Sin Valle del Sacco, 30 anni di scemenze i valori dentro sono uguali a quelli fuori

Per trent’anni la Valle del Sacco ha vissuto con il destino scritto nel nome di un fiume. Tutto quello che cresceva lì dentro – fabbriche, imprese, progetti, speranze – portava il marchio del luogo avvelenato. Poi è arrivata la scienza. E ha scoperto che i valori dei terreni dentro il SIN sono praticamente identici a quelli rilevati fuori. La natura, indifferente alle narrazioni, aveva fatto quello che fa sempre: il suo corso.

Ci sono voluti 150 campioni di suolo, 6 istituzioni scientifiche e 20 anni di attesa per scoprire quello che i geologi avrebbero potuto spiegare prima: nella Valle del Sacco i metalli nel terreno non vengono dalle ciminiere. Vengono dalla roccia. Il SIN più discusso del Lazio era, in buona parte, un problema geologico spacciato per un crimine industriale.

La scienza, quando arriva, non chiede scusa per il ritardo: presenta semplicemente i dati. E i dati dello studio ARPA Lazio (cioè il guardiano statale sull’inquinamento nel Lazio) sulla Valle del Sacco dicono una cosa sola, con la precisione impietosa dei numeri: i valori di metalli e metalloidi rilevati dentro il perimetro del SIN sono sostanzialmente uguali a quelli rilevati fuori. L’emergenza c’era. Ma non era dove tutti dicevano.

La verità di Arpa

A provarlo scientificamente sono i 150 campioni di terreno esaminati in sei laboratori diversi. Arpa Lazio ha illustrato in modo ufficiale i suoi risultati nel pomeriggio di mercoledì. Lo ha fatto con i suoi massimi esperti sul Sin: non durante una chiacchierata informale al bar ma durante un incontro ufficiale tenuto nella sede di Frosinone della regione Lazio. A sollecitarlo è stato l’onorevole Aldo Mattia.

Cosa succede quando l’allarme è più grande del pericolo? Nella Valle del Sacco è successo questo: un territorio produttivo tra i più rilevanti del Centro Italia è rimasto paralizzato per decenni da un vincolo — il SIN «Bacino del Fiume Sacco» — costruito su dati incompleti e alimentato da narrazioni che la scienza, oggi, corregge con la silenziosa autorità dei campionamenti. I valori dentro il perimetro sono uguali a quelli fuori. Era la geologia, non l’industria.

C’è una caratteristica che torna spesso nelle grandi narrazioni ambientali del nostro Paese: l’allarme precede sempre la scienza, e quando la scienza arriva — misurata, documentata, rigorosa — il dibattito ha già prodotto i suoi effetti. Spesso irreversibili. Spesso costosi. E quasi sempre a danno di chi in quei luoghi ha la sfortuna di vivere e lavorare.

La valle delle fesserie

Foto © John Still via Imagoeconomica

Vale anche per la Valle del Sacco e per il SIN – Sito di Interesse Nazionale per l’inquinamento “Bacino del Fiume Sacco”: settimo per estensione in Italia, 19 Comuni coinvolti da Artena a Supino, da Frosinone a Colleferro. Un’area che da decenni porta cucita addosso l’etichetta della terra avvelenata come un marchio d’infamia difficile da scrollarsi di dosso.

Lo studio condotto da ARPA Lazio in collaborazione con un parterre scientifico di tutto rispetto — IRSA-CNRISPRAISSIZSLt e Regione Lazio — restituisce un dato che ha il sapore della correzione storica. Innanzitutto chi ha investigato sul piano scientifico: Irsa è la sezione del Consiglio Nazionale delle Ricerche dello Stato italiano specializzata nelle ricerche sulle acque. Ispra è l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente. Invece ISS è l’Istituto Superiore di Sanità del Ministero della Salute, mentre IZSLt è l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio. Cosa dicono quegli enti di ricerca scientifica?

