C’è un punto in cui la cronaca smette di essere cronaca e diventa giudizio. Sulla nostra terra, sulle comunità che abitiamo, sulle istituzioni che invochiamo, sulle economie che tolleriamo, sulle omissioni che archiviamo troppo in fretta. Amendolara, in questi giorni, è diventata quel punto. Non un nome qualunque lungo la geografia dell’Alto Ionio cosentino, ma una soglia dolorosa nella coscienza della nostra diocesi. Una feritoia morale attraverso cui guardare, senza più ripari, ciò che da troppo tempo si muove sotto la superficie delle campagne, delle stagioni agricole, dei nostri silenzi.
Quattro giovani braccianti – tre afghani e un pakistano – sono morti in un minivan dato alle fiamme presso una stazione di servizio lungo la Statale 106. Si chiamavano Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan. Avevano tra i diciannove e i ventinove anni. Erano arrivati in Italia per lavorare, aiutare le famiglie, cercare un varco di futuro. Non erano ombre di passaggio. Non erano “manodopera straniera”. Non erano corpi disponibili per l’economia degli ultimi. Erano persone. Fratelli. Figli. Giovani venuti da lontano non per morire tra le fiamme, ma per vivere.
Le indagini accerteranno responsabilità, moventi e ruoli. Ma già oggi, con la prudenza dovuta alla magistratura e il dolore dovuto alle vittime, dalle prime ricostruzioni emerge un quadro inquietante: salario negato, alloggio e trasporto usati come strumenti di dipendenza, vulnerabilità migratoria trasformata in ricatto. È il volto più feroce del caporalato: non solo sfruttamento del lavoro, ma dominio sulla vita.
Amendolara non è la Piana di Sibari. E sarebbe un errore confondere i luoghi, perché i luoghi hanno precisione, memoria, responsabilità. Ma sarebbe un errore altrettanto grave isolare questa strage come se fosse un episodio chiuso dentro il perimetro di una stazione di servizio. Ciò che è accaduto nell’Alto Ionio parla all’intera fascia ionica cosentina, alla Sibaritide, ai territori della nostra diocesi attraversati ogni anno dal lavoro stagionale, dove la presenza dei migranti continua a essere indispensabile e, insieme, troppo spesso esposta a precarietà, dipendenza, sfruttamento.
La Piana di Sibari conosce bene questa storia. La conoscono le sue strade percorse all’alba da mezzi improvvisati, le case sovraffollate, le contrade agricole dove il diritto può diventare negoziabile, le aziende sane che subiscono la concorrenza sleale di chi sporca il mercato, e le comunità che vedono, sanno, intuiscono, ma non sempre trovano il coraggio di parlare. Secondo il VII Rapporto Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto – Fai Cgil, nella Piana di Sibari, tra il 1° ottobre 2022 e il 29 febbraio 2024, sono state contattate complessivamente 167 vittime di sfruttamento lavorativo o potenziali vittime di tratta e/o sfruttamento lavorativo, di cui 152 uomini e 15 donne. Non è un numero astratto: è una soglia di allarme civile.
Il problema non è soltanto criminale. È sistemico. Il VII Rapporto Agromafie e caporalato ricorda che, nel 2023, il settore agricolo italiano valeva 73,5 miliardi di euro e contava 872.100 occupati, di cui 472mila dipendenti e 423mila indipendenti. Nello stesso comparto si stimano circa 200mila lavoratori irregolari, con un tasso di irregolarità tra i dipendenti pari al 30%, mentre le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento sono circa 55mila. Il Rapporto precisa, inoltre, che questi dati sono verosimilmente sottostimati.
Istat, nel report più recente sull’economia non osservata, parla di 3 milioni e 132mila unità di lavoro irregolari in Italia e di un’economia non osservata pari a 217,5 miliardi di euro, con un’incidenza del 10,2% sul Pil. Dentro questi numeri non ci sono solo frodi fiscali o statistiche del sommerso. Ci sono braccia, schiene, notti, debiti, paure, silenzi. Ci sono vite umane rese funzionali a un modello produttivo che, quando deraglia, considera la persona meno del prodotto che raccoglie.
Ma i numeri non bastano. Il rischio, oggi, è trasformare anche Amin, Ullah, Safi e Waseem in una breve commozione pubblica destinata a dissolversi. Sarebbe un’ulteriore profanazione. Perché questi ragazzi non sono morti soltanto dentro un minivan incendiato: sono morti dentro un assetto sociale che rende possibile l’impensabile – lavorare senza tutele, vivere ammassati, dipendere da intermediari per spostarsi, mangiare, dormire, ricevere o non ricevere il salario.
E qui va pronunciata una parola scomoda. Lo sfruttamento non passa solo dai campi, ma anche dalle case: stanze affittate a prezzi indecenti, immobili degradati trasformati in dormitori, brande stipate in spazi invivibili. C’è una rendita dell’indecenza che accompagna il caporalato e lo rafforza. Chi lucra sulla vulnerabilità dei lavoratori stranieri non è estraneo alla catena dello sfruttamento: ne è parte, anche quando resta nell’ombra.
