Che fine faranno scuola e università quando l’intelligenza artificiale supererà quella umana e si arriverà a quel punto di rottura (singularity point) in seguito al quale il progresso tecnologico non avrà più crescita esponenziale ma verticale? Siamo pronti all’imminenza dei cambiamenti sul fronte educativo mappati, quantificati, aggiornati e prevedibili attraverso modelli matematici stando ai quali il big bang è alle porte e sarà scandito da tre fasi (crisi dei titoli, scuola fluida, interfacce neurali dirette) che rivoluzioneranno il modo di insegnare e apprendere? Mentre si parla di “patentino antifascista” e 527.747 liceali sono alle prese con la prima prova dell’esame di maturità, si sorvola sui grandi stravolgimenti alle porte anche sul fronte ‘etichette’: che entro il 2030 assisteremo a quella che viene definita la ‘crisi del pezzo di carta’ e che esistono già prototipi educativi pensati per la ‘scuola fluida’ (2030-2040). L’Adnkronos ne ha parlato con l’imprenditore e investitore tecnologico David Orban, membro del gruppo fondatore della Singularity University presso il Nasa Research Park, think tank della Silicon Valley che studia il futuro passaggio da un mondo regolato dalla gestione delle risorse fisiche a un mondo dominato dal potere del software per preparare la classe dirigente ai cambiamenti prevedibili in ogni campo.
La transizione verso un’educazione guidata dall’IA è graduale e non improvvisa. Come si possono delineare le 3 fasi di sviluppo previste (crisi dei titoli di studio, scuola senza mura, interfacce neurali dirette) sul piano temporale e qualitativo?
“Tre vincoli definiscono ciò che è possibile e si muovono a velocità diverse. Il più rapido è l’adattabilità degli studenti stessi. Possiamo star certi che useranno l’IA nella misura massima possibile, a scuola o a casa, e saranno i più veloci nel passare da una fase alla successiva. Il secondo riguarda i docenti e l’evoluzione della loro attitudine verso l’IA. In passato sono stati più lenti ad adottare strumenti come il computer, i motori di ricerca o Wikipedia. Alcuni saranno rapidi, ma la maggior parte sarà lenta ad accettare l’IA e ad adattare di conseguenza la propria metodologia di insegnamento. Il terzo, e più lento, è il livello istituzionale: cambieranno i programmi stessi a cui i docenti devono attenersi e che devono coprire in un dato anno accademico”.
Entriamo nel merito della Fase 1 (entro il 2030): la crisi del pezzo di carta. Se l’IA è in grado di rispondere a tutto, tanto vale optare per l’ignoranza? A cosa deve puntare l’educazione, e cosa diventa?
“Le risposte sono utili solo se si sa porre le domande giuste. Ciò che l’educazione deve fornire non sono fatti e nozioni, ma strumenti e metodi: la capacità di analizzare i problemi e un’attitudine epistemologica capace di valutare e analizzare criticamente le sfide”.
Che fine fa quindi il valore delle credenziali?
“Le credenziali sono sempre state un segnale per il resto della società, un acceleratore di valutazione e di costruzione della fiducia. Un diploma, una laurea, un dottorato presupponevano un certo percorso, e la capacità di generare valore a quel livello non doveva essere verificata troppo a fondo. Oggi però il valore di quel pezzo di carta è discutibile: da un lato ciò che si impara in modo tradizionale ha una rilevanza relativamente minore rispetto a molto di ciò che ci si aspetta; dall’altro esistono altri modi per dimostrare la propria capacità di creare valore, che non dipendono dalle assunzioni che attribuiamo a un determinato titolo. Molti luoghi di lavoro si sono già adattati a questo cambiamento: invece di proporsi con un CV generico, le persone costruiscono in modo molto efficiente un repository pubblico o privato del proprio lavoro e mostrano subito, al luogo dove vogliono candidarsi, ciò che sono in grado di fare. Richiede un investimento da parte del candidato, ma è molto più efficace di un semplice curriculum”.
Come cambiano i concetti di merito e di valutazione?