L’analisi delle provette

I campionamenti eseguiti su 150 punti di prelievo, distribuiti sia all’interno del perimetro del SIN sia in una fascia esterna di tre chilometri, hanno rilevato una coincidenza sostanziale tra i valori riscontrati dentro e fuori. La presenza di metalli e metalloidi nel suolo, che per anni ha alimentato scenari apocalittici e contentini elettorali di ogni colore, è riconducibile — secondo i ricercatori — a fenomeni di origine naturale, legati all’assetto geologico del territorio, non alle pressioni antropiche delle attività industriali.

Le relazioni

Mauro D’Angelantonio dell’ARPA Lazio lo ha spiegato con quella chiarezza che ai tecnici riesce meglio che ai politici: c’è stato un errore di metodo. Cioè? Il modello metodologico partiva dall’assenza di interferenze umane nelle zone campionate. Si voleva verificare se il fenomeno fosse davvero specifico del SIN o se invece si trattasse di una condizione diffusa. La risposta, consegnata al laboratorio nel giugno 2025, è arrivata inequivocabile: i valori sono correlati, dentro e fuori, perché il sottosuolo parla la stessa lingua geologica ovunque.

Wanda D’Ercole, espertissima direttore del settore Ambiente, Transizione Energetica e Ciclo dei Rifiuti della Regione Lazio, ha parlato di «valutazioni favorevoli» che «ci danno oggi» una lettura nuova: l’attività umana, nella realtà dei fatti, incide assai meno di quanto la narrazione prevalente abbia fatto credere. «Non ci sono responsabilità dell’uomo, al di là di quelle in alcune discariche», ha precisato. Una frase che vale da sola più di molti convegni sull’argomento.

Ma i problemi ci sono

Non bisogna cedere alla tentazione della smentita totale: esistono problemi reali in quel territorio, come in molti altri contesti produttivi italiani. Le discariche citate dai ricercatori ne sono testimonianza. Ma esiste anche ed è questo il punto, una differenza abissale tra il problema reale e il problema amplificato, tra la preoccupazione legittima e l’anatema sistematico che finisce per trasformare un’intera area geografica in un caso giudiziario permanente.

(Foto © DepositPhotos.com)

È accaduto alla Valle del Sacco. Per anni il SIN ha funzionato come un lasciapassare al contrario: non per entrare in un territorio, ma per uscirne. Gli insediamenti produttivi hanno guardato altrove. I finanziamenti europei hanno incontrato resistenze burocratiche di ogni genere. I Comuni compresi nel perimetro si sono ritrovati con un vincolo che limitava ogni progetto di sviluppo, mentre i dati scientifici, quelli veri, non quelli delle campagne mediatiche, raccontano una storia più complessa e meno catastrofica.

Il ruolo di Aldo Mattia

L’onorevole Aldo Mattia, componente della VIII Commissione Ambiente della Camera, ha avuto il merito della franchezza: «Dobbiamo tutelare la salute pubblica e l’ambiente, ma se ci sono le condizioni per riperimetrare il SIN, lo dobbiamo fare perché dobbiamo tutelare anche le attività produttive». Una posizione che in altri tempi avrebbe attirato accuse di complicità industriale. Oggi, alla luce dei dati ARPA, suona come il minimo sindacale del buon senso.

L’onorevole Aldo Mattia e l’assessore Fabrizio Ghera

L’assessore regionale Fabrizio Ghera ha annunciato per l’8 luglio un incontro con il Comitato di vigilanza e controllo del Ministero, con l’obiettivo esplicito di avviare il processo di riperimetrazione. Cambieranno i confini della Valle: è il primo segnale concreto che qualcosa stia cambiando, dall’inerzia inquisitoria all’azione amministrativa. Dal blocco alla possibilità.

Trent’anni dopo i primi allarmi, la scienza suggerisce dunque che il confine del SIN vada ridisegnato sulla base dei dati reali e non delle paure percepite. Sarebbe un atto di onestà intellettuale e di giustizia territoriale insieme. La Valle del Sacco ha pagato un prezzo altissimo per un’emergenza che almeno nei termini assoluti in cui è stata raccontata, non corrispondeva alla realtà dei terreni. Ora che la realtà si presenta con i suoi numeri, il dovere è quello di ascoltarla.


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