Una proposta di legge che si porta dietro tre domande fondamentali. La prima è tecnica: questa riforma risolve davvero i problemi che avevano paralizzato il Consorzio? La seconda è politica: chi comanda, alla fine? La terza è strategica: come si posiziona il Consorzio rispetto alla Zona Logistica Semplificata che nel frattempo è stata istituita con una norma parallela?
Rispondere a tutte e tre con precisione è l’unico modo per capire se quello che è stato presentato come un rilancio è davvero tale. O se è qualcosa di più complicato.
La norma e la sua ambizione
La proposta di legge regionale per il riordino del Consorzio Unico per lo Sviluppo Industriale del Lazio è approdata in Giunta Regionale il 15 giugno 2026 con cinque obiettivi dichiarati: efficienza, centralità della Regione, riconoscimento del ruolo di Roma, valorizzazione dei territori produttivi, coinvolgimento delle imprese. Il testo è costruito attorno a un’architettura precisa che vale la pena descrivere prima di giudicarla. (Leggi qui: Il Consorzio Industriale e la riforma che cambia tutto).
Il Consorzio nasce il 1° dicembre 2021 dalla fusione di cinque enti: consorzio ASI – Area di Sviluppo Industriale di Frosinone, il Cosilam – Consorzio di Sviluppo del Lazio Meridionale di Cassino, il Consorzio Roma-Latina, il Consorzio di Rieti ed il CosInd il Consorzio del Sud Pontino. Nasce con un’eredità fatte di debiti: 18 milioni di euro che i 5 consorzi devono alle banche. Il primo obiettivo è il risanamento.
La base così larga diventa un problema
Il commissario Raffaele Trequattrini, economista dell’Università di Cassino con vasta esperienza nel mondo industriale (nel passato ha guidato il risanamento del Cosilam) ci lavora parallelamente ad un altro punto: l’ampliamento della base. Nel Consorzio non c’è il porto di Civitavecchia, non c’è la Capitale, mancano molti Comuni del Lazio Nord. Avvia un lavoro diplomatico che lo portata quotidianamente ad incontrare i sindaci ed i territori, compiendo una continua processione tra Nord e Sud del Lazio.
Il risultato finale è una governance che oggi tiene dentro circa 150 soci. Anche da qui nasce l’esigenza di un riordino: una società di queste dimensioni è quasi una SpA per ampiezza della base. Ed è impossibile da governare se non si snellisce. Perché? Tanto per fare un esempio: convocare un’assemblea di 150 soci significherebbe non decidere mai: ogni Comune convocato avanzerebbe le sue giuste pretese, con l’effetto di allungare i tempi, e di impantanare le decisioni.
Nel frattempo, ad oggi l’ente paga circa un milione di euro all’anno di interessi passivi sul suo debito: oltre il 10% di un bilancio totale di 7-10 milioni: la stessa proporzione che paralizza gli Stati insolventi.
I tempi dell’Industria non sono questi. La legge propone cinque soluzioni a quei cinque problemi.
Le cinque innovazioni della riforma
Prima innovazione: il modello dualistico.
L’assemblea da 150 soci perde le funzioni operative e conserva solo quelle fondamentali: approvazione dello statuto, ammissione dei soci, nomina del Consiglio di Sorveglianza, approvazione dei regolamenti e determinazione dei contributi. Le decisioni strategiche passano al Consiglio di Sorveglianza da 11 membri, quelle esecutive al Consiglio di Gestione da 5 membri.
Il modello ricalca quello delle grandi società: meno assemblearismo, maggiore velocità decisionale, responsabilità chiare. L’obiettivo non è la rappresentanza: è l’efficienza. Fare in modo che quando un’impresa chiede una variante urbanistica, la risposta arrivi in settimane invece che in mesi.
Seconda innovazione: la Regione al 51%.
Il conferimento della Regione Lazio nel fondo di dotazione è stimato in 12,5 milioni di euro (2 milioni nel 2027, 10,5 milioni nel 2028) più 1,4 milioni annui di contributo al fondo di gestione per il biennio successivo.
La ratio è elementare: il Consorzio ha bisogno di capitale per azzerare il debito. I soci esistenti non lo hanno messo e molti di loro non pagano nemmeno le quote ordinarie. La Regione lo mette, e in cambio ottiene il 51% e il controllo.
Non è tanto un’operazione di potere fine a se stessa: è la conseguenza logica di una situazione patrimoniale che non aveva altra via d’uscita.
Terza innovazione: il ruolo di Roma.
