Tra le migliaia di commenti sui social, il più simpatico parla di “fatto fuori casa”, alludendo al celebre marchio aziendale della presentatrice tv e food creator, “Fatto in casa da Benedetta”. Benedetta Rossi e il marito Marco Gentili con un post su Facebook il 27 agosto hanno comunicato tutta l’emozione dell’incontro con le loro due figlie, due bambine di 9 e 10 anni, adottate in Costa Rica. Non ci sono i volti delle bambine, solo l’età e i nomi e la foto di otto mani che si intrecciano, quelle della «nuova famiglia» che sta «crescendo giorno dopo giorno», come «un piccolo seme che è appena germogliato».
«La destinazione non è solo un luogo geografico ma è la speranza di un nuovo inizio», aveva scritto lo scorso 10 luglio la coppia, con uno scatto che li ritraeva in aeroporto. È stato lì che hanno parlato per la prima volta pubblicamente dell’adozione, «un percorso durato anni» fatto di attese, speranze e paure: «Abbiamo imparato ad aspettare con una pazienza che non sapevamo di avere». Rossi e Gentili annunciavano un periodo di stacco dai social (i momenti che stavano per vivere, avevano detto, «richiederanno ogni grammo della nostra presenza») e chiedevano con esplicita fermezza il rispetto della privacy loro e delle bambine.
Il post di ieri, con le prime notizie sull’incontro con le bambine, ha portato l’adozione internazionale al centro dell’attenzione di centinaia di migliaia di persone: un mondo che si conosce sempre meno, visto che i numeri sono in costante calo da molti anni. Un percorso spesso narrato soprattutto mettendo in evidenza le difficoltà – i costi, i tempi, le procedure, la tua vita sotto la lente di terzi, la complessità dei vissuti dei bambini che richiedono sempre più spesso supporti di tipo psicologico, riabilitativo, sanitario – ma che dal 2000 ad oggi, cioè da quando (a seguito della ratifica della Convenzione dell’Aja da parte del nostro Paese) esiste il “sistema adozioni” per come oggi lo conosciamo, gli enti autorizzati hanno accompagnato oltre 55mila bambini a trovare una famiglia in Italia. Accanto agli enti autorizzati, ad accompagnare questi percorsi – prima e dopo l’incontro con i bambini e il rientro in Italia – ci sono le associazioni familiari: Anna Guerrieri è la presidente del Coordinamento Care, il maggior coordinamento di associazioni di famiglie adottive e affidatarie.
Cosa dovrebbe sapere una coppia che oggi legge il post di Benedetta Rossi e inizia a pensare o sta pensando all’adozione internazionale?
Prima di tutto deve sapere che l’adozione internazionale esiste per realizzare un diritto dei bambini, non un diritto degli adulti: il diritto di un bambino a crescere in una famiglia. Noi adulti, noi genitori, ci rendiamo disponibili perché questo diritto sia reso reale, sia attuato. L’alternativa è lasciare dei bambini soli, là dove stanno. La seconda cosa è sapere che questo percorso, così delicato, avviene tutto all’interno di canali istituzionali. Lo dico perché il Coordinamento Care solo pochi giorni fa ha ricevuto segnalazioni relative a contatti sui social network che promettono abbinamenti con bambini: è una frode. Le adozioni – sia nazionali che internazionali, così come gli affidamenti familiari – avvengono esclusivamente attraverso procedure definite dalla legge e gestite dalle autorità competenti: per l’adozione internazionale, i riferimenti sono la Commissione per le Adozioni Internazionali, gli enti autorizzati, i servizi territoriali, il Tribunale per i minorenni. Per l’adozione nazionale, il Tribunale per i minorenni e i servizi territoriali. In più ci sono le associazioni familiari, che possono svolgere un ruolo prezioso nell’offrire informazione, orientamento, confronto e accompagnamento: per chi si affaccia all’adozione internazionale per la prima volta, può essere utile proprio partire dal contattare un’associazione familiare, dove ci sono compagni di viaggio “esperti per esperienza” che possono aiutare a chiarirsi le idee, anche sul percorso che attende la coppia e – non dimentichiamolo – ora anche i single. Credo sia un grande aiuto, permette di evitare confusioni o di restare in idee che non aiutano.
In quali idee si rischia di rimanere “impantanati”?
