Qui Palermo. La scuola del Cep si è data le ali


Ci sono luoghi in cui non ci si arrende, luoghi dove dinanzi a quella sorta di ineluttabilità per cui i futuri sembrano già scritti per motivi geografici, urbanistici, sociali, arrivano risposte così forti da rompere la barriera del silenzio e della disillusione. Marco Rossi-Doria la chiama disperanza.

Sono quelle periferie che non è detto che conosci, anche se vivi nella stessa città. Perché purtroppo la cronaca non è attenta a raccontare le buone prassi che nascono e crescono in realtà di cui è più facile parlare attraverso la cronaca nera. Se a Palermo dici Cep, così, puoi leggere la perplessità sul volto anche di chi nel capoluogo siciliano è nato e abita da tutta la vita. Eppure il Cep, acronimo di Centro Espansione Periferica, è un popolare quartiere della periferia nord-ovest di Palermo, noto anche come “San Giovanni Apostolo”. Ci vivono circa 10mila anime, tenacemente. Dire che lo Stato è inesistente al Cep non è una frase fatta: non c’è la stazione dei carabinieri, non c’è l’ufficio comunale e i servizi socio-sanitari sono una chimera.

Uno dei momenti di “Arena Cep”

Nessuno potrebbe mai condannare una scelta di fuga verso un altrove che abbia il colore della speranza. Ma qui c’è chi ha sempre dimostrato che a un destino di ineluttabile emarginazione si può rispondere con un diverso atteggiamento, che parta principalmente dal rivendicare il proprio “esserci” con un’identità forte, unica, capace di invertire la narrazione.

La dispersione, nei quartieri di periferia, la combatti con la didattica, non facendo il poliziotto

Giusto Catania, dirigente dell’Ics Giuliana Saladino

Il presidio di tutto ciò, al Cep di Palermo, è la scuola. L’Istituto comprensivo Giuliana Saladino, 600 alunni in tutto, è l’unica realtà scolastica del quartiere e non solo sulla carta, ma nella quotidiana realtà, oggi è una «comunità di docenti, studentesse e studenti con i piedi nel quartiere Cep di Palermo, la vista sul mondo e lo sguardo al futuro». Grazie al suo dirigente, Giusto Catania, è anche capofila della Rete per la cultura antimafia nella scuola, un coordinamento che riunisce 160 istituti scolastici con lo scopo di promuovere la legalità e la cittadinanza attiva attraverso laboratori, seminari, iniziative didattiche, incontri con magistrati e testimoni dell’antimafia, aiutando i giovani a comprendere il valore della memoria, del rispetto delle regole e dell’impegno contro le ingiustizie.

Una scuola che fa la differenza

«Siamo sicuramente una piccola scuola», afferma Catania, «ma al Cep siamo il punto di riferimento quasi per tutto. Il nostro è uno spazio aperto il pomeriggio, talvolta anche la sera: nel periodo estivo organizziamo anche l’arena. L’ultima serata di Arena Cep. I fuori-classe della risata” si è appena conclusa ed è stata l’ennesima occasione per creare un vero momento di condivisione e di festa per la nostra comunità. Il cinema in inverno lo proponiamo all’interno della scuola, dove abbiamo 50 posti. La palestra, poi, è sempre a disposizione del territorio: abbiamo due spazi, uno al chiuso e uno all’aperto, quest’ultimo utilizzato per esempio dall’associazione “San Giovanni Apostolo”, anche questa unica realtà del Terzo settore presente nel quartiere».

Un quartiere in cui ci sono solo una scuola e un’associazione, fa riflettere non poco. «Fa pensare che l’unica presenza dello Stato è rappresentata dalla scuola», prosegue il dirigente scolastico. «Non ci sono i carabinieri, non esiste la delegazione di quartiere… Il quartiere è storicamente ad alto tasso criminale e non mancano i luoghi di spaccio. Per noi, è un braccio di ferro quotidiano. Perciò siamo consapevoli che ogni minuto che teniamo aperti i nostri spazi, è un minuto che sottraiamo all’egemonia mafiosa. Non c’è dubbio. Anche per questo, nel periodo del Covid, per esempio, siamo state tra le scuole che hanno insistito per riaprire immediatamente. Sappiamo benissimo che in quartieri come il nostro è fondamentale che le scuole restino aperte anche di pomeriggio. Cosa che abbiamo fatto grazie ai fondi del Pnrr. Attenzione, però, perché non basta avere i soldi: li devi sapere spendere bene, attraverso una programmazione intelligente delle risorse».

