Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare del futuro di San Siro, un luogo mitico di quello che fino a qualche anno fa era considerato lo sport più popolare d’Italia. Spesso veniva definito come “la Scala del calcio”, paragonandolo al glorioso teatro lirico milanese. Eppure, a nostro avviso, il paragone più adeguato non è con uno spazio per la rappresentazione operistica, ma piuttosto con l’anfiteatro di epoca romana. In effetti la forte verticalità delle tribune, letteralmente addossate al campo da calcio, e la retorica spesso abusata e autoindulgente delle cosiddette “bolge infernali” rendevano San Siro molto più simile ideologicamente all’Anfiteatro Flavio romano che a uno stadio contemporaneo. Intendiamoci, San Siro è stato un fenomenale teatro della stagione d’oro (ormai probabilmente tramontata) del calcio maschile italiano. Un tempo, un’Italia diversa, forse ancora legata a una dinamica oggi piuttosto arcaica, lo vedeva come il teatro di una funzione quasi idiosincratica: l’identificazione del calcio come sport paradigmatico dell’italiano cisnormativo medio, da seguire in tv o sugli spalti più che da praticare, per ristabilire i principi di una mascolinità fragile e tossica. Ma – come è già accaduto agli spettacoli gladiatori o alle venationes in cui venivano massacrati animali negli anfiteatri romani – le strutture architettoniche hanno un loro arco di vita che prima o poi si esaurisce.
Il valore culturale del calcio di oggi
Per fortuna, il tramonto di una certa egemonia culturale del calcio maschile ci sta liberando da questa dittatura simbolica. Benvenuto il calcio femminile, verrebbe da dire! In questo contesto, risulta naturale che gli stadi debbano essere riformati o ricostruiti in senso inclusivo, familiare, comodo da frequentare per ciascuno. Non più “bolge infernali”, né avelli popolati da testosteronici diavoli, ma luoghi tranquilli, razionali, adatti a passare insieme ai propri cari un paio d’orette liete, accompagnando il sano (e moderato) tifo con esperienze prima e dopo la partita. Una ventata d’aria fresca che rende immediatamente lontanissimo dalla sensibilità contemporanea una sorta di “colosseo milanese” come era divenuto San Siro. Innumerevoli sono ormai gli stadi di nuova generazione in tutta Europa. L’Italia, che sconta un ritardo pluridecennale dovuto alle occasioni mancate dagli anni Novanta ai primi decenni del Duemila, è purtroppo ancora indietro in questa trasformazione.
L’architettura dello stadio San Siro di Milano
San Siro è l’esempio di uno stadio concepito all’antica, probabilmente impossibile da adattare agli standard moderni minimi. Visitare lo stadio di San Siro dopo aver visto gli impianti delle grandi città europee è una triste esperienza di viaggio indietro nel tempo di quarant’anni. Pare di trovarsi ancora negli Anni Ottanta. Eppure, San Siro è anche uno stadio architettonicamente molto interessante, con tratti brutalisti e un uso espressivo del cemento armato. La sua struttura a spirale attorno al primo anello, con pianta rettangolare a spigoli smussati, è una leggera poesia in calcestruzzo. L’effetto gioioso del defluire del pubblico dalle torri cilindriche degli anelli superiori è oggettivamente una deliziosa esperienza straniante, che chiunque abbia avuto la fortuna di frequentare lo stadio milanese avrà sperimentato almeno una volta. Pura performance artistica.
Un’ipotesi artistica per il futuro dello stadio
San Siro è uno stadio ormai obsoleto per il calcio moderno, e questo è un dato di fatto. San Siro è però anche troppo importante, a livello architettonico e culturale, per essere semplicemente abbandonato o abbattuto. Forse l’idea giusta è dunque quella di separare il futuro dello stadio di San Siro dalla sua funzione originaria. Ecco perché il 23 novembre 2020, ben sei anni prima dell’odierna rinascita dell’idea, avevo già avuto modo di proporre in un post sul forum SkyscraperCity di utilizzare San Siro come una kunsthalle dedicata all’arte contemporanea: una sorta di centro di sperimentazione artistica per il nuovo millennio.
