Maya Savir: «Non scegliete tra israeliani e palestinesi, scegliete la pace»


«Trovo sia davvero triste vedere le persone che sentono di dover scegliere tra israeliani e palestinesi. La scelta dovrebbe essere fra israeliani e palestinesi che vogliono la pace e quelli che non la vogliono». Per Maya Savir, nota scrittrice e attivista nata a Tel Aviv nel 1973, la pace è una storia di famiglia. Suo padre, Uri Savir, è stato il capo negoziatore degli Accordi di Oslo, il nonno Leo fu tra i fondatori del servizio diplomatico dello Stato di Israele, il figlio maggiore è obiettore di coscienza e lei, da quando ne ha memoria, fin da quando era una bambina e partecipava alle manifestazioni della storica organizzazione Peace Now sulle spalle dei suoi genitori, si dedica a costruire ponti. Oggi dirige il ramo israeliano di Search for Common Ground, una delle più importanti organizzazioni internazionali impegnate nella riconciliazione. Autrice di romanzi, di saggistica e di libri per bambini, ha vissuto diversi anni in Africa dove si è occupata di malnutrizione. Da questa esperienza è nato il suo libro On Reconciliation (Sulla Riconciliazione) che sarà pubblicato in inglese il prossimo ottobre dalla casa editrice Plough. 

«Ciò che mi portò in Africa per dieci anni fu il cibo, o meglio, la sua mancanza. In Sudafrica e in Ruanda, però, si trasformò in uno scambio reciproco. Io insegnavo a coltivare la spirulina e le persone che ho incontrato hanno insegnato a me il significato della riconciliazione», ci racconta oggi che è diventata una nota peacebuilder, costruttrice di pace. «Si trattava di due nazioni immerse in conflitti che sembravano insolubili – come del resto appaiono tutti i conflitti a chi li vive dall’interno – eppure le loro popolazioni erano riuscite a prendere in mano il proprio destino e a intraprendere un percorso per uscirne». Nella sua esperienza in Ruanda e in Sudafrica, ha imparato che non esiste un linguaggio universale della pace perché bisogna saper dialogare con gruppi di persone diverse, adattando approcci e riferimenti culturali distinti, senza mai limitarsi a predicare ai convertiti. Ed è quello che fa ogni giorno con la sua organizzazione che opera sottotraccia con tanti gruppi diversi, adottando linguaggi diversi. 

Da quando è uscita la prima edizione del libro, in ebraico, nel 2017, ha tenuto conferenze e incontri con pubblici israeliani di diverse convinzioni politiche. L’accoglienza è stata generalmente positiva, ma la possibilità di una riconciliazione nel conflitto israelo-palestinese appariva così remota da essere considerata poco più che un esercizio teorico. Anche lei è andata a Parigi per la conferenza organizzata il 12 giugno dal ministero degli Esteri francese, che ha riunito oltre 150 esponenti della società civile israeliana e palestinese insieme a diplomatici internazionali per la Paris Call: il riconoscimento dei due Stati. «Mio padre mi manca molto», dice con un sorriso malinconico. «Tutta la mia famiglia era pacifista. Oslo rappresentava solo l’inizio di un processo che si basava sul riconoscimento reciproco. Quindi non sappiamo cosa sarebbe potuto succedere se non fosse stato fermato. Ogni processo di pace e di riconciliazione deve iniziare da lì. Bisogna riconoscere l’altro, la sua esistenza, i suoi diritti. E credo che qualsiasi futuro processo di pace dovrà ripartire da lì: israeliani e palestinesi che si guardano e si riconoscono reciprocamente come due popoli uguali». 

Quando uscì la sua prima edizione del libro, in ebraico, nel 2017, ha tenuto conferenze e incontri con pubblici israeliani di diverse convinzioni politiche. «Quando voglio capire qualcosa, scrivo un libro», dice a VITA con ironia. “On Reconciliation” parla di come risolvere i conflitti e di come mettere la riconciliazione al centro del processo. Se non la poniamo come obiettivo, non arriverà mai da sola. Per scriverlo ha raccolto le testimonianze di bianchi, neri e coloured in Sudafrica, di hutu e tutsi in Ruanda, cercando di capire cosa significhi riconciliarsi sul piano morale, spirituale, emotivo e politico». 

Una delle lezioni che ha tratto da quei viaggi è che non esiste un percorso identico per tutti. I conflitti sono diversi, ma alcune dinamiche si ripetono. Come direttrice per Israele di Search for Common Ground, guida un team composto da israeliani e palestinesi che lavorano insieme in Cisgiordania e anche a Gaza. «Le nostre sedi sono in Israele, ma abbiamo attività crossborder: attività comuni sulla tutela dei bambini, sulle donne in condizioni di fragilità, sugli aiuti umanitari. Certamente ad uno sguardo esterno è evidente una grande separazione fra noi ma se ingrandiamo la panoramica, è possibile scorgere questi spazi che sono reali, concreti, ed è nostro dovere custodirli, farli crescere e aprirne di nuovi», racconta. «Un ulteriore obiettivo fondamentale per noi è coinvolgere nelle attività persone che non necessariamente provengono dal campo della pace. La nostra sfida è il tentativo di coinvolgere attori non tradizionali», dice. «Ci sono persone che si definiscono conservatrici ma è una questione di identità. Nei loro valori sono molto più moderate di quanto si pensi». 

