Guida al nuovo Patto Ue sui migranti: come funziona l’Europa-fortezza


I cpr costruiti dal governo italiano in Albania funzionano a singhiozzi, eppure l’Europa li ha presi a modello. Consiglio e Parlamento europeo, infatti, hanno raggiunto l’intesa per dare il via libera al nuovo regolamento sui rimpatri, che, tra le altre cose, prevede appunto la possibilità di esternalizzare in Paesi terzi le procedure di espulsione. È l’ultima pagina del Patto migrazione e asilo, che entrerà in vigore definitivamente il prossimo 12 giugno. A questo punto, l’approvazione da parte della commissione Libe (Libertà civili, giustizia e affari interni) e della plenaria del Parlamento sembra solo una formalità. L’Europa-fortezza prende sempre più forma.

Bruxelles si ispira all’intesa tra Roma e Tirana

Il commissario agli Affari interni, l’austriaco Magnus Brunner, ha salutato l’intesa, arrivata dopo mesi di trattative e diversi rinvii, come «un altro passo importante nella riforma del sistema europeo di gestione della migrazione». Il regolamento è volto a velocizzare le procedure di respingimento delle domande di asilo che hanno maggiore probabilità di essere bocciate. In particolare, il testo impone ai migranti che non hanno diritto a soggiornare nell’Ue – cioè coloro che hanno già ricevuto un provvedimento di rimpatrio – obblighi di cooperazione con le autorità degli Stati membri. Inoltre, le persone soggette a un provvedimento di espulsione ritenute “non collaborative”, o a rischio di fuga, potranno essere detenute per un massimo di due anni, con possibilità di proroga di 30 mesi.

Dal canto loro, gli Stati Ue potranno decidere di costruire degli hub per i rimpatri in Paesi terzi, destinati ad accogliere chi è stato espulso o respinto ed è in attesa di rientrare nel Paese di origine o in un altro Paese terzo. La falsariga è quella del modello Italia-Albania, che in realtà si spinge ancora oltre, perché esternalizza non solo la fase di espulsione ma anche quella della domanda di asilo. Infine, il regolamento prevede la possibilità, su base volontaria, del riconoscimento reciproco dei rimpatri tra i vari Paesi Ue: in questo senso, il testo introduce un Ordine europeo di rimpatrio (Ero), una sorta di modulo condiviso in cui ciascuno Stato dovrà spiegare le ragioni del respingimento.

I nodi del Patto: procedure accelerate e Paesi sicuri

Il Patto migrazione e asilo, approvato nel 2024 e pienamente operativo tra nove giorni, è dunque completo. I pilastri su cui si fonda sono due: procedure di frontiera più rapide e solidarietà obbligatoria tra Paesi membri nella gestione dei flussi. Nel primo caso, il Patto prevede che chiunque arrivi senza permesso – compresi coloro che sbarcano dopo un’operazione di salvataggio – debba entrare in un hotspot dove sarà sottoposto a controlli sanitari e di sicurezza, dove gli verranno prese le impronte digitali che poi saranno inserite nel database Eurodac.

Dopo la schedatura biometrica (la cui età minima è stata abbassata dai 14 ai 6 anni) avverrà una divisione: i migranti verranno indirizzati verso la normale procedura di domanda di asilo o protezione oppure saranno incanalati verso la procedura accelerata – che consente di esaminare le richieste di asilo o di protezione internazionale direttamente ai confini del Paese, nelle zone di transito o in centri di trattenimento specifici.

Questa seconda strada riguarda tutti i cittadini provenienti dai cosiddetti “Paesi terzi sicuri”: per l’Ue, sono Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia (a questo elenco vanno aggiunti i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione salvo situazioni eccezionali di conflitto armato: Albania, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, e con alcune valutazioni specifiche, anche Ucraina, Moldova e Georgia). Inoltre, il regolamento estende la procedura accelerata anche a chi proviene da uno Stato in cui il tasso di accettazione della domanda è inferiore al 20%. Un approccio discutibile, se la definizione di “Paese sicuro” arriva a comprendere Stati dove le violazioni dei diritti umani sono sistematiche e documentate, come la Tunisia.

Oltre Dublino: la solidarietà “flessibile”

L’altra gamba del Patto è il principio di solidarietà obbligatoria tra i Paesi membri. Pensato come modo per superare il regolamento di Dublino – che stabilisce che a occuparsi delle procedure di accoglienza e respingimento sia il Paese di primo ingresso – in modo da non sovraccaricare gli Stati alla frontiera dell’Ue, come Italia, Spagna e Grecia, si tratta di un meccanismo di ripartizione dei flussi. L’applicazione di questa solidarietà, però, è flessibile. I ricollocamenti totali previsti sono 30mila, ma ciascuno Stato potrà rifiutare quelli che gli spettano a fronte di un pagamento di 20mila euro per ogni posto negato.

Niente sconti commerciali per chi non collabora

All’interno del pacchetto di norme che compongono il Patto c’è anche una sorta di “ricatto” per spingere gli Stati extra-Ue a collaborare nelle politiche di rimpatrio. Da un lato, ai Paesi che non accettano voli di rimpatrio, la Commissione applica sanzioni e limitazioni ai visti, dall’altro, con la modifica del Sistema di preferenze generalizzate, cioè lo strumento attraverso cui Paesi extra-Ue (attualmente sono 65) possono godere di agevolazioni nell’accesso al mercato unico europeo, l’Ue ha stabilito la possibilità di revocare le agevolazioni «se un Paese beneficiario non coopera con l’Ue in materia di riammissione dei propri cittadini».

In apertura: Un soccorritore aiuta un bambino nel porto di La Restinga a Hierro, nelle Isole Canarie, 4 novembre 2023 (Humberto Bilbao/Europa Press via AP/Associated Press/LaPresse)

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 Francesco Crippa

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