Un’idea non nuova tornata in voga
Oggi l’idea è stata riproposta (non so in che misura autonoma) dal curatore Antonio Grulli in un suo contributo al Corriere della Sera. Vorrei, però, riprendere il percorso di idee che mi aveva portato alla nascita della proposta originaria del 2020, non tanto per uno sterile esercizio di rivendicazione di un’intuizione che probabilmente era già nell’aria, quanto piuttosto per mostrare quanto esistano già, in giro per il mondo, notevoli esempi e best practices di riutilizzo di strutture sportive obsolescenti, il cui valore architettonico ha finito nel corso dei decenni per superare la loro utilità funzionale. Da residente decennale a Tenerife, l’idea originale mi venne pensando (erano i lunghi mesi della pandemia…) a quello che si trovava nell’isola proprio di fronte alla mia: a Gran Canaria, infatti, l’Estadio Insular, per decenni simbolo sportivo e identitario di Las Palmas, non è stato semplicemente cancellato dalla mappa urbana. Dopo la sua chiusura è stato parzialmente demolito e restituito alla fruizione pubblica come Parque del Estadio Insular: uno spazio verde in mezzo alla città di Las Palmas de Gran Canaria. Il caso è interessante perché conserva, almeno in parte, la memoria dell’impianto, ma la riconverte in una forma d’uso completamente diversa: non già un luogo per lo sport, ma spazio pubblico di quartiere, parco urbano, area sportiva, luogo di gioco, passeggio e attività comunitaria.
Ci sono molte riconversioni degli spazi sportivi in giro per l’Europa
Il precedente più spettacolare, da questo punto di vista, resta forse For Forest, l’intervento di Klaus Littmann che nel 2019 trasformò temporaneamente il Wörthersee Stadion di Klagenfurt nella più grande installazione d’arte pubblica mai realizzata in Austria. Al posto del campo da calcio venne piantata una foresta. Le gradinate, nate per osservare una partita, divennero un teatro per la celebrazione della Natura Naturans. San Siro, da questo punto di vista, potrebbe compiere un salto ulteriore: non limitarsi a ospitare arte, ma diventare esso stesso un grande museo-arena dell’arte contemporanea.
Nel mondo di lingua spagnola gli esempi di strutture ad anfiteatro cadute nell’oblio per la perdita di funzionalità sono abbondanti. Nel corso dei decenni, infatti, numerose plazas de toros, dedicate alla controversa e per molti ormai inaccettabile pratica delle corridas, sono state trasformate in spazi molto più edificanti. Il caso più noto è probabilmente quello di Las Arenas a Barcellona. L’antica plaza de toros, costruita alla fine dell’Ottocento e caduta in disuso nella seconda metà del Novecento, è stata riconvertita in un grande complesso multifunzionale per commercio, tempo libero, uffici e intrattenimento. L’elemento più importante non è tanto la funzione commerciale, quanto la logica architettonica dell’intervento: la facciata storica non è stata demolita, ma preservata e trasformata nel guscio urbano di una nuova piazza coperta contemporanea. Il vecchio rito taurino è sparito (e menomale!), ma l’edificio è rimasto come segno riconoscibile nella città.
Un percorso simile, pur con un’identità diversa, si ritrova a Lisbona nel Campo Pequeno, la grande arena neo-moresca inaugurata nel 1892 e completamente rinnovata nel 2006. Anche qui la plaza de toros non è stata trattata come uno scomodo relitto da abbattere, ma come luogo da valorizzare, da destinare a funzioni culturali e pubbliche molto meno puntuali rispetto alla mera concentrazione di tifosi un paio di volte alla settimana. Il Campo Pequeno oggi ospita un museo, spazi commerciali, cinema, ristorazione, concerti ed eventi. La permanenza dell’involucro architettonico consente alla città di non perdere un frammento della propria memoria urbana, anche quando l’espletazione in situ della funzione originaria diventa problematica.
