Fabio Anselmo è l’avvocato di Ferrara che ha cambiato il corso della storia per il barbaro omicidio volontario pluriaggravato di Denis Bergamini fatto passare per un suicidio per quasi 30 anni. E’ stato lui a guidare la famiglia Bergamini verso la verità e la giustizia che finalmente stanno emergendo sia dal processo di primo grado sia dal processo d’appello. Ieri a Catanzaro, Anselmo ha ricostruito con dovizia di dettagli e particolari tutto il doloroso iter del caso.
Anselmo ha impostato tutta la sua discussione su un paradosso. La difesa dell’imputata Isabella Internò ha cavalcato per tutta la durata del processo di primo grado la tesi di un “complotto” contro la donna ordito dallo stesso Anselmo e da non meglio specificati “poteri forti” per inchiodarla alle sue responsabilità. E per dimostrare questa tesi, gli avvocati di Internò hanno seminato per anni un sentimento di odio, critica, denigrazione e sistematica “demolizione” verso il pubblico ministero, i testimoni del processo, verso i legali di parte civile ma soprattutto sull’unica superstite della famiglia Bergamini ovvero Donata. “La famiglia di Denis – ha detto Anselmo – ha subito infamie, insulti e accuse sia sui media che nelle aule di giustizia: e se una caccia alla strega vi è stata, la strega additata non era Isabella Internò ma Donata Bergamini”. E così Fabio Anselmo ha ribaltato il concetto affermando con cognizione di causa che in questa vicenda il solo complotto che tutti hanno potuto toccare con mano è quello che ha portato a due assurde archiviazioni delle indagini nonostante fosse chiarissimo fin dall’inizio che ci si trovava davanti ad un omicidio fatto passare per suicidio.
Il legale ferrarese ha chiarito come siano stati 6-7 personaggi a determinare un corto circuito nelle indagini passando alla genesi delle indagini subito dopo l’omicidio per chiarire realmente cosa è successo. La certificazione della morte e l’ispezione cadaverica sul nostro Campione sono clamorosamente false: l’hanno certificato in maniera sconcertante un medico e un maresciallo dei carabinieri, tanto che la presidente della Corte nel processo di primo grado era stata praticamente costretta a convocare e anche d’urgenza colui che all’epoca era il titolare delle indagini ovvero l’ex procuratore capo di Castrovillari Ottavio Abbate, che ha fatto quello che sanno tutti: ha confermato di essere un servitore infedele dello stato.
“Il medico De Marco ha scritto il falso – ha affermato con convinzione Anselmo -. In udienza prima ha avanzato solo dubbi e poi è crollato. Il dott. De Marco viene chiamato sul posto dai carabinieri per certificarne la morte. Il corpo è vestito, prono sull’asfalto ma lui vede un inesistente sfondamento toracico. In udienza si è giustificato dicendo che in quei momenti era giovane ed inesperto e quindi molto teso e che non rifarebbe mai quel certificato. Ma allora perché è stato fatto quel certificato falso di morte? Perché il brigadiere Barbuscio mente? Altro che complotto di Donata Bergamini… Perché si certifica il falso? E questo è soltanto il primo grave depistaggio ed è evidente che quelle due archiviazioni del caso urlano vendetta. Barbuscio ascolta Internò alle 20,30 e Pisano alle 22,45, poi il pm autorizza la rimozione della salma e il camion viene incredibilmente riconsegnato! Eppure, stiamo parlando di Bergamini, il ragazzo, il calciatore più conosciuto di Cosenza! C’è un evidente corto circuito nelle indagini sin dal primo momento, eppure prosegue senza che nessuno si opponga: è la cronologia dei fatti che parla chiaro”.
L’avvocato Anselmo afferma di essersi sentito trasecolato quando il pm Abbate, convocato d’urgenza, ha detto che per avere sul posto un medico legale ci sarebbero volute 4 ore perché doveva arrivare da Bari. Sembra fantasia, ma è la triste realtà. E non è finita qui. Poi è il turno del dottor Raimondi, dirigente del pronto soccorso dell’ospedale di Trebisacce ove il giorno successivo verrà fatta l’ispezione del cadavere disposta dall’autorità giudiziaria. Nella Camera mortuaria ci sono lui, il maresciallo Carbone ed il Procuratore della Repubblica Ottavio Abbate.
