21 giugno 2026 – ore 10:00 – A Basovizza proseguono i lavori per Elettra 2.0, progetto destinato ad essere una delle trasformazioni scientifiche più rilevanti in ambito della ricerca: l’evoluzione della macchina di luce di Elettra Sincrotrone. L’omonimo centro di ricerca produce e impiega la luce di sincrotrone e dei laser a elettroni liberi per condurre studi sulla materia, i materiali e i sistemi biologici fino a scale molecolari e atomiche: tutto questo, grazie a Elettra 2.0, verrà portato a un livello di prestazioni superiore e manterrà l’infrastruttura competitiva nel panorama internazionale. Il progetto si propone di costruire una sorgente di raggi X di quarta generazione, più brillante e più precisa rispetto a quella oggi esistente, che offrirà ai ricercatori una luce più intensa e controllata per poter osservare la materia con un dettaglio ancora maggiore.
Tutto questo sarà possibile grazie all’introduzione di nuove tecnologie nel campo degli acceleratori, dei magneti, dei sistemi di vuoto, dei convertitori di potenza e delle linee di luce sperimentali. Il cuore del progetto è costituito dalla sostituzione dell’attuale struttura dell’anello di accumulazione con un nuovo reticolo magnetico di tipo multi-bend achromat.
Il progetto, presentato ufficialmente l’8 luglio 2025, promette di far entrare Elettra 2.0 in funzione da gennaio 2027: da luglio del prossimo anno infatti è prevista l’accensione di un primo gruppo di 15 linee di fascio, che andranno ad accrescersi fino a 32, con completamento del progetto indicato per il 2029.
Onde meglio approfondire le caratteristiche di Elettra 2.0 e cosa ciò comporterà non solo per l’area scientifica, quanto per la città stessa, Trieste News ha intervistato il nuovo presidente di Elettra Sincrotrone, il Professore ordinario di Fisica Sperimentale della Materia e Applicazioni a UniTS Giovanni Comelli.
Quali sono le caratteristiche innovative di Elettra 2.0?
La macchina sta venendo completamente ricostruita: la precedente Elettra aveva trent’anni sulle spalle, adesso sta venendo ricostruita da zero con un investimento molto significativo. La nuova struttura avrà prestazioni molto migliorate a confronto col passato: se Elettra è un acceleratore di particelle che produce radiazioni, la nuova macchina continua ad avere la stessa funzione, ma produrrà molti più raggi e con caratteristiche inedite. Se si considera il cono ristretto in cui viaggia il fascio di luce prodotto da Elettra, la nuova macchina avrà un numero di fotoni, cioè un’intensità, mille volte più grande della vecchia struttura. La luce inoltre sarà molto più “coerente“: se pensassimo ai singoli componenti della luce come delle onde, queste sarebbero tutte ‘in fase’ con la nuova macchina, noi le vedremmo muoversi contemporaneamente. Ciò rende possibile sviluppare tecniche che consentono di apprezzare dettagli di materiali altrimenti impossibili da studiare. Se un ricercatore vuole comprendere appieno il comportamento di materiali fondamentali per la vita pubblica, dalle nanotecnologie, alle batterie, ai materiali per la transizione energetica, necessita di strumenti che consentano di studiare la materia a livello di atomi, su una scala resa possibile solo con Elettra 2.0.
Oltre alla potenza della macchina, c’è anche la questione della produzione energetica, col progetto di recupero della cava di Pietra Scoria…
Un laboratorio come Elettra è sempre in continua evoluzione, un continuo progredire per migliorare il funzionamento: ‘Green Energy‘ risponde a un’esigenza pratica ovvero Elettra è una macchina molto energivora, consumando come una cittadina di 10mila abitanti.
La voce delle bollette per l’energia è la principale dopo il personale: a seguito dell’impennata dei prezzi, si è pertanto posto il problema di come sostenere le spese. Si è pertanto pensato di riutilizzare una zona dimessa e deteriorata come la cava di Pietra Scoria che, in linea d’aria, dista due chilometri dal laboratorio. Si tratta di una ferita nel fianco della montagna, di fatto una cava esaurita. Grazie a una legge che consente la riqualificazione di cave dismesse per i parchi fotovoltaici, Elettra ha preparato un progetto che non prevede solo pannelli solari, ma la riqualificazione dell’intera zona con la piantumazione di ottomila piante carsiche, la costruzione di un centro visite per attività didattiche, una vedetta sul Carso e un apiario dedicato alla biodiversità.
A settembre verrà posata la prima “pietra” e il cronoprogramma prevede di avere la prima costruzione dell’energia entro il 2029, pertanto in tempi molto rapidi.
Come mai un’infrastruttura che pratica ricerca è sottoposta ai prezzi del mercato? In Francia, ad esempio, il prezzo dell’elettricità è ‘calmierato’ per le sorgenti di luce…
Purtroppo – in Italia, ma non solo – non vi sono canali favoriti per il mondo della ricerca. La nostra attività è pensata per produrre un bene comune accessibile a tutti e sarebbe pertanto giusto tutelarla. Di fatto tuttavia Elettra è sottoposta alle leggi del mercato, con l’incentivo a inventarsi soluzioni un po’ fantasiose, come dimostra il caso della cava. Anche per le regole dell’approvvigionamento vi sono problematiche simili: siamo soggetti al libero mercato e pertanto dobbiamo sempre indire una gara per il miglior offerente anche in casi paradossali quando lo strumento tecnologico richiesto viene prodotto da un’unica azienda al mondo.
E’ altrettanto vero però che il mondo della scienza può anche ricevere finanziamenti notevoli in presenza di progetti ben fatti, qual è proprio il caso di Elettra.
Quali saranno le future applicazioni di Elettra 2.0 per il campo dei beni culturali e delle discipline umanistiche?
Noi siamo un laboratorio che produce radiazioni e che pertanto offre determinate tecniche di indagine: spetta poi al ricercatore pensare a come utilizzarle. Nel caso dei beni culturali la sorgente di luce consente di scoprire dettagli inediti grazie a tecniche non invasive, evitando di “aprire” o “danneggiare” il reperto: c’è ad esempio una collaborazione in atto tra gli atenei di Innsbruck, Bologna e Trieste sull’ecosistema dei dinosauri del Villaggio del Pescatore con la possibilità di guardare all’interno dei reperti senza aprirli, come ha dimostrato il caso del coccodrillo preistorico Acynodon adriaticus.
Inoltre, sempre in tempi recenti, il laboratorio ha analizzato un grande crocifisso medievale, il ‘Cristo svelato‘, rinvenuto nella cappella funeraria del cimitero maggiore di Cividale: le tecniche diagnostiche non invasive hanno rivelato le cromie originali, le singole componenti, gli interventi di restauro… Si raggiunge un elevato livello di dettaglio senza però alterare il reperto.
Approfondimento a cura di Zeno Saracino e Agata Cragnolin
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Zeno Saracino
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