Btp nel mirino dell’Ue, Bankitalia: restrizioni nel momento sbagliato


Nuove restrizioni agli acquisti di titoli di Stato da parte delle banche rischiano di intervenire nel momento sbagliato, senza necessariamente risolvere il problema che intendono affrontare. È la posizione espressa da Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenuto al Festival dell’Economia di Torino, dove ha contestato l’opportunità di introdurre limiti agli investimenti degli istituti di credito nel debito pubblico. La questione è entrata nel dibattito europeo attraverso il rapporto sulla competitività bancaria della Commissione europea, pubblicato a luglio, nel quale è stata presa in considerazione l’ipotesi di intervenire sul legame tra banche e Stati sovrani. Secondo le prospettive delineate nel dibattito comunitario, le prime proposte potrebbero arrivare all’inizio del 2027. Un orizzonte che lascia ancora spazio al confronto, ma che mette già in evidenza una divergenza di impostazione tra l’esigenza europea di ridurre le concentrazioni di rischio nei bilanci bancari e la cautela di Via Nazionale rispetto a interventi regolamentari capaci di modificare il funzionamento del mercato dei titoli pubblici.

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Il ragionamento di Panetta parte dal riconoscimento del problema, senza però accettare che la soluzione debba necessariamente consistere in una limitazione degli acquisti. “L’intenzione di limitare l’accumulo di rischio sovrano nei bilanci” bancari, ha osservato, nasce da una preoccupazione reale, che non può essere negata. Ma, ha sottolineato il governatore, “da questo non discende che la soluzione sia limitare gli acquisti di titoli pubblici da parte delle banche”. È una distinzione importante, perché sposta la discussione dalla necessità di contenere il rischio alla scelta degli strumenti più adatti per farlo. Il punto non è negare l’esistenza di un’esposizione potenzialmente problematica, ma evitare che una misura concepita per rafforzare la stabilità finanziaria finisca per produrre effetti indesiderati sul mercato del debito sovrano, sull’operatività degli istituti e sulle condizioni complessive del credito. Per Panetta, dunque, la questione deve essere valutata alla luce della situazione attuale del sistema bancario e del contesto finanziario, non soltanto sulla base dei rischi emersi nelle crisi del passato.

Il circolo vizioso tra banche e Stati appartiene a una fase diversa

Il governatore ha richiamato il contesto nel quale il problema era stato affrontato con particolare intensità negli anni della crisi finanziaria. Allora il timore era quello di un circolo vizioso tra banche e Stati sovrani: le difficoltà dei conti pubblici potevano compromettere i bilanci degli istituti esposti ai titoli nazionali, mentre la debolezza delle banche poteva a sua volta trasferire rischi sul settore pubblico, alimentando instabilità e tensioni sui mercati. Quel meccanismo aveva rappresentato uno dei punti più delicati della crisi dell’Eurozona, rendendo evidente quanto fosse stretto il rapporto tra solidità degli intermediari finanziari e sostenibilità del debito pubblico.

Secondo Panetta, tuttavia, le condizioni attuali sono cambiate. Le banche detengono meno titoli pubblici rispetto al passato e si trovano in condizioni patrimoniali complessivamente migliori. Questo non significa che il rischio sovrano sia scomparso, né che il legame tra bilanci bancari e finanze pubbliche abbia perso ogni rilevanza. Significa, piuttosto, che il quadro deve essere letto tenendo conto dei progressi compiuti dal settore bancario e delle trasformazioni intervenute nel sistema finanziario europeo. È proprio questa evoluzione a rendere, nella valutazione del governatore, poco convincente un intervento che limiti preventivamente la capacità degli istituti di acquistare debito pubblico. “Si discuteva del problema anni fa durante la crisi finanziaria perché c’era il timore di un circolo vizioso tra Stati e banche”, ha ricordato, evidenziando come oggi le condizioni di partenza siano differenti.

La questione non riguarda soltanto la regolamentazione bancaria, ma anche l’equilibrio tra stabilità finanziaria e funzionamento dei mercati. I titoli di Stato rappresentano infatti una componente importante degli investimenti degli istituti di credito e svolgono un ruolo nella gestione della liquidità e del portafoglio. Un irrigidimento dei vincoli potrebbe modificare le scelte di allocazione degli attivi e incidere sulla domanda di debito pubblico. Per un Paese come l’Italia, nel quale il mercato dei titoli sovrani ha un peso rilevante nel sistema finanziario, il confronto assume una particolare importanza. Panetta non ha indicato un esito automatico delle eventuali restrizioni, ma ha contestato l’opportunità di aprire adesso una discussione che rischia di concentrarsi sullo strumento prima ancora di averne dimostrato la necessità nelle condizioni attuali.

