Semestre filtro a Medicina: trentamila esclusi. Dati, criticità e una proposta. Lettera aperta al Ministro Bernini


On. Sen. Anna Maria Bernini,

Le scrivo alla vigilia degli esami di maturità, mentre decine di migliaia di studenti si preparano a una prova decisiva senza sapere ancora che cosa li attende subito dopo. Perché, ancora a giugno inoltrato, il decreto che dovrà regolare l’accesso a Medicina, Odontoiatria e Veterinaria per il prossimo anno accademico non è stato pubblicato. Non si conoscono né le regole, né i programmi, né le date. Comincio da questa considerazione, perché è il fatto che meglio fotografa lo stato delle cose.

Le scrivo da due punti di vista, e li dichiaro entrambi, perché entrambi mi danno titolo a parlare. Mi occupo di editoria universitaria e di preparazione alle selezioni universitarie da venticinque anni: ho visto nascere e cambiare i metodi di ammissione, la transizione dalle graduatorie locali alle uniche graduatorie nazionali, l’avvento del Cambridge Assesment, la rimodulazione della composizione delle prove d’esame, la progressiva riduzione delle domande di cultura generale (fino alla sola comprensione del testo) in favore delle discipline scientifiche e infine l’esperimento della banca dati nazionale da cui venivano estratte le domande.

Durante la prima applicazione di questa riforma la mia casa editrice era presente sia sul fronte delle ammissioni sia su quello dei manuali universitari. Ho visto la macchina da dentro; abbiamo pubblicato i manuali maggiormente adottati dai docenti di Biologia, Chimica e Fisica presso gli atenei di tutta Italia, sapendo già in partenza che sarebbe stato impossibile per gli studenti apprendere tutte quelle nozioni in appena due mesi di corsi, prevalentemente in DAD. Ma le scrivo anche, e soprattutto, da madre di due ragazze che sognano di studiare Medicina. Questo tema, per me, non è un esercizio professionale. È la vita delle mie figlie, e di decine di migliaia di ragazze e ragazzi come loro e delle loro famiglie che si prodigano per sostenere i propri ragazzi con i mezzi di cui dispongono.

Non le scrivo per protestare. Le scrivo per metterle davanti dei numeri, delle considerazioni e per avanzare una proposta concreta.

I fatti, prima di ogni opinione

La riforma del cosiddetto “semestre filtro” è nata con due promesse esplicite: eliminare il test di ammissione a Medicina e ridurre il peso del costoso mercato della preparazione privata. A un anno dalla prima applicazione, i numeri raccontano cosa è accaduto.

Si sono iscritti circa 54.000 candidati. I posti effettivamente disponibili a Medicina erano 17.278. In graduatoria sono entrati in 22.688 – ma solo grazie a un decreto correttivo che ha ammesso anche chi non aveva superato uno o due dei tre esami previsti. Oltre 30.000 ragazzi sono rimasti fuori, anche dai corsi affini. Alla Federico II di Napoli, su 3.565 iscritti, 1.963 sono stati bocciati in tutte le materie. La Fisica si è rivelata ovunque un ostacolo quasi insormontabile: meno di un candidato su cinque ha ottenuto un voto valido. Anche i candidati ammessi hanno superato le prove con voti così bassi da aver richiesto e ottenuto che non concorressero alla media curricolare.

Non si tratta di polemica, ma di cronaca documentata. E già da soli questi dati dicono una cosa che dovrebbe far riflettere: per non lasciare vuote le aule di Medicina, si è dovuta abbassare l’asticella dopo la prova. La selezione non è stata eliminata: è stata solo posticipata, resa più dura, più confusa.

Un assunto sbagliato all’origine

Mi permetta un’osservazione che offro come constatazione, non come accusa. È lecito chiedersi su quali basi sia stata immaginata una prova così severa. Tutto fa pensare che il metro sia stato il risultato del test 2025, quando i quesiti vennero estratti da una banca dati pubblica, diffusa in anticipo. Quell’anno si registrò un numero anomalo di punteggi altissimi, molti col massimo. Ma quei punteggi, con ogni evidenza, non misuravano un’eccezionale preparazione: misuravano la capacità di memorizzare un database noto. Hanno restituito un quadro non reale del livello dei nostri diplomati, cosa che invece emergeva in modo piuttosto chiaro dall’analisi dei risultati degli ultimi 25 anni di test di accesso; voti medi degli ammessi, voti medi dei primi classificati e degli ultimi ammessi – dati storici disponibili a tutti e ben noti a me che per professione e curiosità mi interesso di didattica, di apprendimento e di valutazione dei sistemi scolastici.

Se la riforma è nata dalla convinzione che i ragazzi in uscita dal liceo fossero così preparati da reggere una selezione universitaria anticipata, allora è nata da una misura falsata. E la realtà è emersa quest’anno, con i numeri che sono sotto gli occhi di tutti. A pagarne il conto sono stati i ragazzi che hanno perso un anno, e le famiglie costrette a iscrivere i figli a corsi di preparazione sempre più cari, che oggi cominciano persino al terzo anno di liceo.