L’adozione internazionale oggi ha caratteristiche molto diverse da quelle di 15-20 anni fa. La stessa Benedetta Rossi ha adottato due sorelle di 9 e 10 anni e questa è una fotografia piuttosto realistica di quel che è l’adozione oggi: non neonati o bambini piccolissimi, ma bambini che hanno almeno 7-8 anni. È un dato di cui occorre essere consapevoli. Spesso poi questi bambini hanno dei fratelli, quindi agli aspiranti genitori verrà chiesto se danno disponibilità ad adottare un solo bambino o più di uno. E ancora, questi bambini possono avere dei bisogni specifici: è Importante ricordare che secondo i dati della Commissione Adozioni Internazionali il 70% dei minori che entrano in Italia con adozione internazionale ha uno special need. Nella categoria di “special needs” entrano sia i bambini che hanno più di 7 anni, sia le fratrie numerose, sia i bambini che hanno bisogni sanitari e/o psicofisici: fare un’adozione internazionale oggi significa misurarsi con questi temi e ragionare su quale disponibilità di vuole dare. Ovviamente per comprendere quale disponibilità si è realmente in grado di dare ci vogliono tempo, riflessione, confronto. Senza minimizzare ma neanche ingigantire questi bisogni: per questo il confronto con le altre famiglie è utile. Per esempio un bisogno sanitario può spaventare, ma dopo essersi presi del tempo per comprenderlo, si può capire che si è in grado di accoglierlo. L’altra cosa fondamentale, da capire fin dall’inizio, è che il vero viaggio dell’adozione internazionale non è quello dell’attesa del bambino, ma inizia con l’incontro dei bambini: come Coordinamento Care infatti insistiamo molto sull’importanza di essere accompagnati per i primi mille giorni dall’ingresso in famiglia, esattamente come per la nascita di un neonato. E questo viaggio senza dubbio è meglio farlo in compagnia. Nei primi tempi è utile avere aiuto nella gestione degli aspetti burocratici, la sentenza estera, per esempio, deve essere trascritta dal Tribunale per i minorenni italiano e a volte passa del tempo e in quel tempo bisogna sapere confrontarsi con la scuola su come vanno gestiti i dati del minore… Ma penso anche ai dubbi relativi agli aspetti relazionali.
La storia di Bendetta Rossi ha commosso molte persone, ma nei commenti ci sono – come spesso accade quando si parla di adozioni internazionali – anche tanti luoghi comuni e “falsi miti”. Quali sono i tre principali, che è importante sfatare?
Il primo è quello che dice “Ci sono tanti bambini qua in Italia che hanno bisogno di una famiglia, che bisogno c’era di andare a prenderli dall’altra parte del mondo”. È uno stereotipo razzista, perché il diritto del bambino a crescere in una famiglia è mondiale, vale per tutti i bambini in maniera identica, non ci sono “prima gli italiani”. Ma detto questo, non ripeteremo mai abbastanza che in Italia le adozioni nazionali sono stabili da anni sulle 700/800 all’anno (e colgo l’occasione per sottolineare ancora una volta il ritardo nell’avere l’aggiornamento di questi dati, che sono fermi al 2022). Il motivo per cui il numero di adozioni nazionale è stabile è che quelli sono i minori adottabili in Italia: i minori fuori famiglia sono molti di più, è vero, ma non sono adottabili. E non lo sono perché c’è ancora in atto il tentativo di recupero della responsabilità genitoriale della famiglia di origine. Questa è la realtà in Italia. Quindi è comprensibile che le coppie – e ora anche i single – che desiderano dare disponibilità all’adozione si aprano anche all’adozione internazionale e mettano a disposizione del mondo la loro disponibilità. A questo punto è importante ricordare che l’adozione internazionale, nei paesi esteri, arriva dopo aver verificato che tutte le altre opzioni – il rientro in famiglia, l’affido, l’adozione nazionale – non sono percorribili. La “residualità” dell’adozione, nell’adozione internazionale è massima: è un’opzione a cui ci si rivolge quando non si è riusciti né a preservare la relazione con la famiglia di origine né a trovare una famiglia adottiva nel paese di origine.
Il secondo “falso mito”?
“Lo hai comprato”. Qui occorre essere chiarissimi. Il percorso adottivo è un percorso estremamente monitorato, con una autorità centrale che in Italia fa questo monitoraggio capillare. Sono emerse, negli anni, situazioni situazioni complesse, è innegabile, ma la Cai ha indagato, ha chiuso enti autorizzati e ha chiuso paesi. È importante che si smetta di buttare fango su un processo che in realtà è altamente gestito e controllato. Altro tema è quello dei costi: le spese ci sono, è innegabile, ma sono spese vive per la documentazione, la traduzione, le certificazioni, i viaggi… Sono tutte certificate e attualmente – diversamente dal passato – ampiamente abbattute dai rimborsi previsti dalla Cai. In questo modo la gratuità dell’adozione internazionale diventa un obiettivo concreto. Ci sono dei contributi per le famiglie anche per il post adozione, in particolare per chi ha adottato bambini con bisogni speciali, che richiedono cure e supporti: è importante saperlo.
E il terzo pregiudizio?