Il verbale descrive un’accurata osservazione del corpo con verifica di ipostasi tramite digitopressione, rigidità muscolare politraumatismi alle ossa in varie parti del corpo. Il tutto sarebbe stato scritto sotto dettatura del dottor Raimondi che, però, ha negato decisamente di averlo fatto e di aver ricevuto un incarico in tal senso. Raimondi, quando viene ascoltato in udienza, bolle dentro e dice la verità: non ha mai firmato e meno che meno ha dettato. Ha visto la situazione e se n’è andato sdegnato. Anche il maresciallo Carbone viene chiamato a testimoniare e sia lui sia Raimondi sono concordi su un fatto: quell’ispezione si è tradotta in realtà in una fugace osservazione del corpo vestito a due metri di distanza: le operazioni quindi descritte non sono mai avvenute, in realtà.
E il magistrato Ottavio Abbate? In udienza si giustifica dicendo che gli è sfuggito e che in ogni caso non se lo sa spiegare ma in verità i fatti sono molto chiari: Abbate era perfettamente consapevole di quanto stava facendo perché altrimenti non si scrive e si certifica il falso. E la prova provata è che non dispone l’autopsia e dispone invece la distruzione dei vestiti, perché solo lui può dare quell’ordine, che poi viene eseguito all’ospedale di Cosenza. Il giallo dei vestiti è un altro capitolo incredibile di questa storia. Raimondi afferma che il cadavere non è stato toccato e non era vestito, mentre Abbate dice che era a torso nudo. Raimondi e Carbone nel loro verbale attestano che il cadavere non è stato toccato, poi però descrivono dettagliatamente lesioni che non ci sono. “Siamo noi che facciamo i complotti? – ha chiosato il legale -. Smettetela di dire che questo caso è stato archiviato due volte (rivolto agli avvocati della difesa, ndr)”.
Anselmo, a questo punto, elogia l’ingegnere Coscarelli che ammette con coraggio di essere stato costretto a firmare una relazione falsa senza nessun elemento e senza neanche… il camion che è stato riconsegnato a Pisano. Poi insieme a Barbuscio non può che rilevare che i 59 metri di trascinamento indicati dal carabiniere non ci sono ma non modifica il suo verbale! Perché?
Ampio spazio è stato dedicato anche alle intercettazioni ambientali che coinvolsero Isabella Internò, in particolare quella del 29 novembre 2011, quando venne convocata dall’allora procuratore Giacomantonio Secondo Anselmo «lì viene fuori la verità». Fabio Anselmo è partito dall’analisi delle intercettazioni tra marito e moglie del 2011 e del 2013. “Conte rispetto alla moglie si preoccupa più del fatto di non fare la figura del cornuto che dell’episodio. Il tenore delle conversazioni in una prima fase si mantiene sul doppio binario. Lui prova a istruire la moglie su quello che deve dire ma sa anche che ha davanti una mentitrice patologica… è difficile capire gli equilibri dei rapporti in una coppia”. A Conte non interessa niente di Bergamini, lui era legato a Isabella anche prima dell’omicidio. Nel 2011 Conte chiede alla moglie di non scendere in particolari intimi della sua relazione con Denis e le dà le istruzioni in vista dell’interrogatorio in procura: “Mi trovavo a casa, ha telefonato lui…”. Ma anche: “Forse la telefonata l’ha presa mia mamma”. L’obiettivo è creare confusione perché non è vero che Conte è all’oscuro di tutto come qualcuno potrebbe credere ma sa perfettamente che il problema della telefonata è enorme. Ormai lo sanno tutti che è stato Denis Bergamini a essere “chiamato a rapporto” dalla famiglia di Isabella Internò il 18 novembre 1989, giorno della sua morte, e non il contrario, come sostiene la difesa affermando che era stato Denis a telefonare all’ex fidanzata.
Nel 2011 Conte litiga con la moglie perché ha negato al magistrato che fossero fidanzati già nel novembre del 1989. “Te l’hanno chiesto perché loro lo sanno”. A quel punto Internò replica al marito ricordandogli di aver fatto quello che le ha sempre chiesto lui, e cioè di non metterlo in mezzo a questa situazione. E lui ribatte dicendo che avrebbe dovuto capirlo. Vista la piega che hanno preso gli eventi, Conte cambia registro ed è costretto a occuparsi molto più della dinamica dei fatti che delle sue protuberanze in testa, anche perché è proprio il “lavoro” che fa ovvero quello del poliziotto ad inchiodarlo a Isabella per sempre: non può scappare, è come se si fosse chiuso da solo in una gabbia. E prima o poi queste contraddizioni esploderanno…
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Iacchite
Source link
