La serata del 26 maggio 2026 ha superato la semplice presentazione editoriale. Il libro di Testa e Velardi ha offerto l’innesco, poi il dibattito ha portato in superficie un tema più largo: come una tradizione politica costruisce il proprio racconto quando deve fare i conti con le proprie omissioni.
L’evento: luogo, data e cornice politica
Il calendario fissa la scena con precisione: martedì 26 maggio 2026 alle 17.30, sede di via Borgognona a Roma, Sala Einaudi. L’invito ufficiale indicava il saluto iniziale di Giorgio Spaziani Testa, la moderazione di Myrta Merlino e il dialogo degli autori con Guido Crosetto, Roberto Gualtieri, Paolo Mieli e Claudio Petruccioli. La cronaca di Adnkronos collima con la nostra ricostruzione sul dato essenziale: Crosetto non era in sala e ha fatto arrivare un saluto scritto, elemento che ha dato alla discussione una cornice istituzionale più ampia.
La scelta della sede ha inciso sul significato pubblico dell’incontro. Un libro sul Pci discusso nello spazio della proprietà edilizia organizzata produceva una frizione simbolica immediata. Proprio quella distanza ha reso la conversazione meno protetta: la memoria comunista veniva portata fuori dai luoghi consueti della celebrazione e dentro un perimetro dove la parola responsabilità pesava più della fedeltà biografica.
Il libro: un carteggio che lavora contro l’agiografia
La scheda del volume stabilisce un’ossatura molto concreta: 208 pagine, ISBN 9791280447913, prima edizione 2026, collana Altrove. La forma scelta è il carteggio. Questa soluzione sposta il libro lontano dal memoriale compatto, perché ogni passaggio nasce come risposta a un interlocutore e costringe l’autore a esporsi dentro una relazione.
Testa e Velardi trattano il Pci come una storia ancora capace di produrre effetti nel presente. Il loro bersaglio è preciso: il meccanismo con cui una comunità politica riesce a difendere la propria diversità anche quando i fatti costringono a rivedere il lessico. La forma epistolare diventa così un dispositivo di verifica interna. Il ricordo di ciò che si pensava allora lascia spazio a una domanda più utile: quale convenienza identitaria aveva continuare a pensarlo?
Mieli e la parola che cambia la temperatura del confronto
Paolo Mieli ha spostato il baricentro sul rapporto con la menzogna. Il suo passaggio più netto lega la memoria comunista alla capacità di guardare il Novecento sovietico senza scorciatoie consolatorie. Nella registrazione integrale di Radio Radicale, il ragionamento entra in un punto tecnico: la distanza tra la condanna dell’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e la persistenza di riferimenti politici rimasti dentro l’orbita comunista internazionale.
Il valore giornalistico di quel passaggio sta nel metodo. Mieli concentra la sua analisi sulle discontinuità dichiarate e sui residui rimasti nel linguaggio del Pci. Quando una forza politica afferma di avere preso le distanze da Mosca, la verifica passa anche dai nomi che continua a considerare legittimi, dagli esempi che sceglie e dalle omissioni che lascia in circolo.
Il nodo Kádár: perché un nome diventa prova politica
Il caso richiamato da Mieli è János Kádár, figura ungherese che Britannica colloca al vertice del partito comunista dal 1956 al 1988. Nella lettura proposta in sala, quel riferimento serve a contestare una narrazione troppo lineare dello strappo del Pci da Mosca. La verifica storica rende il punto più che polemico: quando un dirigente viene assunto come misura politica, l’identità del partito si valuta anche attraverso la genealogia dei suoi riferimenti.
Qui la discussione tocca un nervo ancora sensibile. La sinistra italiana ha spesso trasformato le proprie svolte in passaggi progressivi, quasi naturali. Il richiamo a Kádár rompe quella continuità rassicurante perché costringe a rimettere sul tavolo una domanda secca: quanto a lungo il Pci ha mantenuto dentro di sé un rispetto politico verso esperienze che la storia europea avrebbe poi giudicato con categorie molto più dure?
Gualtieri e Petruccioli: due modi diversi di leggere la stessa eredità
Roberto Gualtieri ha introdotto un contrappeso. Il Pci fu un unicum nel comunismo occidentale per radicamento e ruolo nella tenuta democratica. Il passaggio definisce il campo: forza civile del partito da una parte e insufficiente cultura di governo nazionale dall’altra. In questa lettura, il problema del post-comunismo nasce anche dalla difficoltà di tradurre una grande macchina di organizzazione sociale in cultura stabile dello Stato.