La noia è la più grande alleata della dispersione scolastica

Per Giusto Catania, fare in modo che la comunità del Cep si senta protetta e garantita non è stato facile: «Io mi sento a pieno titolo rappresentante dello Stato e faccio di tutto per tutelare l’interesse pubblico. Non posso essere io a dire che manca lo Stato, perché io sono lo Stato. Ma diciamo la verità, anche negli ultimi tempi, alla scuola sono state delegate funzioni improprie. Noi dobbiamo fare educazione, non dovremmo assolvere ad altro compito. Negli ultimi tempi, invece, siamo diventati anche tutori dell’ordine, ci siamo dovuti occupare di attività repressive. Nei confronti di chi evade l’obbligo scolastico, per esempio, il decreto Caivano – spesso presentato come soluzione per contrastare la dispersione scolastica – sta producendo danni. È stato pensato per costruire una sorta di opposizione tra la scuola e i contesti in cui opera. Certamente io, se serve, vado a prendere i ragazzi a casa, incontro le famiglie, spiego loro che cosa voglio fare, mi attivo per tutto quello che posso. Ma la minaccia repressiva non serve a niente. Cosa dovrei dire, in un quartiere come il nostro, a una donna che ha il marito in carcere e fa di tutto per portare il figlio a scuola? Guardi che se non lo porta rischia anche lei? La dispersione la contrasti se fai una buona didattica, se riesci ad appassionare i ragazzi e le ragazze al sapere. Se un ragazzo viene volentieri a scuola è perché lì trova un luogo di socializzazione, un luogo in cui può imparare, un luogo dove può stare con gli amici, in cui può divertirsi, uno spazio per parlare, per imparare anche giocando. La noia, è l’alleata più grande della dispersione scolastica. Contrastandola, si costituisce un clima cooperativo ed educativo positivo. Questo è quello che tentiamo di fare qui al Cep».

Da sinistra Giusto Catania e l’attore Salvo Piparo

Quelle opere sotto i riflettori, ma che non riescono mai a vedere la luce

Il preside Catania fa l’esempio del campetto sportivo di proprietà dell’Istituto autonomo case popolari. «Uno spazio quasi inutilizzato, ma con enormi potenzialità inespresse. Basterebbe poco farlo diventare straordinario, attrattivo. Sono stati organizzati decine di eventi che lanciavano il progetto con la presenza delle rappresentanze politiche di turno. Quando è stato inaugurato il murales dedicato a Totò Schillaci, che è nato in questo quartiere, ci hanno detto che all’indomani sarebbero cominciati i lavori per dedicargli anche il campetto. Ma oggi quello spazio è tornato a essere solo un ricettacolo di spazzatura. Il problema è che la gente assiste a tutto questo: come può prendere a cuore il bene comune?». Al Cep, dice, l’unico intervento positivo fatto negli ultimi anni riguarda il tram, straordinario strumento di coesione sociale, non solo di mobilità: «Da quando c’è il tram, i nostri ragazzi raggiungono il centro in 12 minuti. Così non sentiamo più dire loro: “Scendiamo a Palermo”, come fosse una realtà lontana e avulsa da quella che vivono qui».

Sentirsi parte di un contesto sociale, anche senza esserci nato

«Io ho la casa nel centro storico, ma vivo più al Cep dove ormai mi reco ogni giorno da 13 anni. È una scuola che non cambierei per nulla al mondo. Voglio sfatare l’idea che il lavoro nelle periferie sia più importante del lavoro nei luoghi centrali della città, perché non è vero: il lavoro educativo è importante sempre e in ogni contesto, in ogni luogo. Chi, però, entra nella mia scuola», tiene a sottolineare il dirigente, «rimane a bocca aperta perché tocca con mano l’altissima qualità degli ambienti di apprendimento, della didattica, dell’accoglienza. Abbiamo, poi, una biblioteca per ragazzi tra le più fornite che ci siano in città, anche online. C’è una sala cinema, una sala teatro, un orto didattico e tantissime altre cose. Ha, quindi, per tutti noi un profondo senso quando diciamo che “non siamo la scuola del Cep, ma siamo la scuola dal Cep”. Non vogliamo essere identificati come una realtà di periferia, anche se lo siamo, con tutta la valenza spesso negativa che ciò si porta dietro, ma essere portatori di valori positivi che spesso non vengono neanche visti o considerati per l’appartenenza territoriale. Il fatto che negli ultimi anni tantissime ragazze e ragazzi che escono dalla nostra scuola trovano la loro affermazione all’università, come nel mondo del lavoro, è il riscatto di tutta la comunità. Ditemi, quindi, voi, perché dovrei andare via?».

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Le foto dell’articolo sono state fornite da Giusto Catania

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 Gilda Sciortino

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