Nel dibattito sull’inclusione scolastica si parla spesso di numeri assoluti. E i numeri riportati oggi dall’ISTAT dicono che gli insegnanti per il sostegno hanno superato quota 261mila, con un incremento del 6% rispetto all’anno scorso.
Il rapporto alunno-docente è di 1,4 nella scuola statale, persino migliore del parametro 2:1 raccomandato dalla legge. Fin qui, la superficie rassicurante. Sotto la superficie, però, resiste un problema storico: la mancanza di specializzazione.
Il 22% dei docenti di sostegno – circa 57mila persone – non ha mai frequentato il corso specifico. Sono insegnanti curricolari “prestati” al sostegno per tappare i buchi organici. La novità è che la quota di specializzati è salita dal 63% al 78% in cinque anni. Un progresso, senza dubbio. Ma la media nazionale nasconde una frattura territoriale netta: al Nord il 32% dei docenti di sostegno è privo del titolo, nel Mezzogiorno solo l’11%. Una forbice che parla di organizzazione regionale, di offerta formativa, ma anche di capacità attrattiva dei posti.
Perché un insegnante specializzato dovrebbe accettare una supplenza in Lombardia o Piemonte, dove il costo della vita è alto e le graduatorie scorrono lentamente, quando al Sud trova posto più facilmente e con minore concorrenza? Non è l’unica spiegazione, ma pesa.
Il fenomeno si acuisce nei primi gradi scolastici: alla scuola d’infanzia il 27% dei docenti di sostegno non è specializzato, alla primaria il 28%. Alle superiori la percentuale crolla al 10%. Qui entra in gioco un altro meccanismo: la complessità della disciplina. Alle medie superiori, un docente curricolare senza formazione specifica si trova spesso in difficoltà di fronte a ragazzi con bisogni complessi; le scuole tendono quindi a riservare i posti a figure più qualificate, dove possibile.
Il paradosso è che proprio laddove l’inclusione dovrebbe essere più avanzata – il Nord industrializzato, con maggiori risorse e servizi – la preparazione degli insegnanti risulta più carente. Un cortocircuito che le famiglie vivono sulla propria pelle, quando il sostegno assegnato al figlio viene coperto da un docente di chimica o di lettere senza alcuna competenza in pedagogia speciale. Le statistiche non fotografano la qualità della didattica, ma offrono un campanello d’allarme che sarebbe miope ignorare.
Ritardi nelle cattedre: un anno scolastico che parte zoppo
Nell’autunno del 2024, poi, oltre il 22% dei docenti per il sostegno non era ancora stato assegnato. Trascorso un mese dalle prime campanelle, il 10% dei posti risultava ancora vacante. Significa che migliaia di alunni con disabilità hanno iniziato le lezioni senza la figura pensata per accompagnarli.
Il dato più sorprendente è che i ritardi non si distribuiscono in modo casuale. Colpiscono soprattutto la scuola dell’infanzia (27% di posti scoperti all’inizio) e la primaria (25%). E ancora una volta il Nord si distingue in negativo: lì la quota di docenti non ancora in cattedra a settembre raggiunge il 26%, contro percentuali più basse nelle altre ripartizioni. Perché? Le ragioni sono intrecciate. Al Nord ci sono più supplenze brevi, più passaggi tra graduatorie diverse, una mobilità degli insegnanti più elevata. Ma anche un fattore meno noto: le procedure di nomina, delegate agli Uffici scolastici regionali, scontano disomogeneità organizzative che in alcune aree si traducono in convocazioni a ridosso dell’inizio o addirittura dopo.
Le conseguenze non sono solo amministrative. Per un bambino con autismo o con gravi difficoltà comunicative, le prime settimane di scuola sono cruciali: servono a costruire fiducia, a stabilire routine, a far conoscere l’insegnante di riferimento. Quando quel rapporto parte in ritardo, lo scompenso si ripercuote sull’intero anno. I docenti che arrivano dopo devono recuperare il tempo perduto, spesso senza conoscere il Piano educativo individualizzato né avere avuto un passaggio di consegne adeguato.
I sindacati denunciano da anni l’inefficienza delle procedure, ma i numeri non migliorano in modo significativo. Il MiM ha promosso anticipazioni delle operazioni di nomina, ma i margini di miglioramento restano modesti, soprattutto nelle regioni dove la carenza di candidati specializzati si somma alla lentezza burocratica. Finché un alunno su dieci inizia il percorso scolastico senza il docente di sostegno, parlare di “inclusione piena” suona quanto meno prematuro.
Cambi d’insegnante di sostegno: una discontinuità che danneggia l’apprendimento
Tra i dati più eloquenti del rapporto ISTAT, POI, ce n’è uno che spesso sfugge al grande pubblico: il 59,7% degli alunni con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente o durante l’anno stesso. Nel dettaglio, il 50,4% ha subito una sostituzione nel passaggio tra un anno scolastico e l’altro; l’1,7% ha visto cambiare il proprio docente nel corso delle lezioni; il 7,4% ha sperimentato entrambe le situazioni. Tradotto: più della metà degli studenti con sostegno non trova stabilità nella figura che dovrebbe seguirlo nel suo percorso.
Il fenomeno è ancora più marcato alla scuola dell’infanzia (70%) e alla secondaria di primo grado (61%). Le cause sono molteplici: supplenze brevi, docenti che ottengono il trasferimento, maternità, malattie, ma anche la stessa frammentazione del sistema di assegnazione. In molti istituti, l’insegnante di sostegno viene nominato sulla cattedra, non sull’alunno. Ciò significa che se un docente specializzato lascia la scuola, lo studente perde il riferimento senza che vi sia un vero e proprio “passaggio di consegne” strutturato.
Per un ragazzo con disabilità intellettiva o disturbi dello spettro autistico, cambiare insegnante di sostegno non è un fastidio marginale. Significa ricominciare da capo la relazione educativa: l’insegnante deve imparare a conoscere i suoi tempi, le sue reazioni, i suoi canali comunicativi. Il nuovo docente, per quanto preparato, parte da zero. E mentre si ambienta, l’alunno rischia di arretrare nelle autonomie già acquisite.
Non solo. La discontinuità si accompagna spesso a un altro problema: l’assenza di coordinamento con i docenti curricolari. Quando l’insegnante di sostegno cambia, i colleghi di classe devono ridefinire modalità e strategie condivise. Se poi il cambio avviene a novembre o gennaio, il lavoro di programmazione collegiale viene stravolto. Non c’è da stupirsi, allora, se molte famiglie segnalano che il sostegno ricevuto è “a singhiozzo” o “non continuo”.
L’ISTAT osserva che tale criticità è stabile nel tempo e non mostra significative differenze territoriali. In altre parole, né il Nord né il Sud sono riusciti a risolverla. È una faglia profonda del modello di inclusione: molta attenzione al numero di ore e ai rapporti numerici, ma poca alla qualità relazionale e alla continuità educativa. Fino a quando un alunno su due cambierà il proprio insegnante di riferimento da un anno all’altro, l’inclusione resterà un diritto solo parzialmente realizzato.
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Andrea Carlino
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