La Città Metropolitana di Roma Capitale ottiene la Vicepresidenza del Consiglio di Gestione. È la prima volta nella storia del sistema consortile laziale. La scelta ha una logica precisa: creare un Consorzio del Lazio superando quello a trazione Frosinone – Latina che è stato fino ad ora. Roma è dentro, ha una posizione di rilievo ma non ha in automatico la Presidenza: quella è riservata a un soggetto designato dal Presidente della Regione.
Quarta innovazione: le province nella governance.
Nel Consiglio di Gestione, accanto al Presidente ed al Vicepresidente (romano), siedono 2 componenti che rappresentano i territori provinciali e 1 componente che rappresenta imprese ed enti pubblici non territoriali. Nel Consiglio di Sorveglianza, le province esprimono 2 componenti su 11. È una struttura in cui le province storicamente industriali – Frosinone e Latina in testa – possono aspirare a occupare i seggi provinciali nel Consiglio di Gestione.
Quinta innovazione: le imprese come partner.
Le imprese, con gli enti pubblici non territoriali, detengono il 19% del fondo di dotazione, designano 3 componenti del Consiglio di Sorveglianza e 1 membro del Consiglio di Gestione di concerto con la Regione. Non ci sono quote per le Camere di Commercio, non ci sono seggi garantiti alle associazioni datoriali. Le imprese partecipano come partner strategici senza co-gestire l’ente.
Le perplessità: tre ordini di problemi
La critica che circola negli ambienti industriali e territoriali si articola su tre ordini di problemi distinti, che è opportuno non confondere.
Il primo ordine riguarda la rappresentanza territoriale.
La sede legale è a Roma (Articolo 3, comma 3). Gli uffici di Frosinone, Cassino, Gaeta, Latina e Rieti vengono definiti «articolazioni territoriali periferiche» (Articolo 3, comma 4). La parola periferiche — nella geografia politica di un territorio che ha ospitato per decenni le aree industriali più produttive del Lazio meridionale — suona come una scelta lessicale poco felice. Cosa non convince?
Il paragone che circola è con l’accorpamento della Camera di Commercio: quando la presidenza traslocò a Latina, su Frosinone rimasero gli uffici, il risultato fu esattamente quello previsto dai critici. Il rischio che la storia si ripeta, con il baricentro del potere decisionale spostato nella Capitale, è percepito come reale.
La critica ha un fondamento concreto. Cosa ha portato la Regione a proporre una visione delle cose fatta in quella maniera? Partiamo da un fatto altrettanto concreto: nell’ultimo Consiglio di Amministrazione del Consorzio, Frosinone aveva un rappresentante. Il rappresentante di Cassino non ne aveva avuto nemmeno uno (Marco Delle Cese venne sacrificato sull’altare di un’evidenza: la Ciociaria sarebbe stata l’unica con due rappresentanti).
La particella scarrupativa del discorso
La nuova legge prevede che le province industrialmente rilevanti (Frosinone e Latina in testa, per peso produttivo e infrastrutturale) occupino ragionevolmente i 2 seggi provinciali nel Consiglio di Gestione, oltre a quelli nel Consiglio di Sorveglianza. Se il Presidente sarà una figura equidistante (come la logica della norma sembrerebbe prevedere, visto che Roma ha già la Vicepresidenza) Frosinone potrebbe trovarsi in una posizione migliore di quella che ha mai avuto.
Ma è proprio quel condizionale “potrebbe trovarsi” alla base di molte delle perplessità. E se poi non ci si trovasse? Se la politica decidesse di fare le nomine in maniera diversa ed affidare tutto a Roma lasciando a bocca asciutta le province ed in particolare quelle con il maggiore tasso di industrializzazione?
Non c’è un vincolo scritto, c’è solo il buon senso. Un Governatore che affidasse a Roma sia la presidenza (facoltativa) che la vice presidenza (prevista per legge) avrebbe chiaramente abdicato alla Capitale. Ma a volte la ragion di stato chiede sacrifici grandi. E gli industriali del Lazio Sud così come le forze produttive delle province di Frosinone e Latina non hanno alcuna intenzione di correre questo rischio.
Il secondo ordine riguarda la politicizzazione dell’ente.
Altra anomalia rilevata al testo: lo sbilanciamento verso la politica. Prima era un ente nel quale le forze produttive e quelle politiche si compensavano: ora la guida passa alla politica. Non era questo lo spirito con il quale i 5 Consorzi approvarono la fusione guidata all’epoca dall’ex parlamentare Ue Francesco De Angelis. Questa è la critica più fondata, e su questo le voci più avvedute concordano.