Rendimenti a lunga scadenza in aumento: perché nuove restrizioni sarebbero intempestive

C’è poi un elemento congiunturale che, secondo il governatore, rende ancora meno opportuno intervenire sugli acquisti bancari di titoli pubblici: l’aumento dei tassi a lungo termine. È questo il passaggio che collega più direttamente la posizione di Bankitalia alle dinamiche dei mercati obbligazionari. Quando i rendimenti salgono, i prezzi dei titoli già in circolazione tendono a scendere. Per gli istituti che detengono obbligazioni a lunga scadenza, il movimento dei tassi può tradursi in variazioni di valore dei portafogli e richiede una gestione attenta delle esposizioni. In una fase simile, limitare in anticipo la possibilità di acquistare titoli di Stato potrebbe ridurre il margine di manovra delle banche, senza necessariamente eliminare le vulnerabilità che le autorità intendono contenere.

“In questo momento limitare il potenziale acquisto sembra alquanto intempestivo”, ha affermato Panetta, sintetizzando la propria contrarietà a un’accelerazione regolamentare. Il termine scelto non equivale a una negazione definitiva della necessità di intervenire, ma indica una valutazione sulla tempistica e sull’utilità del confronto. Per il governatore, la discussione attuale “non è molto utile”, proprio perché non tiene sufficientemente conto delle condizioni in cui si trova il sistema bancario e delle pressioni che derivano dall’andamento dei rendimenti a lunga scadenza. L’obiettivo della stabilità finanziaria rimane condivisibile, ma gli strumenti devono essere proporzionati al rischio effettivo e coerenti con il contesto nel quale vengono applicati.

La posizione di Via Nazionale richiama così un principio più ampio della regolamentazione finanziaria: una misura prudenziale non può essere giudicata soltanto in base al rischio che intende ridurre, ma anche considerando i suoi effetti sul comportamento degli intermediari e sull’equilibrio del mercato. Il problema del rischio sovrano nei bilanci bancari, in questa prospettiva, richiede un’analisi che distingua tra la concentrazione delle esposizioni, la capacità patrimoniale degli istituti e la loro effettiva vulnerabilità agli shock dei tassi. Il punto sollevato da Panetta è che la presenza di un rischio non giustifica automaticamente qualsiasi restrizione, soprattutto quando il sistema bancario appare più solido rispetto al passato e il contesto finanziario presenta nuove criticità.

Le regole prudenziali esistono già: la priorità è usarle in modo efficace

Un altro argomento centrale della posizione del governatore riguarda l’architettura delle regole già in vigore. Panetta ha ricordato che le banche sono oggi sottoposte a requisiti patrimoniali e prudenziali, comprese le regole sulla leva finanziaria, che impongono vincoli rispetto alle attività detenute in bilancio. A queste disposizioni si aggiungono gli strumenti a disposizione delle autorità di vigilanza per contenere i rischi e intervenire quando le esposizioni risultano problematiche. Il messaggio è che il sistema regolamentare non parte da zero: esistono già meccanismi attraverso i quali monitorare la solidità degli intermediari e limitare le vulnerabilità, senza dover necessariamente introdurre un tetto generalizzato agli acquisti di titoli sovrani.

Il richiamo alle regole esistenti apre una questione di efficacia dell’intervento pubblico. Prima di aggiungere nuovi vincoli, è necessario capire se gli strumenti attuali siano sufficienti, se debbano essere applicati in modo più incisivo o se esistano lacune specifiche da colmare. Una restrizione generalizzata, infatti, rischierebbe di trattare allo stesso modo istituti con livelli di capitale, modelli di business ed esposizioni differenti. Il controllo prudenziale, invece, può essere calibrato sulla situazione delle singole banche e sulla natura dei rischi che emergono dai loro bilanci. È questa la logica sottesa alle osservazioni di Panetta: affrontare il rischio sovrano non significa necessariamente comprimere la capacità degli intermediari di investire in titoli pubblici, ma utilizzare gli strumenti più adatti a garantire che tali investimenti rimangano sostenibili.