Per chi crede, questa tragedia ha il suono antico e terribile della Genesi. «Dov’è Abele, tuo fratello?». Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il guardiano di mio fratello?». Ma Dio riapre quella domanda con parole che oggi sembrano pronunciate sul suolo di Amendolara: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo». Il sangue di questi ragazzi sale dall’Alto Ionio, dalle campagne della Sibaritide, dalle nostre omissioni. Chiama in causa anche una religiosità capace di commuoversi, ma non sempre disposta a compromettersi.
Quando togliamo Dio dal cuore per mettere al suo posto il denaro, non diventiamo più moderni: diventiamo meno umani. Il profitto, se diventa misura assoluta, trasforma il fratello in costo, peso, ingombro. Il caporalato nasce prima nel cuore e poi nei campi: prende forma quando si smette di riconoscere l’altro come prossimo.
Per questo non basta dire “mai più”. Servono scelte nette. Serve una presenza stabile dello Stato prima delle tragedie, non dopo il sangue: controlli ordinari, mobili, interforze, soprattutto nei mesi di raccolta; una mappa permanente del rischio capace di incrociare contratti, trasporti, alloggi, presenze stagionali e segnalazioni di sindacati, Comuni, Caritas, parrocchie e Terzo settore.
Serve spezzare il nodo del trasporto, perché spesso il dominio comincia dal viaggio. Chi controlla il mezzo controlla il lavoratore. A Cassano allo Ionio, nell’ambito di Su.Pr.Eme.2 e del Polo Sociale Integrato gestito da CIDIS ETS e dal Comune, risulta attiva una navetta da 24 posti per i lavoratori migranti non automuniti, operativa dal lunedì al sabato tra centro cittadino, contrade della marina e aziende agricole della Piana di Sibari. È una strada concreta: sottrarre il trasporto agli intermediari significa ridurre una delle principali leve del ricatto.
Serve affrontare la questione abitativa senza ipocrisia. I presìdi temporanei per il lavoro stagionale devono essere luoghi minimi di tutela, non ghetti istituzionali: moduli decorosi, servizi essenziali, mediazione culturale, orientamento legale, assistenza sanitaria, collegamento con Comuni e reti ecclesiali e sociali. La casa, per un lavoratore povero, non è un dettaglio logistico: è il primo confine tra libertà e assoggettamento.
Serve una filiera agricola davvero trasparente. Chi riceve fondi pubblici, contributi europei, risorse Pac (politica agricola comune), Psr (programma di sviluppo rurale) o Pnrr deve dimostrare di produrre senza calpestare la persona. L’8° Rapporto Agromafie Eurispes-Coldiretti stima in 25,2 miliardi di euro il business delle agromafie, segnalando infiltrazioni dal caporalato alla logistica, dai fondi pubblici all’usura, fino al controllo dei mercati. Una filiera opaca colpisce i lavoratori, danneggia gli imprenditori onesti e deforma la concorrenza.
Serve proteggere chi denuncia. Molti lavoratori tacciono perché parlare può significare perdere lavoro, casa, permesso, sicurezza. Una legge che non arriva fino all’ultimo casolare resta una promessa incompiuta; uno sportello che non incontra il lavoratore nei luoghi reali della sua vita resta un servizio a metà.
La Caritas non può e non vuole sostituirsi allo Stato. Ma può stare dove spesso le istituzioni arrivano tardi: accanto alle persone ferite, dentro le pieghe invisibili del bisogno. Può ascoltare, accompagnare, denunciare, costruire alleanze. Può ricordare alla comunità cristiana che l’Eucaristia celebrata sull’altare diventa contraddizione se non riconosce il corpo di Cristo nel bracciante sfruttato, nel migrante senza voce, nel povero che nessuno difende.
Amendolara ci chiede una conversione dello sguardo e dell’azione. Non basta indignarsi: bisogna organizzare l’indignazione. Non basta piangere: bisogna cambiare i dispositivi che generano sfruttamento. Non basta invocare legalità: bisogna renderla conveniente per gli onesti e insostenibile per gli sfruttatori.
L’Alto Ionio e la Piana di Sibari non sono solo terre ferite. Sono anche luoghi di lavoro onesto, comunità generose, parrocchie, cooperative, sindacati, amministratori e volontari che non si arrendono. Proprio per questo occorre una parola chiara: basta con il silenzio, basta con l’emergenza, basta con l’idea che chi viene da lontano possa vivere e morire come un corpo senza storia.
Amin, Ullah, Safi e Waseem non chiedono vendetta. Chiedono verità, giustizia, memoria. Chiedono che la Calabria non si abitui all’orrore e che ciascuno scelga finalmente da che parte stare. Dal suolo di Amendolara il sangue dei fratelli parla ancora. Sta a noi decidere se restare sordi o lasciare che il Signore ci tolga il sonno.
Giuseppe Cascardi, direttore della Caritas della diocesi di Cassano allo Ionio; Angelo Palmieri, osservatorio per le povertà della diocesi di Cassano allo Ionio
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Anna Spena
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