Secondo Maya Savir, molte di queste voci non vengono ascoltate e restano escluse dal dibattito pubblico. Costruire la pace significa creare spazi dove persone che normalmente non si incontrano possano parlare del futuro. Per farlo bisogna accettare una premessa semplice: non esiste un linguaggio universale della pace. «Per un pubblico religioso il linguaggio deve essere radicato nella fede e nella spiritualità ad esempio». Se c’è un concetto che ritorna più volte nella conversazione è quello di blind spot, il punto cieco. «Per anni il conflitto israelo-palestinese è stato percepito da molti israeliani come qualcosa di distante, gestibile, quasi congelato. Quando si parlava di riconciliazione, molti magari ascoltavano con interesse ma pensavano che il conflitto fosse lontano e che in qualche modo si potesse continuare a conviverci. È impossibile parlare a qualcuno di ciò che si trova oltre il suo punto cieco. Un punto cieco è un punto cieco. Dopo il 7 ottobre è cambiato tutto. Paradossalmente il trauma della guerra ha reso più difficile parlare di pace ma anche ignorare il tema», osserva. «Anche se oggi molte persone sostengono idee che considero terribili, almeno riconoscono che esiste un problema». 

E infatti durante la guerra a Gaza, Maya Savir ha iniziato a ricevere inviti continui a parlare di riconciliazione. Non soltanto negli ambienti tradizionalmente vicini al campo della pace, ma anche davanti a pubblici religiosi, ortodossi e conservatori disposti ad ascoltarla. Maya Savir dice cose che fanno riflettere. «Cerco di essere amica della storia», spiega a VITA. «La storia non procede in linea retta. Le grandi trasformazioni arrivano spesso quando sembrano meno probabili. L’ultimo decennio dell’apartheid fu il peggiore. Il più violento. Sembrava non esserci alcuna speranza. E poi qualcosa cambiò. Oggi siamo ancora immersi nel trauma. Da entrambe le parti. La domanda è come passare da una mentalità concentrata sul passato a una capace di immaginare il futuro».  

Non è una previsione. È un invito a non confondere il presente con il destino che non può essere ineluttabile. Questa convinzione spiega anche il suo impegno in It’s Time, la coalizione che negli ultimi due anni è riuscita a portare migliaia di persone a parlare pubblicamente di pace nel mezzo della guerra. Maya Savir sorride quando ne parla e la definisce quasi un miracolo. «Per decenni le organizzazioni pacifiste israeliane hanno lavorato spesso in ordine sparso. Litigavamo anche sulle virgole», spiega con ironia. Per lei la società civile non rappresenta un’alternativa alla politica. Rappresenta il terreno sul quale la politica può tornare a essere l’arte della possibilità e del cambiamento. Sebbene sia consapevole delle difficoltà perché la democrazia israeliana è sotto pressione ed è diventato molto difficile esporsi. Durante la conferenza di Parigi gruppi di lavoro composti da israeliani e palestinesi hanno elaborato raccomandazioni comuni da sottoporre ai governi e ai leader internazionali al G7. Maya Savir ricorda che anche Oslo iniziò così: prima come dialogo informale, poi come processo semiufficiale e infine come negoziato tra governi. Tra i temi che le stanno più a cuore ci sono la leadership femminile e il ruolo dei palestinesi cittadini di Israele. «Sono stati privati del loro ruolo storico di ponte tra israeliani e palestinesi. Vivono all’interno dello Stato di Israele, condividono la vita quotidiana con gli ebrei israeliani e allo stesso tempo fanno parte della nazione palestinese. Per questo rappresentano una risorsa politica e umana straordinaria perché l’uguaglianza non è soltanto un obiettivo finale. È anche uno strumento per costruire relazioni e fiducia nel presente». Per anni, racconta, durante il lavoro sul libro ha posto la stessa domanda alle persone incontrate in Ruanda e in Sudafrica: perché continuare a impegnarsi nella riconciliazione dopo tutto quello che è accaduto? «La risposta era quasi sempre la stessa. Per i figli. Per le prossime generazioni. Tutto quello che facciamo, ripete più volte, lo facciamo per i bambini». Per spiegare questa idea cita il verso di un poeta palestinese, Mahmoud Darwish, che nella poesia To My mother dice: «Amo la vita perché, se morissi, mi vergognerei delle lacrime di mia madre». Maya Savir che la pace l’ha solo immaginata, sfiorata, vorrebbe che tutti i bambini israeliani e palestinesi conoscessero quella poesia. Ma per la filosofia di vita che ha sposato, per il lavoro complicato che fa sottotraccia – e per questa ragione preferisce non citare i nomi dei suoi partner perché la violenza ormai «è catastrofica, non colpisce soltanto i palestinesi ma anche gli attivisti israeliani» –  è convinta che non bisogna continuare a dividersi fra palestinesi e israeliani ma unire chi crede nella pace. «Noi non abbiamo rinunciato». E dopo una pausa contemplativa, conclude: «Per favore, anche voi non rinunciate a noi».

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 Anna Spena

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