Le Aree interne anticipano problemi e soluzioni: dai minibus a chiamata all’infermiere di comunità


Scelta, volontà, determinazione, cura e trasformazione. Sono le cinque parole condivise tra chi ha scelto di rimanere, tornare e arrivare. Leggendo, ho aggiunto un verbo in più: abitare. Me lo ha suggerito il racconto del partire, difficile e turbolento, quel non trovare pace fino al ritorno, o all’arrivo, senza abbandonare del tutto gli itinerari già percorsi. Come uccelli migratori, che vanno e vengono. Mi ha fatto pensare a quanto oggi siamo abituati a ragionare soprattutto sulle forme stanziali dell’abitare le Aree interne, e invece le comunità sono miste, racchiudono al loro interno molti modi diversi di popolare un luogo.

La ricerca di un altrove rispetto ai centri urbani è un altro tema su cui riflettiamo troppo poco. Chi sceglie di tornare nei paesi d’origine, invece, questa dimensione “altra” la mette bene a fuoco: il rapporto con la natura, il ruolo della memoria, una comunità che accoglie. Nei racconti emerge quasi un senso di responsabilità personale per essere andati via e per non essersi presi cura di certi spazi, anche piccoli, come una giostra arrugginita in un parco. È qualcosa che ci dice molto sul senso dell’appartenenza. Ed è sicuramente vero che abitare è il modo più alto di prendersi cura di un luogo.

Restare, ritornare, arrivare. Sono i capitoli del focus book che contiene le storie di chi vive in montagna, nelle piccole isole o tra i campi coltivati dell’entroterra. Nato come spin off del numero di VITA “Aree interne, l’Italia da scoprire”, racchiude un pezzo di racconto sui luoghi cosiddetti marginali che spesso non ha voce. Con i contributi di Luca Mercalli, Federica Fabrizio e Fredo Valla
LE AREE INTERNE IN PRIMA PERSONA

Quelle che compongono il libro sono vite differenti. Al caos preferiscono il silenzio, alle grandi reti prediligono relazioni strette, cercano uno scorcio più della comodità. C’è chi abbraccia una dimensione per sempre, chi la sperimenta per un periodo e poi riparte, chi ha bisogno di abitare entrambe le prospettive. Ma il nodo cruciale è la trasformazione: gli autori di queste pagine si sentono parte di un cambiamento necessario, pur pagandone personalmente il prezzo. La trasformazione non è mai indolore, comporta rinunce, conflitti e fatiche. I processi di rinascita non avvengono spontaneamente: richiedono energie e visione, hanno bisogno di essere accompagnati.

Dopo 15 anni di Strategia nazionale per le Aree interne – Snai e di investimenti che hanno prodotto un cambiamento culturale, sembra arrivato il momento in cui le istituzioni sono chiamate a dare una risposta più concreta a chi resta, ritorna e arriva. Non è una responsabilità da poco, in un Paese come il nostro – che fatica a ritrovare una sua visione – che non può che partire dal riconoscimento della sua natura fortemente policentrica.

Sabrina Lucatelli, direttrice di Riabitare l’Italia.

Sottoposti a una forte pressione demografica e sociale, spesso privi di risorse e di “ossigeno”, questi territori sono come predestinati a diventare laboratori di innovazione sociale. Un patrimonio che troppo spesso non viene studiato e valorizzato adeguatamente, né trasferito. Oggi molti dei problemi che consideravamo tipici dei margini stanno investendo altri contesti. Penso alle pluriclassi, che da questione delle Aree interne, sta diventando questione cruciale in diverse province del Paese – come anche nel centro di Roma – dove lagentrificazione e l’effetto del turismo di massa ha allontanato famiglie e bambini. E le scuole si svuotano.

Dopo 15 anni di Strategia nazionale per le Aree interne – Snai e di investimenti che hanno prodotto un cambiamento culturale, sembra arrivato il momento in cui le istituzioni sono chiamate a dare una risposta più concreta a chi resta, ritorna e arriva

Sabrina Lucatelli, direttrice di Riabitare l’Italia

È ormai ora di apprendere dalle strategie e dalla co-progettazione adottata nelle nostre Aree interne. Penso ai minibus a chiamata che in alcune regioni hanno progressivamente sostituito le grandi corriere semivuote o alla figura dell’infermiere di comunità, nato per garantire prossimità e assistenza dove i servizi tradizionali faticano ad arrivare. La sfida oggi è osservare queste sperimentazioni non più come eccezioni, ma come anticipazioni di problemi e soluzioni che riguardano ormai tutto il Paese. Ed essere in grado di strutturarle, dentro le politiche ordinarie.

Non a caso qualche giorno fa, proprio quando la crisi demografica è diventata crisi dell’intero Paese, dal cuore della Sila a San Giovanni in Fiore, a nome di un gruppo di donne che combattono per i loro diritti, è partita la prima petizione per tornare a nascere nelle Aree interne. E sempre nella regione margine del margine del Paese si sono affermati i casi più interessanti di accoglienza e coinvolgimento dei migranti con le comunità locali.

Nell’indagine Giovani dentro realizzata nel 2022 da Riabitare l’Italia, che è arrivata a coinvolgerne più di 3.000 ragazzi, il 15% dichiarava di sentirsi costretto ad andare via, mentre il 50% esprimeva il desiderio di restare. Ma il dato che più di tutti mi aveva colpito era quel 18% che affermava di restare pur desiderando partire. È una voce che manca nel dibattito pubblico e che invece dovremmo iniziare ad ascoltare. È anche a partire da chi resta per scelta obbligata che possiamo forse comprendere meglio gli ostacoli che bloccano le energie che attraversano le Aree interne.

Da sempre i giovani vogliono partire – è insito nel processo di crescita e di scoperta della giovinezza -, il problema serio è quando queste aree non riescono ad assicurare le condizioni essenziali di vita a tutti quelli che vogliono rimanere, tornare e arrivare da altrove: lavoro, servizi di base, formazione, cultura e figure di riferimento, futuro. Questo chiedono oggi i giovani delle Aree interne. Per costruirlo, questo futuro, ci vuole una nuova narrazione. È quello che fa questa rivista ed è anche la missione di Riabitare l’Italia.

In apertura, un’immagine scattata a Gagliano Aterno in Abruzzo, un vero laboratorio di innovazione sociale: negli ultimi anni sono arrivati una ventina di abitanti e hanno aperto una radio, diverse associazioni, una libreria, un ristorante, un noleggio di e-bike. (La fotografia è stata fornita dal sindaco di Galiano Aterno)

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 Daria Capitani

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