“Vi siete portati via i figli di altri”. È un’idea profondamente radicata, che si fonda su un concetto di possesso dei figli, basato sull’idea del “sangue del mio sangue”. Ma i figli non sono possesso di nessuno, sono persone autonome, soggetti titolari di diritti propri. E tra i diritti hanno il diritto a crescere in una famiglia. Se questo ambiente famigliare non c’è – perché sono in stato di abbandono, perché nella loro famiglia hanno subito un abuso o sono maltrattati – gli stati hanno il dovere di farsi carico del loro diritto. Noi genitori adottivi incontriamo i bambini qui. Diventano figli in questo passaggio doloroso, che non cancella la loro storia – avranno infatti poi il diritto di cercare i loro genitori di origine, se lo vorranno – ma intanto ora vedono attuato il diritto ad avere una famiglia.
Rossi e il marito hanno adottato due sorelle di 10 e 9 anni. Abbiamo già detto di quanto è cambiato il profilo dei bambini che arrivano oggi all’adozione internazionale e di quanto le coppie italiane abbiano storicamente dato una disponibilità molto ampia, pronti cioè ad accogliere anche bambini più grandi e con storie complesse. Che cosa significa davvero adottare bambini grandicelli e fratelli? Quali sono le complessità che una famiglia deve essere pronta ad affrontare? Insomma, bambini grandi e fratelli sono due grandi timori per chi si avvicina alle adozioni…
Quando si incontra una fratria, si incontra una vita di relazioni già sviluppata. Non si deve solo creare un legame con il bambino, ma – oltre a quello con il singolo figlio – bisogna relazionarsi anche con la dimensione della fratria. Ci sono due genitori da inserire in una relazione pre-esistente. Si entra in contatto con un mondo molto più ricco di ricordi e di relazioni. C’è il fratello più piccolo che spesso ha meno ricordi e il più grande che ne ha di più e li racconta al minore. Ci sono dei ruoli che i fratelli hanno assunto: usualmente il più grande ha assunto un ruolo quasi genitoriale verso il piccolo, che si deve riconfigurare nella nuova famiglia. È un mondo ricco, che non deve solo spaventare ma anche incuriosire. Sull’età: chiaro che più vissuto c’è stato, più possono essersi verificate situazioni gravi e difficili. Però ci sono più ricordi, più storia, più definizione della propria identità: da un lato è più facile stare accanto potendo dire “raccontami la tua storia”. D’altra parte con bambini più grandi occorre avere più attenzione all’inserimento sciale, per esempio a scuola: occorre dialogare con la scuola, cercare una scuola accogliente, che su questi temi abbia consapevolezza e voglia di mettersi in gioco, senza normalizzare tutto, stando in alleanza con le famiglie. Ci sono, ho visto tante storie positive e altrettante storie negative. Non è un caso il Coordinamento Care già nel 2014 abbia fortemente voluto le Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio delle alunne e degli alunni che sono stati adottati, poi aggiornate nel 2023.

Oggi le adozioni internazionali sono sempre meno. In passato spaventavano i costi e i tempi, oggi è proprio una questione culturale diversa, c’è una cultura che guarda con sospetto e negatività alle adozioni, tanti paesi d’accoglienza – soprattutto del Nord Europa – le hanno chiuse o hanno deciso di farlo. Qual è il punto?
Gli scandali che hanno toccato alcuni paesi del nord Europa – portati alla luce spesso da associazioni di persone con background adottivo – riguardano bambini adottati piccolissimi prima che venisse ratificata la Convenzione dell’Aja del 1993. L’adozione dei piccolissimi è molto delicata, nell’adozione come ho detto bisogna essere assolutamente certi dello stato di abbandono del minore e con i piccolissimi è complesso se il paese di origine ha struttura sociale fragile. I Paesi aderenti alla Convenzione dell’Aja qualche anno fa hanno realizzato un toolkit per le situazioni critiche, molto opportuno e utile. Quindi bisogna distinguere quel che è stata l’adozione internazionale prima dell’Aja e dopo l’Aja. E anche riconoscere che l’Italia ha sempre lavorato moltissimo nella preparazione delle coppie sul concetto della residualità dell’adozione, presentando le reali necessità e caratteristiche dei bambini: l’adozione – che sia nazionale o internazionale – è una disponibilità nei confronti di bambini reali che hanno dei bisogni reali. Nell’adozione si parte sempre dai bambini, non dagli adulti. In Italia infatti di special needs si parla diffusamente da almeno dieci anni e sono stati accolti tantissimi bambini con bisogni sanitari e psicologici, disabilità, neurodivergenze importanti, problematiche ampie… Le famiglie italiane hanno affrontato queste situazioni con forza e – va detto – spesso in solitudine. Noi associazioni familiari lavoriamo ogni giorno per contrastare questa solitudine, offrendo confronto e accompagnamento alle famiglie. È un impegno che deve riguardare tutta la società.
Foto di a Amar Preciado su Pexels
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Sara De Carli
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