“Il fine dell’educazione non è essere istruiti: il fine è generare valore, e quindi i criteri di valutazione devono cambiare di conseguenza. Non più verificare la capacità di superare test che dimostrano l’acquisizione di nozioni, ma verificare che lo studente sappia creare qualcosa di interessante e utile, apprezzato dai pari, dai docenti, dalle famiglie, dalla società; e poi, una volta adulto, partecipare alla creazione e all’erogazione di prodotti e servizi per le diverse comunità. Ciò che conta è questo: è utile, ha valore? Anche l’arte e le discipline umanistiche ne fanno parte, non solo l’ingegneria o l’informatica. Sono utili e preziose quanto le altre. Non dobbiamo costruire un contrasto artificiale in un mondo di esseri umani completi, perché ben formati”.
Passiamo alla Fase 2 (prevista tra il 2030-2040): interconnessione uomo-macchina, la scuola senza mura, cioè scuola fluida. Quando si parla di scuola fluida, basata su ecosistemi decentrati e su progetti più che su classi e programmi standardizzati, come appare davvero quel modello nella pratica? Come trascorre una settimana tipo uno studente?
“Gli studenti hanno l’opportunità di imparare a lavorare in gruppo, a formare squadre, ad attrarre competenze e talenti complementari dai pari, e progettano iniziative valutate su un insieme crescente di criteri, in base alla loro capacità e al loro avanzamento. È qui che l’IA può dare un grande contributo: nel disegno dei progetti, nella valutazione, e nel sostenere i docenti in un ambiente che, per un modello di lavoro standard, risulterebbe estremamente complesso”.
Quale sarà il ruolo degli insegnanti, e cosa ne è della scuola come luogo fisico?
“Paradossalmente, il ruolo dei docenti diventerà ancora più centrale: come mentori, guide, figure di riferimento che ispirano non attraverso l’autorità disciplinare, ma con l’esempio, l’entusiasmo, la creatività, spingendo gli studenti a cercare ciò in cui sono bravi e dove vogliono dedicare l’impegno per sviluppare le proprie competenze. E il luogo sarà variabile. La scuola come edificio potrà avere un ruolo nel riunire gruppi più ampi per attività periodiche, una volta a settimana o un paio di volte al mese, ma non sarà più centrale come prima”.
Che tipo di percorsi di studio si svilupperanno in un modello decentrato e basato su progetti?
“Saranno molto personalizzati, e di nuovo questo sarà reso possibile dall’IA; inseriranno in modo molto diretto i nuovi modi di pensare, i metodi e gli strumenti che lo studente dovrà comprendere e mettere in pratica. Questa flessibilità è un po’ l’opposto di un curriculum prefissato: emerge dinamicamente”.
E il tempo? Esisteranno ancora lezioni e orari, e in quale forma?
“Poiché anche gli adulti dovranno continuare ad apprendere per generare valore e senso nelle proprie vite, la segmentazione in un primo tempo dedicato all’apprendimento, una seconda fase di lavoro e una terza di pensionamento sarà sostituita da un modo di esistere molto più fluido. Un giovane dovrà imparare molto di più, ma potrà farlo più rapidamente e in modo più mirato, mantenendo al tempo stesso la possibilità di continuare a esplorare; e qualcosa di simile vale anche per gli adulti. L’apprendimento passerà attraverso i progetti. Questi progetti avranno nomi diversi: potranno somigliare agli anni di studio in una scuola, ma resteranno pur sempre un progetto; oppure essere chiamati startup, etichetta che oggi ci piace usare; o ancora assumere qualche nuova denominazione. Includeranno sempre l’apprendere, l’applicare ciò che si è appreso, l’aggiornare i metodi, il comprendere e migliorare gli strumenti, e il progredire insieme”.
Come si gestiscono socialità e isolamento in assenza di classi fisse?
“La componente sociale va certamente custodita, sostenuta, coltivata: è un grande elemento della maturazione di una persona. Non dimentichiamo però che i gruppi numerosi alimentano anche comportamenti negativi: il bullismo, le spirali distruttive, i cattivi esempi possono influenzare un giovane tanto quanto lo stare in gruppo ne sviluppa le abilità sociali”.
Esistono già modelli scolastici di riferimento, anche solo come primi prototipi?
