La filosofia come attività pensierosa: racconto di un laboratorio di filosofia con i bambini di Quarta e Quinta Primaria


INVIATO DA GIUSEPPE LANCIANO – Il laboratorio di filosofia con i bambini dell’Istituto Marymount è iniziato con un gioco: una scatola misteriosa sigillata da esplorare in vari modi. Inizialmente è stato chiesto loro di inventare una storia su ciò che ci poteva essere nascosto dentro. Subito dopo, attraverso l’indagine rigorosa dei quattro sensi (usare il gusto sarebbe stato complesso) e il confronto in piccoli gruppi, è stato chiesto ai bambini di provare a scoprire cosa ci fosse “veramente” dentro.

Doveva essere semplicemente un’attività introduttiva alla filosofia. La scatola rappresentava la natura (Physis), ovvero l’oggetto di indagine della filosofia in particolare per i primi filosofi greci, mentre le storie inventate dai bambini rappresentavano i miti (Mythos) che, nel racconto classico della storia della filosofia, vengono superati dall’indagine razionale e dall’osservazione (Logos) nella ricerca del principio primo (Arché) che ordina le cose intorno a noi. Tutto questo per cercare di svelare la verità (Aletheia) e condividerla con gli altri in forma di scienza (Episteme).

Sembrava l’inizio perfetto, grazie al quale i bambini avrebbero vissuto in piccolo la storia della nascita della filosofia imparando, nel processo, qualche parola in greco e i nomi dei primi filosofi, in una perfetta sintesi fra le due parti fondamentali della disciplina, ovvero attività e storia della dottrina, gioco e racconto. Se non fosse che il vero culmine della capacità euristica della scatola è stato raggiunto solo nella giornata conclusiva, quando, in teoria, non era previsto neanche che venisse usata.

Era stato chiesto ai bambini di dedicarsi a un momento di valutazione e autovalutazione del laboratorio. Quasi la totalità dei bambini era entusiasta del percorso, ma considerava totalmente inaccettabile la mancata apertura della scatola alla fine degli incontri. “Maestro, questa cosa che non apri la scatola mi fa male alla pancia”, ha scritto uno, sollevando tra l’altro, con una sola frase, il problema del rapporto tra mente e corpo. “Maestro, non riesco a fare quello che ci chiedi finché non apri la scatola”, ha aggiunto una bambina più coraggiosa incrociando le braccia, dimostrando una fiducia del tutto anacronistica nel potere degli scioperi. Altri hanno più semplicemente mugugnato, sbattuto i piedi per terra o mimato uno svenimento a causa della mancata soddisfazione della loro richiesta.

Allora il maestro, che voleva far scoprire con un’attività ai bambini quale fosse il bellissimo senso della filosofia, e quindi di conseguenza sciorinare la nota formuletta “amore per la conoscenza”, si è ricordato proprio grazie a loro che il suo contrario è vero almento altrettanto, e che la filosofia è anche “angoscia del non sapere”.

Quello che gli adulti chiamano “curiosità” o “passione”, i bambini non hanno paura a definirlo “fastidio” o addirittura “odio”. Angoscia e odio sono concetti inquietanti, la curiosità invece è un concetto rassicurante perché presuppone che le risposte, in fondo, ci siano. Ma è evidente che la rassicurazione funziona solo per chi detiene il monopolio di queste risposte e a volte le utilizza per esercitare controllo su chi le deve studiare. L’odio, l’angoscia, il fastidio e il mal di pancia sono indispensabili tanto quanto le loro versioni di segno positivo; ma a volte, per andare in profondità, bisogna girare la direzione dello sguardo sulle cose. Questo perché il senso non è un contenuto, ma è una direzione.

Questa esperienza racconta, se ce ne fosse bisogno, che il significato non si può spiegare e non si mette a priori nelle cose, neanche nelle attività didattiche laboratoriali meglio progettate; a volte, quando si è fortunati, si trova, altre invece no. Di questa possibile perdita di tempo e di produttività sono terrorizzati solo gli adulti, mentre i bambini intuiscono che la scuola deve essere tempo liberato (scholè), e non tempo utile.

La filosofia è “un’attività pensierosa”, ha scritto un’altra bambina oggi, e attorno a questa postura pensierosa, che non è né positiva né negativa, il progetto avrebbe dovuto provare a tenere insieme la dimensione storica e quella laboratoriale, ma soprattutto la dimensione dell’amore per il sapere con quella dell’angoscia dell’ignoranza. Il progetto, infatti, si fondava su tre nuclei principali. Il primo era l’introduzione al pensiero filosofico, soprattutto con riferimento ai filosofi naturalisti e a Platone. Il secondo era l’esplorazione del legame storico e concettuale tra la nascita del pensiero filosofico e la democrazia. Il terzo era il cantiere dell’Utopia, inteso come progettazione utopica e strumento di trasformazione della realtà. I bambini hanno lavorato prima su ciò che avrebbero voluto cambiare della propria scuola, per poi passare alla progettazione plastica e concettuale di intere città utopiche, traducendo i valori in Costituzioni concrete e poi in progettazioni urbanistiche che favorissero il rispetto dei valori fondamentali scelti insieme. Esplorando in questo modo sia le idee meravigliose con cui i filosofi del passato provano a rispondere alle grandi domande, sia la grande negatività della realtà intorno, che sembra lasciare pochissimo spazio al pensiero utopico.

Il successo dell’esperienza, se c’è stato, risiede nell’aver attivato le tre dimensioni del pensiero: il pensiero critico, grazie alla modalità laboratoriale e al continuo ricorso a un approccio maieutico; il pensiero creativo, nella progettazione dell’utopia; la dimensione caring, nella cura dell’altro all’interno della comunità di ricerca in tutti i momenti di riflessione collective.

Nello sviluppo delle attività si è cercato di dare priorità al processo più che al prodotto, al succedere più che al successo, obiettivo quanto mai complesso in una società che chiede alla scuola di essere il suo specchio perfetto. Nel laboratorio non c’era interesse per la produzione di una risposta corretta o di un manufatto “bello”, ma solo per l’accadere del pensiero nel momento stesso in cui veniva formulato, messo in crisi e poi discusso da tutta la comunità.

Si è cercato di rifiutare l’infantilizzazione, rivendicando il diritto dei bambini a far sentire la propria voce. I bambini si sono dimostrati interlocutori politici validi, capaci di accettare la complessità senza essere protetti da semplificazioni artificiali, dimostrando di essere superficiali solo quando vengono poste loro domande superficiali, e scontati solo quando chi pone la domanda conosce la risposta a priori.

La vera urgenza di questo progetto, e di tutti i progetti di filosofia nelle comunità tradizionalmente escluse dalla filosofia, è di combattere l’assenza di orizzonti positivi. La filosofia dimostra che l’ignoranza o lo smarrimento non devono necessariamente condurre alla disperazione, e i bambini ci ricordano che, per costruire qualcosa di radicalmente nuovo, dobbiamo ascoltare chi di solito viene escluso e considerato incapace di parlare. La mancanza di senso si combatte costruendola insieme.


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