La promessa più tradita: l’equità

C’è una promessa, fra tutte, che mi sta a cuore come madre e come cittadina: quella di un accesso più democratico. E qui devo dire una cosa scomoda, proprio perché parlo da una posizione che me lo consente. Come molte famiglie che possono permetterselo, anche la mia investe nella preparazione dei figli. Lo dico apertamente, perché è esattamente questo che rende il problema visibile: un sistema così incerto penalizza chi non ha i mezzi.

Chi può pagare un corso che parte con due o tre anni di anticipo arriva preparato. Chi non può, arriva a un semestre compresso, caotico, in larga parte erogato a distanza – perché gli atenei non hanno né le aule né i docenti per accogliere tutti in presenza – e affronta senza rete esami che decidono il suo futuro, non con i suoi tempi, ma con i tempi decisi da altri. In quel divario, non è il merito a fare la differenza. È la possibilità di spesa: esattamente l’opposto di ciò che questa riforma prometteva.

Mi lasci raccontare una storia vera, senza nomi, perché vale più di molti numeri. Conosco una ragazza diplomata a diciassette anni. Ha affrontato il semestre filtro senza alcuna preparazione aggiuntiva, seguendolo interamente a distanza. Non lo ha superato. Stava per mettersi a studiare per riprovarci l’anno successivo quando le università private hanno riaperto i termini di iscrizione – come molte hanno fatto, proprio mentre decine di migliaia di ragazzi restavano esclusi dal pubblico. Ha superato tutti i test di accesso e si è iscritta, sostenendo due esami da sola, studiando di notte e nei fine settimana, perché di giorno doveva seguire le materie del secondo semestre con frequenza obbligatoria. Poi ha deciso di rinunciare, per riprovare quest’anno perché crede nell’università pubblica. Nel frattempo, ha già sostenuto e superato due esami e frequenta un corso di preparazione privato.

Ecco il punto che dovrebbe interrogarci tutti. Quella ragazza un paracadute ce l’aveva: se anche il prossimo anno non dovesse passare, una privata la riprenderebbe, riconoscendole gli esami già sostenuti. E come lei, tutti i ragazzi che possono permettersi un corso di preparazione arriveranno alla prossima selezione più preparati e, soprattutto, con quella rete sotto. Ma chi quel paracadute non ce l’ha? Chi non può pagare né il corso né la retta di un ateneo privato? Quel ragazzo, se non passa, semplicemente perde l’anno. Era questa la svolta democratica che era stata promessa? Spostare di un anno il termine degli studi per decine di migliaia di ragazzi?

Una proposta sensata

Le scrivo per riconsiderare, elementi alla mano, un ritorno a una selezione collocata nel mese di settembre, prima dell’inizio del percorso universitario, ma a giusta distanza dall’esame di maturità – come peraltro ancora avviene per l’IMAT e per le lauree triennali delle professioni sanitarie. Lo chiedo per due ragioni precise.

La prima riguarda che cosa è giusto valutare. Una prova disciplinare nel mese di settembre testerebbe le competenze scientifiche acquisite durante la scuola superiore, su una base uguale per tutti: conoscenze di grado secondario, non universitario. È più equo ed è più sensato. Si valuterebbero i ragazzi su ciò che la scuola ha effettivamente insegnato loro, non su esami universitari compressi in poche settimane e svolti in aule che – ripeto – gli atenei non hanno, finendo per ripiegare sulla didattica a distanza, a scapito della qualità dell’insegnamento.

La seconda ragione è ancora più urgente, perché riguarda il destino di chi non passa. Una selezione a settembre consentirebbe a chi non viene ammesso di iscriversi tempestivamente a un altro corso di laurea, senza perdere l’anno. È esattamente ciò che quest’anno non è stato possibile: oltre 30.000 ragazzi si sono ritrovati esclusi a metà strada, troppo tardi per ripiegare su un altro percorso. Un anno di vita perso, non per demerito, ma per come è stato congegnato il sistema.

La mia richiesta

Le chiedo, con il rispetto dovuto al suo ruolo e con la franchezza che mi impone il mio:

Di pubblicare senza ulteriore indugio il decreto per il prossimo anno accademico, perché è inaccettabile che, a maturità iniziata, i ragazzi non conoscano ancora le regole che decideranno il loro futuro.

E di valutare seriamente il ritorno ad una selezione di settembre, fondata sulle competenze della scuola secondaria, uguale per tutti, e collocata in un momento che non costringa chi non passa a perdere un anno intero.

Non difendo un sistema contro un altro per partito preso. Difendo i ragazzi, e il loro diritto a essere valutati in modo equo, chiaro e rispettoso del loro tempo. È questo, in fondo, l’unico criterio che dovrebbe guidare ogni riforma dell’accesso agli studi.

Con rispetto, e con la determinazione di chi questi ragazzi li conosce – in casa propria e sui banchi di tutta Italia.

Valeria Crisafulli

Direttrice editoriale ed editrice universitaria da venticinque anni. Madre di due ragazze che aspirano a studiare Medicina.

I dati citati (iscritti, posti, ammessi, esclusi del semestre filtro 2025/26; esiti per sede e per materia) sono tratti dalle graduatorie ufficiali, dal DM 1115/2025 e dalle rilevazioni di stampa, e sono aggiornati a giugno 2026.


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