“Sì: 42 in Francia, Astra School in Texas, Impara Digitale in Italia”.
E le università, oggi custodi del sapere? Con una superintelligenza diffusa, su quale modello di business o utilità sociale si reggeranno?
“Un ruolo sarà quello di far incontrare le persone in spazi fisici. Un altro potrà essere quasi una nuova forma di spettacolo: invece di concentrarsi sui temi tradizionali di Hollywood, l’università offre esperienze altamente coinvolgenti basate sulla scienza e sulla scoperta, oppure sulle discipline umanistiche e sulla storia, attraendo le persone proprio attraverso queste. Anche il versante della ricerca cambierà: laboratori governati da robot potranno eseguire esperimenti progettati ovunque nel mondo, non solo da chi è fisicamente presente”.
Dalla GenZ con lo smartphone ai nativi della singolarità: quali caratteristiche avrà la nuova generazione?
“La sintetizzerei con una parola: neotenia, il mantenimento di tratti infantili nell’età adulta. Curiosità, propensione al rischio, un sano disprezzo per l’autorità e per la saggezza acquisita. Oggi, nel mondo in cui viviamo, questo è evolutivamente vantaggioso: permette alle persone di ridefinire di volta in volta chi sono, entrare in nuove comunità, riprogettare la propria vita, riconvertire le proprie competenze”.
Arriviamo alla Fase 3 (dopo il 2045): la mente espansa sul cloud. L’educazione potrebbe diventare uno strumento di controllo anziché di emancipazione? E come lo si evita?
“L’educazione non è mai neutra. Trasferisce non solo conoscenze e fatti, ma anche valori e atteggiamenti. Un senso di indipendenza e capacità di pensiero critico preparano con maggiore probabilità a una vita difficile da controllare. Per questo sono ottimista: il tipo di educazione a cui aspiriamo per il futuro non porterà al controllo”.
Come si evita un feudalesimo cognitivo, in cui solo pochi possono permettersi un’educazione potenziata dall’IA di livello superiore?
“Come ho già osservato, non servono molti strumenti: servono strumenti intelligenti, e alcuni sono estremamente accessibili, e lo diventano sempre di più. Il prezzo dell’IA cala di oltre il 90% all’anno, e la soglia per fornire supporto a docenti, studenti, famiglie e istituzioni non richiede sempre l’IA più avanzata: versioni più datate e relativamente più economiche vanno benissimo. Inoltre, lo smartphone è lo strumento universale: ogni studente ce l’ha, ogni docente ce l’ha; va semplicemente usato in modo proattivo nell’apprendimento. L’incubo ricorrente dell’accesso esclusivo travisa completamente le dinamiche che hanno trasformato ciò che era un bene di lusso in qualcosa che tutti possiedono. È successo con i telefoni cellulari, e succede ogni volta con una tecnologia che, da costosa e per pochi, diventa diffusa, performante e accessibile”.
Parliamo di governance, diritto e infrastrutture: L’AI Act europeo è una preparazione sufficiente a questo cambiamento, o servono ulteriori misure legislative?
“L’AI Act è l’opposto di ciò che serve, perché blocca la sperimentazione: introduce barriere di compliance molto alte e ostacoli regolatori che solo le grandi imprese possono adottare e soddisfare, escludendo di fatto le startup e presumendo che le risposte siano già note, invece che da scoprire. Di conseguenza, le opportunità educative dell’IA saranno esplorate meno ampiamente in Europa che, ad esempio, in America”.
Su quali fronti legislativi e dei programmi didattici deve intervenire lo Stato per avviare la didattica liquida?
“I requisiti regionali che impongono di coprire un elenco fisso di componenti del curriculum lasciano troppo poco spazio all’iniziativa di studenti, famiglie e docenti nello scegliere direzioni, temi, competenze, strumenti e metodi davvero utili, soprattutto in chiave liquida e per progetti. Rendere possibile questo spazio sbloccherebbe grandi miglioramenti. Il rischio, naturalmente, è che il percentile più basso dei docenti finisca per performare ancora peggio; ma anche qui, con l’aiuto dell’IA, potrebbero migliorare le proprie prestazioni, che a loro volta potrebbero essere monitorate meglio”.