Nel Consiglio di Sorveglianza, 6 dei 11 membri (incluso il Presidente) sono di diretta nomina della Giunta Regionale. Il Presidente del Consiglio di Gestione è designato dal Governatore. Vicepresidente dalla Città Metropolitana. In una struttura così costruita, l’autonomia dell’ente dalle logiche politiche dipende interamente dalla qualità e dall’indipendenza delle persone nominate. Se la politica sceglie con criteri di merito, il sistema funziona. Se sceglie con criteri di equilibrio politico, il Consorzio diventa un’appendice della Regione invece che uno strumento di politica industriale.
I retroscena raccontano che proprio su questo punto ci sarebbe stato un lungo ed appassionato dibattito tra anime diverse della governance regionale. Non uno scontro, non una lacerazione: due punti di vista differenti dello stesso orizzonte. Uno più tarato sulla visione industriale, l’altro più orientato sulla visione politica e la sua capacità di scegliere le persone giuste.
Qui la proposta originaria era diversa: non è stata recepita. Le Camere di Commercio sono irritate per questo. E chi guarda alla sostanza riconosce che la norma sarebbe più solida con un peso maggiore della componente produttiva negli organi di controllo.
Il terzo ordine riguarda i costi
La Relazione Tecnica firmata dal Direttore della Ragioneria Regionale quantifica l’operazione in modo preciso: 12,5 milioni per il fondo di dotazione, 1,4 milioni annui per il fondo di gestione.
Le indennità dei vertici sono parametrate a quelle regionali: Presidente del Consiglio di Gestione al 100% del trattamento dei componenti della Giunta Regionale, gli altri membri al 70%, i sorveglianti al 20%.
Una governance che i critici ritengono costosa per un ente che deve dimostrare di essere diventato efficiente. Il tutto solleva una domanda legittima: queste risorse verranno compensate da un aumento di produttività e di capacità di attrazione degli investimenti?
Il nodo ZLS: la terza gamba del sistema
C’è una questione che non emerge nella critica pubblica ma che è forse la più rilevante strategicamente: il rapporto tra il Consorzio e il Commissario della Zona Logistica Semplificata. Due norme parallele: quella sul Consorzio e quella istitutiva della ZLS. Creano un’architettura istituzionale a tre livelli nella quale si crea un rischio: il Consorzio rischia di diventare alle dipendenze funzionali del Commissario Zls. Perché?
Il Commissario ZLS, nominato dal Presidente della Regione e collocato presso la Giunta Regionale, ha il compito di: rilasciare l’autorizzazione unica; monitorare gli interventi; proporre modifiche al Piano Strategico della ZLS; promuovere l’attrattività del territorio; raccordare indirizzo politico e struttura amministrativa regionale. È una figura eminentemente politico-istituzionale.
Il Consorzio Industriale viene invece individuato come Centro Unico dei Servizi della ZLS: assiste le imprese nella predisposizione dei progetti, valuta la sostenibilità tecnico-economica degli investimenti, supporta il Commissario nell’istruttoria, collabora alla perimetrazione delle Zone Franche Doganali, promuove le opportunità insediative verso investitori italiani e stranieri.
La geometria che emerge è questa: il Commissario decide, il Consorzio prepara e istruisce. Il Commissario autorizza, il Consorzio conosce i territori. Il Commissario rappresenta la Regione, il Consorzio rappresenta il sistema industriale.
Tre scenari sono possibili
Si configurano tre possibili scenari.
Nel primo, il più formalistico, il Consorzio diventa sostanzialmente un ufficio tecnico avanzato del Commissario Zls: importante, necessario, ma subordinato. Perde il suo peso istituzionale autonomo e diventa lo strumento operativo di una decisione politica che si prende altrove.
Nel secondo (se il Consorzio si rafforza patrimonialmente e organizzativamente grazie all’ingresso della Regione al 51%) può diventare il vero motore della politica industriale, relegando il Commissario a una funzione prevalentemente di coordinamento. Ha il territorio, le infrastrutture, i rapporti con le imprese, le competenze tecniche. Il Commissario ha il potere autorizzatorio ma non la conoscenza.
Nel terzo (che è quello più probabile e più convincente) i due soggetti operano in complementarità asimmetrica: il Commissario Zls è il regista istituzionale, il Consorzio è la macchina operativa. Il rapporto di forza dipenderà meno dalle norme e più dalla capacità dei due di cooperare, e dalla qualità delle persone che li guideranno.
Il punto politicamente rilevante è questo: in ultima analisi, il vero centro di gravità del sistema non è né il Commissario né il Consorzio, ma la Regione Lazio, che controlla la governance del Consorzio nominando la maggioranza dei sorveglianti e designando il Presidente, e contemporaneamente nomina il Commissario ZLS e definisce la strategia industriale complessiva. Se la Regione usa quel potere con intelligenza e con attenzione ai territori, il sistema funziona. Se lo usa con logiche romanocentrica, sia il Consorzio che la ZLS diventeranno strumenti di una politica lontana dalle aree dove si produce davvero.