A Málaga, La Malagueta ha ospitato RAMA – I Ruedo del Arte La Malagueta, una mostra temporanea che ha riunito oltre cento artisti tra muralisti, graffitisti, fotografi, designer e artisti visuali. A Tarragona la vecchia plaza de toros del 1883 è stata trasformata nella Tarraco Arena Plaça, oggi grande recinto coperto multifunzionale capace di ospitare concerti, spettacoli, eventi culturali e manifestazioni di grande formato. A Estepona, la plaza de toros ospita spazi museali, compreso un museo taurino e, più recentemente, il Museo del Mar, dedicato alla navigazione, alla pesca e alla cultura marittima. Non tutti questi casi sono musei d’arte contemporanea, naturalmente. Alcuni sono centri commerciali, altri auditorium, altri musei tematici, altri spazi espositivi o contenitori multifunzionali. Eppure, il solco tracciato da questi esempi è molto interessante: si tratta di edifici nati per riti collettivi di massa, riconvertiti in luoghi di cultura, spettacolo e produzione culturale, artistica e simbolica.
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8 / 8Immaginare il futuro dello stadio di San Siro
Questo è il punto decisivo per concepire un futuro per San Siro: spazi la cui funzione originale è ormai divenuta un fardello inutile, legata ad un mondo ormai scomparso come le corridas de toros (o il calcio maschile in Italia) possono diventare l’occasione per trovare una via innovativa verso il futuro. Non esiste ancora, a livello internazionale, un precedente pienamente equivalente a un grande stadio calcistico iconico trasformato integralmente in museo d’arte contemporanea monumentale. San Siro, pertanto, non copierebbe un modello già esistente: sarebbe l’esperimento pilota che, se coronato da successo, diverrebbe il riferimento. Dedicare uno spazio d’arte a una galleria ascendente di stile brutalista potrebbe essere una scelta davvero vincente. Le rampe, le torri, le spirali, i percorsi di salita e discesa, gli anelli sovrapposti, le aperture verso la città e verso il vuoto centrale offrono già un’esperienza spaziale che molti musei costruiti ex novo possono solo sognare.
San Siro tra vincoli architettonici, memoria storica e novità
Ovviamente le parti protette – le strutture a spirale esterne attorno al primo anello, le torri e la copertura in capriate d’acciaio – dovrebbero essere preservate. Le parti interne più funzionalmente legate all’uso calcistico, invece, potrebbero essere ripensate con maggiore libertà: gradinate, servizi, spazi distributivi, vuoti tecnici, ambienti sotto-tribuna potrebbero diventare sale espositive, laboratori, depositi visitabili, archivi, spazi per installazioni monumentali, performance, videoarte, sound art, arte pubblica e pratiche partecipative. L’arena centrale potrebbe diventare il luogo delle grandi installazioni temporanee, qualcosa che Milano oggi non possiede a questa scala. Una sorta di “sculpture garden” come quello del MoMA. Gli anelli potrebbero trasformarsi in percorsi espositivi ascendenti, promenade museali non dissimili da quelli del museo Guggenheim di New York, ma di dimensione enormemente maggiore. Le torri, belvederi e dispositivi di orientamento urbano.
Rifunzionalizzare senza demolire
Vista così, è evidente che la mia idea del 2020 era tutt’altro che bizzarra. Era una semplice applicazione allo stadio di Milano di una pratica che avevo già visto essere utilizzata per altre strutture pubbliche nel mondo spagnolo e internazionale: quando una forma architettonica ha ancora una potenza simbolica e spaziale, ma la sua funzione originaria diventa obsoleta o problematica, la risposta migliore non è necessariamente la demolizione. Può essere la trasfigurazione. Come si dice qui, “la pera non cade mai lontano dall’albero”. Dunque, non resta altro da fare se non augurarsi che i nostri amministratori possano avere la lungimiranza sufficiente per immaginare un futuro museale per la futura ex “Scala del Calcio”. San Siro potrebbe diventare la prima grande arena calcistica europea trasformata in una Kunsthalle monumentale per l’arte contemporanea. Una sorta di museo-arena: uno spazio in cui l’architettura brutalista del Novecento non venga cancellata, ma rivalorizzata con una nuova funzione culturale. Non è poi così distante dall’idea di utilizzare una stazione come la Gare d’Orsay per l’arte impressionista. Non più il tempio di una religione sportiva in declino, ma il laboratorio per lo sviluppo di una nuova immaginazione urbana. Milano e l’Italia sono affamati di futuro. Lasciamo che il Paese evolva e si tolga i viluppi, ossia le varie catene che lo tengono ancorato e zavorrato ad un passato che ormai non esiste più. Lasciamo che si sviluppi.
Thomas Emilio Villa
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