E sul fronte delle infrastrutture?
“Amo i gadget più di quasi chiunque io conosca, ma puntare su di essi è pericoloso per due ragioni. La prima: i docenti devono imparare a usarli, e oggi, posti in una posizione di autorità, faticano ad ammettere che gli studenti li padroneggiano meglio di loro; non possono permettersi di scendere dal piedistallo. La seconda: questi dispositivi invecchiano e vanno sostituiti molto di frequente, e rappresentano un drenaggio costante delle risorse finanziarie limitate delle scuole. La buona notizia è che per usare l’IA non serve nulla di complicato o esotico: basta uno smartphone, da puntare su un foglio di carta dove una squadra lavora e progetta insieme, o fa brainstorming. Esiste anche elettronica molto accessibile, per esempio le schede Arduino per la sperimentazione hardware open source, che hanno una vita più lunga dei dispositivi chiusi di ultima generazione”.
Attuazione e contesto: Come guidare il corpo docente verso la transizione imminente?
“Devono ricevere rassicurazione, compassione e sostegno. Vanno rassicurati sul fatto che non saranno valutati su tutti i criteri mentre sono sottoposti alle pressioni del nuovo sistema. Deve essere chiaro che anche loro stanno imparando, e che gli errori sono inevitabili, persino necessari. La compassione significa saperci mettere nei loro panni, letteralmente. Anche le famiglie devono aderire al programma: a casa devono aiutare i docenti, e i ragazzi stessi devono aiutarli. Il sostegno, infine, arriva dall’IA: possono comprendere i propri punti di forza e ottenere un miglioramento deciso sui punti deboli. L’IA può eliminare il lavoro amministrativo che li appesantisce e rendere più mirate le loro esplorazioni”.
Che ruolo avrà lo sport?
“Lo sport è un ottimo esempio di come la realizzazione e la competitività umane mantengano un ruolo anche quando esistono alternative superiori prontamente disponibili. È passato più di un secolo da quando le automobili corrono più veloci degli esseri umani, eppure questo non ha fermato i corridori dall’allenarsi e dal competere. Possiamo prenderlo come esempio da estendere ad altri ambiti, dove riconosceremo e accetteremo la superiorità delle soluzioni robotiche o guidate dall’IA rispetto a quelle umane. Non smetteremo di ammirare e sostenere lo sforzo e l’eccellenza umani, premiando sia i campioni sia chiunque voglia impegnarsi in questo comportamento tanto umano e socialmente positivo”.
Se potesse mandare un messaggio vocale nel futuro ai bambini che nasceranno il giorno esatto del punto di singolarità, cosa direbbe loro di studiare?
“Coltiva la tua curiosità. Mappa le tue conoscenze, i tuoi strumenti e i tuoi metodi, e comprendi come e quando si applicano. Impara a decidere quando sostituirli o estenderli. E impara quali sono le domande utili da porti in ogni momento, mentre affronti le sfide della tua vita”.
E ai giovani universitari di oggi?
“Non aspettarti che la laurea sia la fine del tuo impegno nel costruire un percorso. Il posto fisso non è ciò che ci si attende di essere, qualcosa che la società sia tenuta a darti e a fornirti. Sii proattivo. Costruisci esempi concreti delle tue competenze, buttandoti con coraggio nel maggior numero possibile di progetti, e trova nuovi modi per essere utile se i primi che hai sperimentato non funzionano”.
E agli studenti liceali di oggi?
“Andare all’università e ottenere una laurea è stata una ricetta concreta per migliorare le proprie prospettive di vita, una ricetta che ogni famiglia giustamente spinge i figli a realizzare, ed è motivo di orgoglio quando ci riescono. Oggi una laurea non è una garanzia. Conta di più la tua attitudine a metterti in gioco nei progetti. Se hanno successo, potrebbe significare non voler investire quattro o cinque anni della tua vita per poi ripartire da zero, ma essere catapultato prima in un mondo entusiasmante di opportunità. Allo stesso tempo, assicurati di sapere se sei pronto. Non esitare a iscriverti e iniziare; ma poi, se è la decisione giusta, lascia gli studi senza rimpianti”. (di Roberta Lanzara)
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