Essere disabili in Siria, Lujain: «Ho tre arti amputati. Parlo con i miei monconi, sono viva ma invisibile»


Lujain oggi ha 38 anni e da 14 vive senza entrambe le gambe e senza il braccio destro. Un barile bomba sganciato da un velivolo militare sulla sua casa a Bustan al Qasr, quartiere di Aleppo diventato oggetto di pesanti offensive aeree da parte del regime e della Russia a partire dal 2012, ha fatto crollare il palazzo in cui viveva col marito e il figlio di pochi mesi. Lujain era a casa col piccolo Majed. «Di quel giorno ricordo il fragore dell’aereo che è passato in lungo e in largo sul quartiere, poi il rumore si è fatto più forte. Poi il buio. Mi sono risvegliata dopo due settimane in un ospedale da campo sul lato turco della frontiera. Ho chiesto dove fosse Majed e mi hanno detto che era morto sul colpo. Credo di aver perso i sensi e solo dopo alcuni giorni mi sono resa conto che abitavo un corpo che non era più il mio. Per mesi, l’unica cosa su cui si poteva fissare il mio sguardo era il soffitto». 

Per Lujain inizia un calvario che non avrà mai fine. I medici, per cercare di salvarle la vita, le avevano amputato entrambe le gambe e un braccio e dopo tre mesi di cure emergenziali un’ambulanza l’aveva riportata ad Aleppo, secondo i protocolli di quel periodo. Il letto serviva ad altri feriti, a nuove emergenze, a nuovi casi di feriti di guerra in situazioni disperate. In ambulanza Lujain dà l’indirizzo della sua casa, ma quando arrivano non c’è più nulla. Un infermiere volontario le descrive una voragine immensa che resta al posto di quello che un tempo è stato un palazzo residenziale abitato da almeno dieci famiglie. La donna ha come un blocco mentale, non dice più nulla. Non c’è tempo, l’ambulanza si deve muovere velocemente, ci sono i cecchini, ci sono posti di blocco, ci sono aerei militari e l’infermiere la esorta a dare loro un altro indirizzo di qualche parente. Arrivata alla casa dei suoceri l’ambulanza si ferma. Lujain ha dolori, ha nausea, freddo, non si sente bene, ma distingue le voci. «Il marito ha avviato il divorzio, qui da noi non può stare. Nessuno può occuparsi di lei in quelle condizioni». Lujain riconosce la voce del suocero. «Quella bomba mi ha portato via mio figlio, i miei arti e anche il mio matrimonio. Però per il padre di mio figlio non ho mai pianto. Lui si è salvato perché era fuori casa, ma un uomo che abbandona la moglie perché diventata disabile non è un uomo. Era il momento in cui avrei avuto più bisogno di sostegno e di aiuto, ma mi sono trovata sola. I miei genitori erano già rimasti uccisi in un altro crollo e mio fratello aveva solo dodici anni e lo avevamo fatto scappare in Turchia per evitare che venisse arruolato forzatamente». 

Gli operatori dell’ambulanza discutono animatamente con i suoceri di Lujain, chiedono umanità, pietà per quella donna, urlano, poi decidono di rivolgersi a una struttura di emergenza segnalata da un medico. Un appartamento a un piano terra trasformato in un centro per l’accoglienza di donne rese disabili dalla guerra, gestito in modo informale da una rete di medici e infermieri locali. Sono passati dodici anni da allora e adesso sopra i cieli della Siria volano solo aerei civili, ma per i civili che si portano addosso le ferite del conflitto, la parola fine non è mai arrivata.

