continuiamo a parlare il linguaggio del bisogno e dell’emergenza».
Una delle azioni più feconde che possiamo fare nel rapporto con gli anziani è regalarci insieme uno spazio di gioia. Non immaginiamo che la Grande Età possa regalare gioia, invece dobbiamo tornare a uno sguardo gioioso e anche giocoso: restituire a loro e a noi possibilità di vita
Maria Cristina Ferradini, Fondazione Amplifon
La domanda che ha passato a Irene Sartorelli, di Aterballetto è stata ancora più radicale: “Chi cambia gli sguardi?”. «Cambiare gli sguardi richiede cambiare i linguaggi. Rivendichiamo il diritto alla bellezza, alla leggerezza, come elementi non opzionali di un nuovo concetto di longevità, per una nuova definizione di longevità come modo di sentire e di sentirsi». Maria Cristina Ferradini, amministratore delegato di Fondazione Amplifon, ha sottolineato che «una delle azioni più feconde che possiamo fare nel rapporto con gli anziani è regalarci insieme uno spazio di gioia. Non immaginiamo che la Grande Età possa regalare gioia, invece dobbiamo tornare a uno sguardo gioioso e anche giocoso: restituire a loro e a noi possibilità di vita».


È stata quindi Carla Sedini, professoressa associata allo Iulm, dove si occupa di Design for All, a spiegare come sia possibile immaginare luoghi e reti che siano non solo reti di prossimità ma anche di gioia: «La qualità formale del mondo è un problema politico e questo vale anche per la progettazione dei sistemi di cura: guardiamo le persone come utenti da assistere o soggetti che partecipano? Stiamo progettando con loro o per loro? Questa è la domanda. Il codesign si articola in diversi momenti di partecipazione, su tutti i momenti progettuali: non è una “moda”, ma la scelta politica di chi ha diritto di stare al tavolo quando viene deciso il mondo in cui vivremo. Finché le persone anziane non saranno incluse nella progettazione, continueremo a progettare per degli utenti che forse non esistono. La domanda non è come progettare meglio, ma chi c’è al tavolo quando lo facciamo».
Comunicare, cioè creare comunità
Una grandissima sorpresa è stata l’artista Claudia Fabris, Nostra Signora dei Palloncini, che ha riflettuto e fatto riflettere sulla “lingua” dell’Alleanza. «Qual è la tecnologia più potente che c’è sulla terra?», ha chiesto. «Io penso sia il linguaggio. Precede tutte le altre. Io non sono sicura che il linguaggio serva per comunicare, fraintendere anzi è il modo in cui gli esseri umani più spessi si intendono. Il linguaggio serve a creare innanzitutto. Se la narrazione delle cose fosse diversa, anche l’esperienza sarebbe diversa. Non in senso simbolico, in senso fisico. Quando si è una comunità la parola serbe veramente a comunicare. Comunicare, comunità, cum munus. Essere insieme, più il tema della ricchezza, dell’incarico, della funzione. Comunicare è creare una comunità attraverso una lingua».
La tecnologia più potente che c’è sulla terra è il linguaggio. Precede tutte le altre. Io non sono sicura che il linguaggio serva per comunicare. Il linguaggio serve a creare innanzitutto: se la narrazione delle cose fosse diversa, anche l’esperienza sarebbe diversa. Comunicare è creare una comunità attraverso una lingua
Claudia Fabris, performer
Il suo monologo sarebbe da riportare per intero. Lascio un solo passaggio: «Proprietà è ciò che ognuno possiede ed è la propria età. L’unica cosa che abbiamo è il presente, che è un regalo. La vita più che allungarsi si allarga, noi siamo matrioske fatte di tempo e il cuore lo custodisce la più piccola».


La città s’impegna
Se è vero come è vero che l’Alleanza per la Grande Età si propone come «abilitatore del sistema di welfare cittadino sul tema dell’invecchiamento», ecco che la filantropia istituzionale si pone come soggetto abilitante e trainante. Felice Scalvini, direttore Fondazione Ravasi Garzanti, ama la metafora dello sherpa.
Paolo Bonassi, chief Social Impact Officer Intesa Sanpaolo, ha sottolineato che la sfida della longevità è «troppo grande e complessa per affrontata da un singolo operatore pubblico o privato. Non bastano le iniziative isolate, quando anche possono essere di grande qualità. L’Alleanza nasce proprio per cambiare il modo di lavorare insieme, mettendo insieme competenze diverse, costruendo una visione comune e rafforzando le politiche: soltanto così possiamo passare da una logica frammentata a una logica di sistema». Anche Paolo Sergio Di Nola, consigliere di Fondazione Monte di Lombardia, ha evidenziato la necessità di «fare un salto di qualità, passare dal semplice coordinamento alla cooperazione, cioè mettere in comune risorse per rendere possibili progetti».


Claudia Sorlini, vicepresidente di Fondazione Cariplo, ha ringraziato Fondazione Ravasi Garzanti per il suo ruolo di «catalizzatore che mettesse tutti i soggetti insieme», perché «mettere insieme è già fare qualcosa di più, fare un’alleanza e accettare di entrarvi, contribuendo e portando le proprie esperienze, è garanzia di identificare strade che ci portino a dei risultati meno dispendiosi e più consistenti». Ha sottolineato anche il ruolo proprio delle fondazioni dinanzi al nuovo, perché «avere il 25% della popolazione anziana sul territorio non è mai esistito nella storia dell’umanità»: le fondazioni, ha detto Sorlini, «possono permettersi “il lusso” di sperimentare, di portare innovazioni anche sociali sul territorio».
Felice Scalvini ha concluso ribadendo il senso dell’aver proposto il Manifesto e l’Alleanza: «Se ci mettiamo insieme abbiamo la possibilità di proporre a questa città – attraverso i suoi corpi sociali intermedi, il mondo del Terzo settore e tutti i cittadini di mettersi – la costruzione di un percorso di condivisione, dove si portano risorse ma anche idee, aspettative, professionalità, competenze, esperienza e anche bisogni. Spero che alla Grande Età si appassionano anche i giovani, non solo in prospettiva del loro futuro ma perché scoprono che noi abbiamo saputo trasmettere loro un disegno della bellezza dello stare insieme, dentro una città straordinaria come Milano».
Per firmare il Manifesto, clicca qui.
Foto di Giulia Riva per Fondazione Ravasi Garzanti
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Sara De Carli
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