Per il settore bancario europeo, la questione è particolarmente delicata perché si colloca all’incrocio tra regolamentazione, politica monetaria e finanziamento delle economie nazionali. Le banche devono mantenere solidi bilanci e rispettare requisiti prudenziali, ma svolgono anche una funzione essenziale nell’assorbimento del debito pubblico e nell’intermediazione finanziaria. Un intervento regolamentare mal calibrato potrebbe modificare questi equilibri senza offrire benefici proporzionati sul piano della stabilità. La posizione del governatore non esclude che il tema possa essere affrontato in futuro, ma invita a evitare che l’esigenza di intervenire si trasformi in una risposta automatica, scollegata dall’evoluzione dei mercati e dalle condizioni effettive degli intermediari.

Consolidamento bancario, la vera linea rossa è il credito alle imprese

Dal rischio sovrano al consolidamento bancario, il filo conduttore dell’intervento di Panetta resta la necessità di evitare che le scelte regolamentari e industriali finiscano per penalizzare il finanziamento dell’economia reale. Rispondendo a una domanda sulle aggregazioni tra istituti, il governatore ha osservato che “non c’è evidenza del fenomeno che la dimensione maggiore delle banche si associ a un razionamento del credito”, nemmeno nei confronti delle imprese più piccole. Un’affermazione che interviene in un dibattito centrale per il sistema finanziario italiano, nel quale le operazioni di consolidamento sono considerate una delle strade per aumentare la scala operativa, rafforzare la competitività e affrontare i costi crescenti della trasformazione tecnologica e regolamentare.

La crescita dimensionale degli istituti, tuttavia, non può diventare un obiettivo perseguito a prescindere dalle conseguenze sul tessuto produttivo. “Non potevamo evitare di avere una maggiore dimensione media del sistema bancario, ma non dobbiamo farlo a scapito del credito”, ha affermato Panetta, definendo la questione “importantissima”. La distinzione è rilevante soprattutto per le piccole e medie imprese, che spesso dipendono in misura significativa dai finanziamenti bancari e che possono avere meno alternative rispetto alle grandi aziende quando devono reperire capitali per investimenti, circolante o crescita internazionale. Se il consolidamento porta a istituti più efficienti e solidi, il risultato può essere positivo anche per il sistema produttivo; se invece comporta una riduzione della disponibilità di finanziamenti, soprattutto nei confronti delle realtà di dimensioni minori, il beneficio industriale rischia di essere accompagnato da un costo economico.

Bankitalia, ha assicurato il governatore, continuerà a monitorare il fenomeno. Il controllo degli effetti delle aggregazioni sul credito rappresenta un passaggio essenziale per valutare la qualità del consolidamento, al di là delle dimensioni raggiunte dai singoli gruppi. La questione non è quindi stabilire se le banche debbano crescere oppure no, ma verificare che la trasformazione del settore migliori la capacità di servire famiglie e imprese. In un’economia caratterizzata da una forte presenza di aziende di piccola e media dimensione, il credito resta infatti una leva decisiva per sostenere investimenti, produttività e competitività. La crescita degli istituti può contribuire a questi obiettivi, ma non può essere considerata positiva soltanto perché produce soggetti più grandi.

Conti pubblici e coesione sociale: la prudenza fiscale non è un’alternativa al sostegno dei più deboli

Il tema della stabilità finanziaria si intreccia inevitabilmente con quello dei conti pubblici. Anche su questo fronte Panetta ha ribadito una posizione improntata alla prudenza, invitando però a non trasformare il controllo della finanza pubblica in un argomento contrapposto alla coesione sociale. “Non contrapporrei la prudenza fiscale alla coesione sociale”, ha dichiarato, aggiungendo che “l’idea di avere i conti in ordine è corretta anche per sostenere gli interventi per i più deboli”. Il messaggio è che disciplina di bilancio e protezione sociale non devono essere interpretate come obiettivi incompatibili. Una gestione sostenibile delle risorse pubbliche, nella visione del governatore, contribuisce anche a creare le condizioni per finanziare interventi destinati alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Panetta ha inoltre ricordato di aver “molto incoraggiato il governo alla prudenza fiscale” negli ultimi anni, sottolineando che l’approccio dovrebbe essere “bipartisan”. Il riferimento introduce una dimensione di continuità istituzionale in un ambito spesso esposto al confronto politico. La sostenibilità dei conti pubblici, infatti, non riguarda soltanto le decisioni di bilancio di un singolo esercizio, ma la capacità dello Stato di mantenere nel tempo la fiducia dei mercati, finanziare i servizi essenziali e affrontare eventuali shock economici. Per un Paese con un debito pubblico elevato, la credibilità delle politiche fiscali rappresenta un elemento importante anche per le condizioni di finanziamento dell’intera economia.