Secondo i dati dell’Ocha, oggi si contano circa 2,8 milioni di persone con disabilità in Siria. Un’analisi pubblicata su ReliefWeb sottolinea che quasi un terzo della popolazione siriana sopra i due anni vive con una qualche forma di disabilità. La stessa fonte spiega che, oltre alle disabilità preesistenti, che già prima delle violenze scoppiate nel 2011 soffrivano di servizi limitati e stigma sociale, bisogna fare i conti con le disabilità riportate a causa del conflitto: ferite da esplosione, amputazioni, traumi cranici, lesioni spinali, disturbi psicosociali legati a violenza, anche sessuale, tortura, sfollamento e povertà estrema. Quattordici anni di conflitto hanno prodotto una generazione di “disabili di guerra”. Humanity & Inclusion stima che circa tre milioni di siriani siano stati feriti e che quasi la metà viva con menomazioni permanenti; tra questi, 86mila persone hanno subito amputazioni. La contaminazione da ordigni esplosivi riguarda 15,4 milioni di persone a rischio immediato di morte o lesioni, alimentando un flusso continuo di nuove disabilità. Secondo Unhcr, in Siria l’assistenza d’emergenza e la riabilitazione post-operatoria restano largamente insufficienti in un sistema sanitario già fragile e sovraccarico. 

Lujain vive da anni con altre donne e bambine nella stessa struttura messa a disposizione da alcuni medici volontari che si occupano di loro gratuitamente. «Ho visto arrivare bambine con amputazioni tremende, altre che hanno perso la vista e l’udito a causa delle bombe. Molte sono state portate qui da sole, perché rimaste orfane. Ogni volta che le guardavo, il mio dolore fisico sembrava sparire, come per pudore. Quello mentale e morale, invece, aumentava. Nel tempo sono arrivate qui molte associazioni, ci facevano foto e promettevano aiuti, protesi, antidolorifici, persino alloggi. Dicevano che quelle foto e le nostre storie servivano a sensibilizzare, a raccogliere fondi. Poi sparivano. I medici e i volontari che ci hanno accolte qui, invece, sono gli unici che non ci hanno mai abbandonato. Anche tra di loro alcuni sono stati uccisi proprio mentre attraversavano il quartiere per venire da noi. Sono morti per aiutarci, da martiri. Uno è stato vittima di un’esecuzione a un posto di blocco di Jabhet al Nusra, perché gli hanno trovato addosso farmaci e materiale sanitario e lo hanno accusato di trafficare. Noi siamo sopravvissute grazie al cuore grande della gente del posto. L’imam della moschea qui vicino viene spesso a confrontarci, portando frutta, latte, a volte persino della carne. Le donne del quartiere ci mandavano coperte, abiti; alcune lavorano ai ferri maglioncini, cappelli e sciarpe per le più piccole, portano biscotti e qualche gioco».

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

Per proteggere quella struttura, i medici che la gestivano non avevano messo segni di riconoscimento come targhe, ad esempio, e centellinavano gli ingressi di estranei, per evitare che i soldati la scoprissero e vi facessero irruzione, come accaduto altrove. Dopo la caduta del regime le porte si sono aperte e le donne che donavano lavori fatti a mano sono entrate ad abbracciare quelle bambine e le adulte a cui inviavano gli aiuti. Lujain racconta che spesso vede negli occhi delle bambine il desiderio di abbracciare le bambole che ricevono in dono, di toccarle, ma alcune possono farlo solo con gli occhi. Altre sembrano non accorgersi di nulla, vivono in un mondo senza suoni e senza colori. «All’inizio dicevo all’imam che volevo morire, che la mia vita non aveva più senso. Lui mi ha fatto capire che io avevo ancora il dono del raziocinio, della parola e che la mia voce poteva essere di conforto alle piccole orfane che erano lì con noi. Quando mi mettono sulla sedia a rotelle – ne abbiamo poche e facciamo a turno – mi posiziono davanti a loro e leggo favole, cantiamo insieme. Due di loro hanno l’età che avrebbe oggi mio figlio Majed. Spero che in Paradiso le mamme di queste bimbe leggano a loro volta favole per i martiri-bambini».

