In Spagna scendono piazza, in Italia si sentono invisibili. Ma gli insegnanti chiedono una cosa sola: più riconoscimento


C’è un’immagine che forse più di tutte racconta la protesta degli insegnanti che negli ultimi mesi ha invaso le vie della Catalogna e di diverse altre zone della Spagna. È l’immagine di decine di banchi e sedie posizionati di fronte alla Sagrada Familia, il monumento simbolo di Barcellona. Un’aula a cielo aperto, circondata da magliette gialle (il colore che i docenti indossano durante gli scioperi), che chiede dignità per chi svolge la professione, più risorse per l’inclusione e salari adeguati al costo della vita.

La fotografia che abbiamo visto passare sui nostri feed è stata scattata a metà maggio, ma quell’onda gialla non si è fermata, è arrivata in un susseguirsi di scioperi fino a qui. Venerdì 29 maggio è culminata in un accordo preliminare tra il Ministero dell’Istruzione catalano (l’educazione non è centralizzata in Spagna, quindi le decisioni spettano ai governi delle singole comunità autonome), i sindacati di maggioranza Ustec e gli insegnanti delle scuole secondarie. Sul tavolo, un incremento retributivo di circa 450 euro mensili nell’arco di quattro anni che, sommato agli aumenti salariali previsti a livello statale per tutti i dipendenti pubblici, avrebbe portato a una crescita complessiva di circa 600 euro mensili lordi. L’ultima parola prima della firma ufficiale spettava ai docenti, che il 4 giugno hanno espresso voto contrario (su 60.686 partecipanti alla consultazione, il 65,1% ha respinto il pre-accordo). Ora si tratterà di capire come proseguirà la mobilitazione: i sindacati che si erano espressi a favore e contro dovranno ancora una volta conciliare le proprie posizioni. Intanto, venerdì 5 giugno è previsto sciopero in tutta la Catalogna.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

La “marea” investe anche altri territori. A Valencia altri insegnanti (che indossano magliette verdi) occupano a tempo indeterminato Plaça de la Mare de Déu. E a Madrid centinaia di educatrici della prima infanzia hanno nuovamente tinto di giallo la Puerta del Sol. La loro mobilitazione dura dal 7 aprile: denunciano rapporti numerici fino a otto bambini 0-1 anno per educatrice, stipendi bassi e gravi carenze di infrastrutture. Sebbene l’incontro del 21 maggio scorso con la consigliera all’Istruzione sia stato definito «produttivo», chiedono impegni scritti e vincolanti.

I punti al centro del dibattito

La mobilitazione colpisce per la costanza e l’alta partecipazione. Ogni giornata di sciopero equivale a 130 euro in meno in busta paga, ed è anche questo uno dei motivi per cui i docenti delle Isole Baleari si sono auto tassati per sostenere chi scende in piazza anche per loro. I temi sul tavolo (così come vengono riportati dal giornale catalano Diari El Punt Avui) sono in alcuni casi vicini a quelli su cui si interroga anche la scuola italiana.

Secondo El Pais, oltre agli stipendi, «le rimostranze condivise dalle proteste scolastiche nelle quattro regioni riguardano la necessità di ridurre il numero di studenti per classe e le cattive condizioni delle strutture». Per quanto riguarda l’inclusione scolastica, i docenti chiedono più strumenti didattici e un aumento del personale a supporto degli studenti con bisogni educativi speciali. In generale, servirebbero 5mila cattedre in più per la scuola secondaria, un piano per ridurre la burocrazia e nuovi spazi di monitoraggio per infrastrutture, climatizzazione («Volem aules no saunes», si legge sui cartelli dei manifestanti) e programmi di studio.

Il giornalista e fotografo Victor Serri ha colto alcune similitudini tra il contesto italiano e quello catalano nella sua newsletter Barcellona chiama Italia. «In entrambi», scrive, «il personale docente guadagna mediamente intorno ai 2mila euro mensili, le classi sono sovraffollate, la burocrazia è cresciuta mentre le risorse diminuivano».

La protesta vista dall’Italia

Che effetto fa osservare i colleghi catalani con i loro corpi, i banchi e le cattedre di fronte a Casa Batlló o alla Sagrada Familla? Lo abbiamo chiesto a Marco Bollettino, dirigente scolastico al liceo scientifico Antonio Gramsci di Ivrea. È sua la voce de La scuola dalla A alla Z, un podcast che ogni mercoledì prova a capire come funziona la scuola italiana. «La prima cosa che mi viene da dire è che in Italia siamo meno propensi a scioperare, forse per disillusione», dice. «Negli ultimi anni, lo sciopero che ha registrato la maggiore partecipazione tra i docenti è stato quello per Gaza, una questione che con la scuola aveva poco a che fare. Sulla riforma degli istituti tecnici oggi, ad esempio, non si vede la stessa partecipazione né la stessa capacità di mobilitazione. In Italia le proteste non mancano, ma quando si tratta di scioperare la partecipazione resta spesso limitata. Il perché non saprei dirlo con certezza, potrebbe essere interessante indagare questo aspetto tra i giovani insegnanti».