La prudenza fiscale, tuttavia, non coincide necessariamente con una riduzione indiscriminata della spesa. Il punto sollevato da Panetta è che l’ordine dei conti può costituire una condizione per sostenere politiche sociali efficaci e durature. Il problema economico consiste quindi nel definire priorità compatibili con la sostenibilità finanziaria, evitando che l’equilibrio di bilancio venga presentato come un obiettivo separato dalle esigenze della società.

Euro digitale, meno timori per i depositi bancari

Nel capitolo dedicato ai pagamenti, il governatore ha segnalato un cambiamento nell’atteggiamento del sistema bancario nei confronti dell’euro digitale. Secondo Panetta, un numero sempre minore di banche manifesta preoccupazioni legate al possibile deflusso di depositi verso la nuova forma di moneta digitale della banca centrale. Il timore è che famiglie e imprese possano trasferire una parte consistente delle somme detenute nei conti bancari verso portafogli in euro digitale, riducendo la base di raccolta degli istituti e aumentando la necessità di reperire finanziamenti alternativi. Si tratta di una delle questioni più sensibili nel disegno di una moneta digitale pubblica, perché riguarda direttamente il rapporto tra innovazione nei pagamenti e stabilità del sistema bancario.

Panetta ha richiamato due elementi che dovrebbero contribuire a contenere questi rischi. Il primo è la previsione di limiti al possesso dell’euro digitale, destinati a impedire accumuli eccessivi che possano sottrarre depositi alle banche. Il secondo è la possibilità per la Banca centrale europea di colmare eventuali richieste di liquidità, qualora si manifestassero esigenze legate al funzionamento del sistema. Questi meccanismi, nella valutazione del governatore, contribuiscono a ridimensionare le preoccupazioni che accompagnano il progetto. L’obiettivo è sviluppare uno strumento di pagamento pubblico capace di rispondere all’evoluzione delle abitudini digitali, senza compromettere il ruolo degli intermediari bancari nel finanziamento dell’economia.

Il tema si inserisce in una trasformazione più ampia del mercato dei pagamenti, dove le innovazioni tecnologiche stanno modificando le modalità con cui cittadini e imprese trasferiscono e conservano valore. La sfida per le autorità consiste nel consentire l’evoluzione degli strumenti disponibili mantenendo un equilibrio tra sicurezza, accessibilità e stabilità finanziaria. Le osservazioni di Panetta suggeriscono che, almeno sul fronte del possibile spostamento dei depositi, il confronto tra banche e autorità monetarie stia diventando meno conflittuale. La presenza di limiti di detenzione e di strumenti di gestione della liquidità è infatti un elemento centrale per rassicurare gli istituti e rendere compatibile la diffusione dell’euro digitale con il funzionamento del sistema bancario.

Stablecoin in perdita di slancio, bitcoin resta una scommessa

L’ultima parte dell’intervento ha riguardato le criptovalute e gli strumenti digitali privati. Panetta ha affermato che le stablecoin “stanno perdendo slancio”, mentre il bitcoin resta “una scommessa”. Due valutazioni che distinguono tra fenomeni diversi, ma che convergono nell’invito a non sottovalutare le caratteristiche e i rischi di queste forme di attività finanziaria. Le stablecoin, progettate per mantenere un valore relativamente stabile rispetto a un riferimento, come una valuta tradizionale, hanno attirato l’attenzione per il loro potenziale utilizzo nei pagamenti e nei trasferimenti digitali. La loro diffusione, tuttavia, pone interrogativi sulla qualità delle riserve, sulla capacità di mantenere la parità promessa e sulle possibili conseguenze di eventuali riscatti massicci.

 


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