«La resilienza della classe dirigente italiana è stata, in questi anni, una delle infrastrutture invisibili della tenuta del Paese. Dalla pandemia alle crisi economiche e geopolitiche, i manager hanno garantito continuità, innovazione e coesione sociale. Eppure, come gran parte del ceto medio produttivo, hanno pagato un prezzo altissimo al cambiamento. È tempo di restituire al capitale manageriale la centralità che merita nello sviluppo economico e istituzionale dell’Italia»: così Stefano Cuzzilla, presidente della Cida, confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità che quest’anno celebra ottant’anni di storia, esordisce in quest’intervista con Economy sul futuro dell’economia nazionale descritto dal punto di vista manageriale e raccontato anche con le nuove metriche dell’innovazione digitale. «La strategia c’è, ora servono competenze e capacità esecutiva», aggiunge Cuzzilla (che nella vita professionale è appena stato nominato presidente di Terna dopo esserlo stato di Trenitalia) e cita il Libro bianco del Mimit: «Su questi valori si gioca tutto».
Presidente, partiamo proprio dalla resilienza. Che cosa significa concretamente per la categoria?
Significa che i manager italiani, nei momenti più duri, hanno tenuto in piedi le imprese con strumenti concreti e modalità implementative che hanno fatto la differenza. Durante il Covid abbiamo riscritto i modelli di business, accelerato sulla digitalizzazione, presidiato le filiere quando le filiere erano sotto attacco. E non parlo solo della dirigenza privata: dirigenti scolastici e medici hanno saputo riorganizzare in tempi rapidissimi scuola e sanità, rispondendo a un’emergenza senza precedenti. Non è retorica: è una capacità di reggere shock multipli – finanziari, sanitari, geopolitici, tecnologici – che oggi rappresenta un patrimonio per l’intero Paese. Non è un caso che Cida celebri quest’anno ottant’anni di storia, gli stessi della Repubblica: la dirigenza italiana ha attraversato insieme al Paese tutte le sue grandi stagioni di cambiamento, dalla ricostruzione del dopoguerra fino alle sfide della competitività globale e dell’innovazione.
Eppure lei dice che i manager hanno pagato un prezzo altissimo. In che senso?
Nel senso fiscale, innanzitutto. Un manager italiano con 60mila euro di reddito lordo paga aliquote che altrove si applicano a redditi quattro volte superiori. È un’anomalia: i nostri dirigenti sono tra i pochi che pagano sempre le tasse e ne pagano troppe. C’è poi la questione delle pensioni: da venticinque anni, manovra dopo manovra, si è alterata l’indicizzazione penalizzando chi ha contribuito di più. E c’è il capitolo, non meno serio, degli stipendi nel pubblico impiego: troppo bassi per risultare un settore attrattivo. Una rigidità che rischiano di provocare una pericolosa perdita di competenze in magistratura, forze armate, sanità, università, ricerca. Il ceto medio è stato trascurato e spremuto. Serve una riforma Irpef che alleggerisca il lavoro dipendente, più equità nel welfare, una nuova centralità del merito. È il senso del “patto” che Cida propone al Paese.
Veniamo all’industria. Lei ha sempre denunciato un paradosso: imprese che non trovano manager.
È un dato strutturale. Un’impresa su due fatica a trovare profili manageriali adeguati, e oltre tre quarti dichiara di non riuscire a identificare le caratteristiche necessarie a governare processi e cambiamenti. Le cause sono due: scarsità di candidati e preparazione inadeguata. Sul digitale la situazione è ancora più critica: la carenza di competenze e percorsi formativi adeguati resta il principale ostacolo all’adozione dell’intelligenza artificiale e il livello di innovazione digitale delle nostre Pmi è ancora significativamente al di sotto della media europea. Oggi il rischio è che le imprese adottino l’AI prima di costruire cultura manageriale, governance e capacità organizzative adeguate a governarla. È qui che si gioca la competitività del Paese nei prossimi dieci anni.
Competenze, digitale, filiere: tutto sembra connesso. Esiste una misura di questa interdipendenza?