Claudio Petruccioli ha scelto un’altra soglia: il 21 giugno 1976. Il dato su cui ruota quel ragionamento è solido: l’Archivio storico elettorale del Ministero dell’Interno attribuisce al Pci il 34,37% alla Camera nelle politiche del 1976. La Fondazione Gramsci riporta lo stesso snodo come avvio della fase di solidarietà democratica. Il numero spiega perché Petruccioli parli di occasione mancata: quel consenso era più di un dettaglio parlamentare. Era una soglia identitaria.
Velardi e la dottrina del potere
Velardi ha ricondotto il problema alla dottrina del potere. La sua tesi è scomoda perché trasforma la menzogna da vizio morale a meccanismo funzionale: serve a custodire identità e funzione storica. Il guadagno conoscitivo del libro sta nella domanda sul prezzo pagato per proteggere il mito dopo averne riconosciuto la grandezza civile.
Questa chiave aiuta a capire perché l’autocritica comunista sia stata spesso selettiva. Ammettere l’errore su un singolo episodio è meno costoso che rivedere il modo in cui il partito ha costruito legittimità, appartenenza e gerarchia. La tesi di Velardi colpisce proprio qui: il potere appare come il criterio che decide quali verità possono essere dette.
Testa e la categoria dell’alterità
Testa ha lavorato sulla categoria dell’alterità. La sequenza che propone passa da Berlinguer a Occhetto, da D’Alema a Veltroni, fino al tentativo renziano di rompere gli ultimi tabù. Il filo comune è la normalizzazione interrotta: ogni passaggio riduceva la distanza dalla democrazia occidentale, nessuno riusciva a cancellare del tutto l’idea di una superiorità morale della sinistra postcomunista.
Questa è la parte più attuale del ragionamento. L’alterità va oltre il ricordo di sezione e la formula di identità. È una postura che può sopravvivere al partito, cambiare lessico e continuare a produrre effetti nel modo in cui si giudicano avversari, alleati e compromessi. Il libro diventa rilevante oggi proprio perché mostra la lunga durata di una grammatica politica oltre la fine dell’organizzazione che l’ha generata.
La lettera di Crosetto e il richiamo all’etica repubblicana
La lettera di Crosetto, pubblicata dal Riformista, inserisce il libro in una cornice repubblicana. La formula che pesa è quella dell’etica della responsabilità davanti alle scelte strategiche nazionali. In controluce c’è un confronto tra le grandi appartenenze della Prima Repubblica e l’attuale fragilità del linguaggio pubblico.
Il punto ha rilievo politico. Un democristiano di formazione che scrive la prefazione a un libro di due ex comunisti obbliga il lettore a guardare la Prima Repubblica con una lente meno caricaturale. Lo scontro era durissimo, però esisteva una grammatica istituzionale condivisa. Il libro usa quel passato per interrogare il presente: la responsabilità politica si misura quando una comunità deve scegliere tra la propria biografia e l’interesse generale.
Le immagini confermano la natura pubblica dell’incontro
La conferma visiva dell’evento arriva anche dalla galleria di Formiche, con le immagini della presentazione nella sede nazionale dell’associazione. Il dato fotografico toglie il dibattito dall’astrazione: la discussione sul Pci si è svolta nello spazio di un soggetto storicamente legato alla proprietà privata. Il luogo aggiunge leggibilità al contenuto.
In termini giornalistici, questo dettaglio conta perché mostra la maturazione del libro come fatto pubblico. Una conversazione sulla sinistra italiana si allarga oltre i suoi eredi diretti. Entra in un circuito più largo, dove viene ascoltata da interlocutori con biografie politiche differenti e costringe tutti a misurarsi con una domanda comune: quale parte del passato continua a orientare le decisioni di oggi?
Cosa resta davvero di questa discussione
Il punto politico attuale è la responsabilità della memoria. Un partito può avere contribuito alla democrazia italiana e avere insieme protetto zone di autoinganno. Tenere insieme queste due affermazioni evita la scorciatoia agiografica e la liquidazione rancorosa. Il libro di Testa e Velardi si colloca qui: un lavoro di smontaggio interno, scritto da chi conosce la grammatica dell’appartenenza.
La forza della serata romana sta nella convergenza tra livelli diversi. C’è la scheda editoriale di un volume appena uscito, c’è la voce di due autori che attraversano la propria biografia politica e c’è un confronto pubblico che spinge oltre la celebrazione. La deduzione redazionale è netta: Siamo stati iscritti al PCI riapre il problema del modo in cui una cultura politica decide che cosa dire di sé.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Junior Cristarella
Source link


