UniMol testa l’idrogeno verde nel laboratorio H-Molise


La lettura più utile parte dal luogo in cui il progetto viene verificato. H-Molise consente di osservare la filiera dell’idrogeno verde in scala sperimentale: ingresso dell’energia rinnovabile, trasformazione tramite elettrolisi, conservazione del vettore e uso finale per restituire elettricità al sistema locale.

Perimetro dell’articolo: la ricostruzione separa i fatti già fissati dalla giornata UniMol dalle implicazioni tecniche che dipenderanno da prove, misure e atti applicativi successivi.

Sommario dei contenuti

Cosa è successo a Campobasso

L’evento “Sistemi power-to-power a idrogeno: sicurezza, tecnologie e applicazioni per l’energia distribuita” ha previsto un confronto tra ricercatori, rappresentanti istituzionali, Ordine degli Ingegneri, Vigili del Fuoco e imprese. La scelta dei soggetti coinvolti chiarisce la natura del dossier: l’idrogeno verde entra nella transizione energetica solo quando la tecnologia viene affiancata da criteri di sicurezza, progettazione e gestione.

La sede universitaria ha dato al confronto una funzione diversa dal semplice annuncio. Il passaggio dentro la Biblioteca di Ateneo e poi nel laboratorio H-Molise ha collegato la discussione normativa alla dimostrazione sperimentale, rendendo visibile il rapporto tra ricerca pubblica e applicazioni locali dell’energia distribuita.

Perché il nodo è il power-to-power

Nel linguaggio energetico power-to-power significa trasformare elettricità in un vettore conservabile e riconvertirlo in elettricità quando il sistema lo richiede. Nel caso di HyFLEX il vettore è l’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili, con una logica adatta soprattutto a contesti in cui l’autoconsumo deve assorbire la variabilità di sole, vento e domanda locale.

Il valore tecnico sta nella separazione tra il momento in cui l’energia viene prodotta e il momento in cui serve. Un impianto fotovoltaico può generare più energia nelle ore centrali della giornata rispetto ai consumi reali; una soluzione basata su idrogeno verde può trasformare quell’eccedenza in riserva chimica e renderla disponibile in una fase successiva. La qualità del sistema si misura però su efficienza complessiva, costi, sicurezza operativa e continuità di gestione.

H-Molise: il laboratorio come banco di prova

H-Molise è il punto in cui l’idea smette di restare astratta. Il laboratorio è descritto come infrastruttura sperimentale dell’Ateneo per la ricerca sulla transizione energetica e come Living Lab, quindi come ambiente in cui la tecnologia viene testata con una relazione diretta tra apparecchiatura, gestione dei flussi e condizioni di utilizzo.

La configurazione richiamata per H-Molise mette insieme elettrolisi, riconversione tramite celle a combustibile e accumulo a idruri. Questa architettura è importante perché permette di studiare la catena completa: se si osserva solo la produzione dell’idrogeno si perde il tema dell’uso finale, se si guarda solo la cella a combustibile si perde il tema dell’origine rinnovabile del vettore. Il laboratorio tiene le fasi nello stesso circuito di verifica.

Sicurezza degli impianti: la parte che decide la replicabilità

La presenza dei Vigili del Fuoco e dell’Ordine degli Ingegneri porta il progetto sul terreno decisivo della sicurezza. Un sistema a idrogeno richiede controllo delle pressioni, valutazione degli spazi, procedure di emergenza, sensoristica adeguata e personale formato. La tecnologia può essere promettente solo se il suo esercizio è leggibile da chi autorizza, progetta e interviene in caso di criticità.

La deduzione operativa è netta: HyFLEX prova un modello che potrà essere replicato soltanto se il laboratorio produrrà dati energetici insieme a criteri tecnici trasferibili. Le comunità energetiche e i sistemi locali di autoconsumo hanno bisogno di soluzioni comprensibili per progettisti, gestori e autorità competenti.

Il quadro PNRR in cui entra HyFLEX

HyFLEX è indicato come progetto finanziato nel perimetro dell’Investimento 3.5 Ricerca e sviluppo sull’idrogeno della Missione 2 Componente 2 del PNRR, con richiamo al decreto MASE n. 438 del 13 dicembre 2024. Questo colloca il dossier UniMol dentro una politica pubblica che sostiene ricerca industriale e sviluppo sperimentale sull’idrogeno, con attenzione alla produzione verde, allo stoccaggio, alla riconversione e ai sistemi intelligenti di gestione.

Per il Molise il punto è territoriale. Un progetto power-to-power diventa utile se riesce a dialogare con reti locali, edifici, piccole imprese, servizi pubblici e aree interne dove la resilienza energetica vale quanto la decarbonizzazione. La ricerca universitaria assume così una funzione di prova: misura quali configurazioni possono funzionare prima che il mercato o gli enti pubblici debbano assumersi il rischio di una diffusione più ampia.

Il ruolo dei partner industriali

La collaborazione con FlexyGrid S.r.l. e Hybitat S.r.l. dà al progetto un aggancio industriale. FlexyGrid opera nell’area della gestione energetica, delle comunità energetiche, dei gruppi di autoconsumo e dei mercati locali di flessibilità. Hybitat sviluppa soluzioni compatte per accumulo energetico basato su idrogeno verde, con particolare attenzione agli edifici e all’uso dell’energia quando la produzione rinnovabile è distante dal fabbisogno.

In questa combinazione si vede l’architettura di HyFLEX: da una parte serve un sistema fisico per produrre e conservare idrogeno, dall’altra serve una logica di gestione capace di decidere quando produrre, quando accumulare e quando riconvertire. Senza questa intelligenza di controllo, l’idrogeno resta un serbatoio; con il controllo energetico diventa una componente di flessibilità.

Comunità energetiche e aree interne: la ricaduta concreta

Il bersaglio più interessante riguarda Comunità Energetiche Rinnovabili e sistemi locali di autoconsumo. In questi contesti il problema riguarda la produzione di energia pulita e la capacità di assorbire gli scarti temporali tra generazione e domanda. L’idrogeno verde può diventare una soluzione di accumulo di lunga durata se il rapporto tra energia immessa, energia recuperata, costo degli apparati e sicurezza di esercizio resta sostenibile.

Per le aree interne del Mezzogiorno la questione ha un valore aggiuntivo. La rete può essere più fragile, i consumi più distribuiti e gli investimenti privati più difficili da attrarre. Un modello replicabile nato in laboratorio può aiutare enti locali e imprese a ragionare su taglie più piccole, impianti modulari e gestione condivisa dell’energia.

Cosa monitorare dopo la giornata UniMol

La fase successiva deve produrre informazioni misurabili. I punti da seguire sono rendimento dell’intero ciclo, comportamento dell’accumulo a idruri, stabilità della cella a combustibile, tempi di risposta del sistema e capacità dell’Energy Management System di governare la produzione rinnovabile intermittente. Sono questi dati a dire se la configurazione resta una prova di laboratorio o se può diventare un modello trasferibile.

La giornata del 26 maggio serve quindi come apertura di fascicolo. Da qui in avanti il valore del progetto dipenderà dalla qualità delle sperimentazioni, dalla trasparenza dei risultati e dalla possibilità di tradurre la tecnologia in soluzioni comprensibili per comunità energetiche, amministrazioni e imprese locali.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Junior Cristarella

Source link

Di