Quali similitudini vede con le criticità evidenziate dai professori catalani e valenciani? «Innanzitutto, la questione salariale, che resta aperta nonostante i recenti rinnovi contrattuali. Considerando la parità di potere d’acquisto, lo stipendio iniziale degli insegnanti italiani è inferiore alla media di Paesi europei come Francia e Germania. All’ingresso nella scuola, se parliamo di secondaria, il divario non è enorme. È particolarmente marcato invece alla primaria e all’infanzia, dove a lungo ha pesato il fatto che gli insegnanti non fossero laureati, una situazione che ormai appartiene al passato». Bollettino fa riferimento ai dati del Rapporto Ocse Education at a Glance per mostrare come il problema principale riguardi la progressione di carriera: «In molti altri Paesi, come ad esempio i Paesi Bassi, gli stipendi crescono in modo più rapido. In Italia, invece, gli aumenti dipendono quasi esclusivamente dagli scatti di anzianità: il primo arriva dopo nove anni di servizio e lo stipendio massimo si raggiunge dopo circa 35 anni di insegnamento. Di conseguenza, il divario retributivo con gli altri Paesi tende ad ampliarsi: se all’inizio della carriera la differenza è relativamente contenuta, negli anni successivi cresce fino a diventare significativa».

Va aggiunto però un altro elemento: «Per molti anni, tra il 2009 e il 2018, il contratto del comparto scuola è rimasto senza rinnovo, ma non si è vista una protesta come quella degli insegnanti catalani. Negli ultimi anni, invece, ci sono stati tre rinnovi contrattuali, tanto che per la prima volta da molto tempo abbiamo un contratto (quello 2025-27) firmato prima della sua scadenza. In un contesto del genere, mi riesce difficile immaginare una mobilitazione paragonabile a quella che ha coinvolto il personale scolastico in Spagna».

“I” di invisibili

In Italia, secondo Bollettino pesa l’assenza di ruoli intermedi riconosciuti. «Prendiamo il caso del coordinatore di classe: si tratta di un incarico particolarmente impegnativo, che comporta la gestione delle problematiche della classe, i rapporti con le famiglie, il coordinamento della documentazione e la redazione dei diversi piani didattici personalizzati. Nonostante queste responsabilità aggiuntive, il riconoscimento economico (che viene erogato da un fondo assegnato ai singoli istituti) è molto limitato, dell’ordine di circa 150 euro netti complessivi. In molti altri Paesi, invece, funzioni di questo tipo sono riconosciute contrattualmente, inserite in percorsi di carriera definiti e accompagnate da una retribuzione adeguata alle responsabilità richieste».

Nel numero di VITA dedicato al lavoro sociale, accanto agli educatori, agli Oss e agli assistenti sociali abbiamo voluto raccontare anche gli insegnanti: per molti versi i “nuovi proletari”, eppure nessuno come loro può lasciare il segno sui ragazzi. Nel suo podcast, Marco Bollettino parte da una parola chiave, una per ogni episodio, andando in ordine alfabetico, una per ogni lettera, e affronta così uno dei grandi temi della scuola: ascensore sociale, bocciature, disuguaglianze, formazione degli insegnanti, valutazione.

Quale parola sceglierebbe per sintettizzare come si sentono gli insegnanti in Italia oggi? «La lettera “i” di “invisibili”. È uno dei motivi per cui ho scelto di realizzare un podcast. Dopo le prime uscite del progetto, qualcuno mi ha scritto: “Finalmente si parla della scuola da dentro”. È un’osservazione che condivido. L’attenzione dei media si concentra spesso su graduatorie, concorsi o riforme, ma la vita delle scuole – e molte delle questioni che insegnanti, studenti e personale affrontano ogni giorno – raramente trovano spazio nel dibattito pubblico».

Non è come occupare una piazza con i banchi di una classe, ma è un modo per mettere la scuola al centro.

In apertura, una manifestazione a Barcellona lo scorso 12 maggio. (Photo: zumapress.com/Zuma Press/Avalon)

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 Daria Capitani

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