Il quadro politico: chi spinge e chi frena
La proposta di legge è nata da una spinta precisa: non dalla politica, ma dalle imprese. Unindustria ha inserito la riforma del Consorzio nel proprio piano industriale: è una priorità dichiarata, perseguita con coerenza. Il presidente Giuseppe Biazzo alla presentazione della legge ha detto chiaramente che «era uno dei punti del nostro piano industriale».
La politica, nella quasi totalità, ha aderito formalmente senza remare con convinzione. Fratelli d’Italia ha la presidenza della Regione e il commissario dell’ente; il senatore Fazzone ha il sub-commissario; Noi Moderati ha l’altro sub-commissario. La Lega è assorbita dalle proprie vicende interne e al Consorzio industriale non dedica energie (per il momento). Il PD non ha alzato barricate significative. Roma, nella persona del sindaco Gualtieri, ha espresso apprezzamento per la vicepresidenza alla Città Metropolitana ma al Campidoglio il Consorzio industriale non è mai stato una priorità.
Ci sono però due correnti che operano in senso contrario alla legge. La prima è quella di chi condiziona il proprio sostegno alla risposta su chi guiderà l’ente: «non firmo niente a scatola chiusa finché non so chi farà il presidente». È una posizione comprensibile che però nella pratica rischia di tradursi in ostruzionismo passivo. La seconda è quella di chi calcola che, con il semestre bianco alle porte e il calendario legislativo compresso, impantanare la legge in commissione consiliare potrebbe semplicemente farla decadere: e con essa l’intero progetto di riforma. Il commissariamento, in questo scenario, continua indefinitamente: un esito che paradossalmente soddisfa tutti coloro che preferiscono lo status quo a un cambiamento di governance che non controllano.
Il vero nodo: gli uomini, non la norma
La norma crea le condizioni per una governance equilibrata, efficiente e capace di sostenere la politica industriale del Lazio. Ma le norme non funzionano da sole.
Se il Presidente della Regione nominerà un Presidente del Consorzio equidistante, con competenze industriali genuine e radicamento nei territori produttivi, il sistema potrà funzionare. Se nominerà una figura di pura estrazione politica romana, il Consorzio diventerà esattamente quello che i critici temono: un’appendice della Pisana con gli uffici operativi in Ciociaria e le decisioni che si prendono altrove.
Se le province industrialmente più rilevanti (Frosinone e Latina) riusciranno a occupare i seggi che la legge riserva ai territori e a far sentire il proprio peso nelle decisioni strategiche, il sistema garantirà una governance più equilibrata di quella attuale. Se invece si limiteranno a lamentarsi della norma senza costruire la propria posizione negoziale nella fase di attuazione, avranno perso l’occasione.
Se le imprese, invece di combattere il testo in blocco, si concentreranno sugli emendamenti che possono migliorarlo (più rappresentanza nel Consiglio di Gestione, seggi per le Camere di Commercio nel Consiglio di Sorveglianza) otterranno qualcosa di concreto. Se continueranno ad agitare lo spettro del «sacco romano» senza proposta alternativa, non otterranno niente. Ma c’è un rischio: Unindustria ha al suo interno anche Roma, alla quale una visione romanocentrica non dispiace affatto. Ha motivo di impugnare le armi a tutela di Frosinone e Latina?
Coerenza ma non basta
Resta da decifrare un dettaglio: sul testo non c’è l’impronta del commissario straordinario Raffaele Trequattrini, professore di economia all’Università di Cassino con esperienza industriale (è stato l’uomo che ha risanato il Cosilam) nominato per risanare i conti e traghettare l’ente verso la nuova governance. Ragioni di opportunità impongono che chi guida il risanamento non si occupi del profilo istituzionale. Inoltre, la legge è questione politica e non tecnica.
Trequattrini è stato sentito nelle audizioni iniziali e poi si è tenuto a distanza. Alcune sue proposte tecniche non sono state recepite, altre si. Per i critici è un altro pessimo segnale per i territori ed in particolare quelli di Frosinone e Latina.
La norma, con i suoi limiti, con le sue soluzioni imperfette, con i compromessi che porta dentro, è tecnicamente coerente. Risponde alle finalità che si è data. Può essere migliorata. Ma è la migliore che il contesto politico e istituzionale attuale poteva produrre. Il resto dipende dalle persone. E le persone, in questo caso, le sceglie chi ha la maggioranza. Quella stessa Regione che ha appena acquisito il 51% del Consorzio e nomina il Commissario della ZLS. Il cerchio si chiude lì.
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