Secondo Relief web quasi il 74% delle persone con disabilità in Siria non riesce a coprire i bisogni finanziari della propria famiglia, e che l’accesso a dispositivi assistivi è molto limitato, tanto che il 41% dichiara di non averne affatto. Sul piano normativo, la Siria ha ratificato la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità (Crpd) e, almeno a livello ufficiale, riconosce la disabilità come questione di diritti e non solo di carità. Nella pratica, invece, il discorso è diverso. Le persone con disabilità dalla nascita, o acquisita a causa della guerra, sono spesso emarginate, non hanno accesso al lavoro, né all’assistenza e le barriere architettoniche le condannano a vite isolate. Lo stigma sociale, in particolare verso le donne, è ancora presente. Molti bambini non hanno accesso all’istruzione e solo in pochi ricevono protesi e cure riabilitative. Recentemente, la ministra siriana degli Affari sociali e del Lavoro Hind Qabawat è intervenuta a New York alla 19ª Conferenza degli Stati Parte della Crpd, “Pace sostenibile e inclusiva”, affermando che «il raggiungimento della protezione sociale e l’assistenza alle persone vulnerabili, alle persone con disabilità e alle donne, insieme al rafforzamento della pace civile e della coesione sociale, sono tra le massime priorità del Ministero nella sua strategia per la prossima fase». Il Syrian Disability Movement ha consegnato alla ministra stessa un dossier di richieste concrete, «che superano i discorsi pubblici dal diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla protezione sociale e alla partecipazione politica, ricordando che con una stima del 28% di persone con disabilità, la questione non può essere marginale in nessuna agenda di ricostruzione».

La struttura dove è stata accolta Kujain, sostenuta fino al 2024 in modo autonomo e informale da medici volontari e infermieri, oggi si è aperta alla collaborazione con centri specialistici, come quello a Hanano. Lujain è addolorata perché ogni giorno arriva la notizia di bambini saltati su mine inesplose, contadini che trovano bombe nei loro campi, civili che tornano sulle macerie delle loro case per ricongiungersi con le loro radici e muoiono per colpa degli ordigni disseminati ovunque. Oggi, per rispondere ai bisogni delle persone con disabilità e dei disabili di guerra in Siria, oltre a un cambiamento di mentalità, è necessario un intervento che unisca riabilitazione fisica, sostegno psicologico, protezione sociale e inclusione economica. Il collasso delle infrastrutture sanitarie ha reso quasi impossibile l’accesso a cure continuative. Centri come Hanano ad Aleppo, sostenuto da Who, Unfpa, Ocha e dalla Ong locale Yadn bi Yad evidenziano che servono protesi, fisioterapia gratuita, ausili per la mobilità, riabilitazione psicologica e formazione professionale che restituisca autonomia e dignità. Un’altra urgenza è quella della bonifica dell’intero territorio dalle mine antiuomo e dalle bombe inesplose.

«Dopo la caduta del regime mi sono sentita molto felice. Chi ha ucciso mio figlio e mi ha resa invalida finalmente non avrebbe più controllato le nostre vite. Speravo che nessuno rimanesse più invalido per colpa delle bombe. Verso di noi, noi che non abbiamo potuto correre nelle strade a gridare la nostra gioia per la liberazione, noi vittime innocenti della guerra, finora solo promesse, come se le nostre istanze non fossero urgenti, ma fossimo ancora rinviabili. Anni fa un uomo a cui avevo chiesto aiuto per avere protesi che mi permettessero di lavorare e di aiutare le bambine intorno a me mi disse che mi stavo lamentando troppo. Che avevo un tetto sopra la testa e pasti caldi e che dovevo essere grata, che c’erano questioni più urgenti delle mie protesi e dei miei dolori. Così ho smesso di chiedere aiuto e ho iniziato a dialogare con i miei monconi, che almeno mi sono rimasti fedeli. Vivo cercando di dare un conforto morale alle bambine, che non vedono le mie menomazioni, come io non vedo le loro. Ci guardiamo come persone. C’è una cosa che però nessuna bomba e nessun calcolo politico ci può togliere. La solidarietà che abbiamo le une con le altre, che va al di là degli sguardi pietistici e dei discorsi retorici di cui siamo stanche».  

Una donna spinge un’altra donna su una sedia a rotelle mentre attraversano una strada nel quartiere di Karm Az-Zeitoun a Homs, in Siria, giovedì 26 dicembre 2024. (Foto AP/Leo Correa)

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 Anna Spena

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