Che l’Italia delle filiere vale 2.600 miliardi e che il capitale manageriale è un moltiplicatore competitivo misurabile. Le crisi degli ultimi anni ci hanno mostrato quanto il nostro sistema economico sia interconnesso: lungo le filiere si propagano sia le fragilità sia le opportunità. Oggi la competitività non dipende più solo dalla forza della singola impresa, ma dalla capacità delle filiere di trasformare conoscenza, tecnologia e cultura produttiva in valore. Dopo pandemia, crisi energetica e tensioni geopolitiche, è evidente che da soli non si regge più: si compete solo se si sta dentro ecosistemi forti e integrati.
Transizione digitale e transizione energetica: due rivoluzioni o una sola?
Due facce della stessa medaglia, e in entrambe il fattore limitante sono le competenze. La domanda di manager esperti in sostenibilità cresce del 5% l’anno, mentre trasformazione energetica e trasformazione digitale richiedono sempre più figure capaci di tradurre innovazione, regolazione e tecnologia in decisioni strategiche. Sono fenomeni che si alimentano a vicenda e che impongono una nuova generazione di manager in grado di leggere la complessità in modo sistemico: non specialisti verticali, ma figure capaci di connettere mercati, territori, industria e innovazione. È una sfida di sistema.
C’è una categoria su cui ha investito molto: gli over 50. Perché?
Perché considerare i senior come una risorsa da accompagnare fuori dal mercato del lavoro è un errore culturale e strategico che il Paese non può più permettersi. In una società che invecchia, il capitale di esperienza rappresenta una risorsa decisiva. Nel 2024 le richieste di supporto alla ricollocazione manageriale sono cresciute sensibilmente e gli over 50 rappresentano la quota più consistente di questa domanda. Questo significa che esiste un enorme patrimonio professionale che rischia di essere disperso proprio mentre aumenta il bisogno di competenze per governare trasformazioni sempre più complesse.
E le donne manager?
Solo il 18% dei contratti dirigenziali è occupato da donne, una quota cresciuta appena dello 0,3% in dieci anni. Le donne guadagnano il 13% in meno all’ora e il gap aumenta ai vertici. La pandemia ha quasi raddoppiato, rispetto agli uomini, il rischio di uscita dal mercato del lavoro per le lavoratrici. Eppure il riequilibrio di genere aumenta competitività, ricavi aziendali e Pil. Non è una questione di rappresentanza. È un tema di crescita del Paese. Servono incentivi all’assunzione, formazione dedicata e strumenti concreti per favorire l’accesso delle donne ai ruoli apicali.
Cosa porta in dote, negli altri incarichi che riveste, di questo lungo percorso nella rappresentanza?
Porto in dote la cultura del management italiano: pragmatismo, capacità di anticipare le crisi, attenzione ai territori e alle persone. E un’idea precisa: che i manager – nelle imprese, nelle filiere, nelle infrastrutture – siano la cerniera tra strategia e capacità esecutiva. È esattamente il punto del Libro bianco del Mimit che ho richiamato all’inizio: le direttrici sono giuste, demografia, geopolitica, digitale ed energia sono temi inseparabili, ma senza un management all’altezza non si arriva.
Ultima domanda: l’innovazione digitale ha nuove metriche. Quali guarda con più attenzione?
Il tasso di intensità manageriale delle filiere, l’indice di adozione dell’AI nelle Pmi, il gender balance ai vertici, il time-to-skill – cioè il tempo necessario a riqualificare un manager su nuove competenze – e la resilienza infrastrutturale digitale, che oggi significa capacità di prevenire attacchi e proteggere flussi strategici. Sono questi i numeri che raccontano se un Paese è pronto al futuro. L’Italia ha tutti gli ingredienti: un tessuto industriale unico, filiere di, una classe manageriale che ha dimostrato di reggere gli shock. Se mette al centro il suo capitale manageriale, può esserlo. È la scommessa del decennio. Ed è anche il senso del primo grande appuntamento con cui Cida aprirà le celebrazioni dei suoi 80 anni: il 10 giugno alla Camera dei Deputati, insieme ad AI4I, con la presentazione dell’AI Management Index, una delle prime ricerche nazionali dedicate al rapporto tra intelligenza artificiale, managerialità e capacità di governo delle organizzazioni.
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