17 giugno 2026 – ore 14:30 – Premessa – Nel dilaniato quadrante mediorientale si registrano frizioni crescenti tra Turchia e Israele. In tale complesso confronto, oggetto di altro editoriale scritto nell’aprile del 2026, cercheremo di approfondire nuovamente questa delicata tematica, essenziale per comprendere le dinamiche insistenti in questo scacchiere, dove, come ben sappiamo, molti attori statuali appaiono logorati e alla ricerca di una nuova stabilità regionale, ancora molto lontana dall’essere raggiunta. Come ampiamente noto, il Presidente turco continua a esprimere indubbie abilità politiche, mantenendo la Turchia saldamente in seno alla NATO e continuando a tessere pazientemente relazioni privilegiate sia con Mosca sia con Washington, sia con Teheran sia con tutte le monarchie del Golfo. Merita evidenziare, inoltre, che negli ultimi anni la Turchia ha intrapreso una politica decisamente aggressiva nel Corno d’Africa (Somalia in primis), nell’Africa settentrionale (Libia e non solo), in Siria (controllandone una parte considerevole) e in Iraq, con l’ambizione di divenire anche un punto di riferimento certo per l’Islam sunnita, sia sotto il profilo religioso sia sotto quello politico, nell’intero Medio Oriente. Ricordiamoci che Ankara, disponendo di Forze Armate tecnologicamente avanzate e decisamente numerose (secondo esercito più imponente dell’intera Alleanza Atlantica per numero di effettivi attivi, immediatamente dopo gli Stati Uniti), si sta evidenziando sulla scena internazionale come primo antagonista nei confronti di Israele, con la volontà di divenire presto un punto di riferimento certo per l’intero Medio Oriente.
Israele, sempre più pericolosamente isolato sotto il profilo internazionale, appare sconcertato dall’atteggiamento di Trump, mentre Vance gela Gerusalemme attraverso l’uso di parole volutamente distaccate: «Israele avrà il suo posto al tavolo del nuovo Medio Oriente». L’accordo di pace con l’Iran è stato deciso senza alcun coinvolgimento di Israele. Netanyahu, detto Bibi, tace, mentre l’opposizione interna lo accusa: Yair Golan lo definisce «debole, malato e privo di influenza»; Lapid, Gantz ed Eizenkot lo attaccano continuamente. Le elezioni si avvicinano. Gli insulti ricevuti da Bibi dall’“amico” Trump sul Libano pesano. Questa ferita sanguina! Tuttavia, gli attacchi continui che provengono da Ankara non sono accettabili; la risposta israeliana appare sferzante e, in questo confronto, l’intero Paese è unito. È in gioco, potenzialmente, la sopravvivenza di tutti gli israeliani!
In tale situazione, come vedremo, gli USA mediano, accettando lo scontro retorico, seppur aspro, tra Ankara e Gerusalemme, pur di evitare un’ulteriore escalation regionale.
Le complesse relazioni tra Ankara e Gerusalemme
Per meglio delineare i contorni di questa indubbia rivalità, ho deciso di affidarmi a un prestigioso istituto di ricerca dell’Università di Stoccolma che seguo da molti anni e dove vengono studiate le dinamiche mediorientali con esperti provenienti da tutto il mondo.
In estrema sintesi, possiamo affermare che, sebbene la Turchia sia stata il primo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere Israele nel 1949, le relazioni sono rimaste limitate fino agli anni ’90, quando una combinazione di fattori, in particolare il processo di pace di Oslo, ha ridotto i costi politici e diplomatici per Ankara nell’abbracciare pienamente Israele come partner.
L’inizio della Seconda Intifada e il fallimento del processo di pace hanno segnato una fase di raffreddamento nelle relazioni turco-israeliane, ma non una rottura definitiva. Ciò è dovuto, in parte, al fatto che il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), salito al potere nel 2002, ha perseguito un’apertura regionale attraverso un approccio “zero problemi”, che ha posizionato la Turchia come intermediario nei conflitti regionali. Il continuo impegno con Israele serviva anche a una strategia più ampia volta a rassicurare i partner occidentali, timorosi di una svolta islamista sotto l’AKP di Erdoğan.
L’apparente continuità si interruppe bruscamente tra il 2009 e il 2010, prima con un acceso scontro pubblico tra Erdoğan e l’allora Primo Ministro Shimon Peres a Davos e poi con l’“incidente della Mavi Marmara”, in cui una flottiglia civile per la pace, sostenuta dalla Turchia, fu attaccata da Israele, causando la morte di nove persone. Da allora, le relazioni sono rimaste tese.
Ciononostante, fu la Turchia, piuttosto che Israele, a trovarsi isolata a livello regionale per gran parte del decennio successivo. Il suo sostegno ai movimenti di resistenza populisti durante le rivolte arabe le valse un’accoglienza calorosa da parte dell’opinione pubblica araba, ma anche una certa freddezza da parte della maggior parte dei governi regionali. La Turchia si schierò con il Qatar, anche perché legato dalla comune appartenenza alla Fratellanza Musulmana, quando quest’ultimo subì pressioni da parte di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti; respinse il colpo di Stato del generale al-Sisi contro il presidente egiziano Mohamed Morsi. L’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul acuì ulteriormente l’isolamento regionale della Turchia. Nel frattempo, Israele beneficiò delle preoccupazioni dei Paesi del Golfo riguardo all’Iran e, dopo il 2016, della spinta dell’amministrazione Trump verso l’integrazione regionale di Israele, culminata negli Accordi di Abramo del 2020.
Il conflitto di Gaza – e la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran – hanno modificato queste dinamiche in tre modi.
In primo luogo, hanno intensificato le tensioni tra i due Paesi. I funzionari israeliani erano preoccupati dal persistente sostegno della Turchia ad Hamas. I funzionari turchi, dal canto loro, consideravano da tempo la violenza israeliana contro i palestinesi un genocidio. In pratica, la Turchia ha parlato a gran voce, ma ha agito con cautela. Sotto la pressione degli Stati Uniti, Ankara ha espulso la maggior parte del personale di Hamas dal territorio turco. Ha richiamato il suo ambasciatore in Israele, ma mantiene una forte presenza diplomatica nel Paese. Ha vietato tutti gli scambi commerciali e i diritti di sorvolo dall’agosto 2025, ma consente il passaggio del petrolio azero attraverso il suo territorio verso Israele, che rappresenta quasi il 50% delle importazioni petrolifere israeliane. La cautela ha caratterizzato anche la risposta della Turchia alla campagna israelo-americana contro l’Iran: ha condannato il conflitto e messo in guardia contro qualsiasi violazione della sua sovranità, ma, timorosa di inimicarsi Trump, è rimasta circospetta nel linguaggio.
In secondo luogo, la rivalità tra Israele e Turchia si è acuita con il crollo del regime di Assad in Siria ed entrambi i Paesi mantengono ora truppe nel territorio siriano. La Turchia mira a garantire uno Stato unitario stabile sotto la guida di al-Sharaa, mentre Israele sembra determinato a limitare il consolidamento statale, soprattutto lungo il confine siro-israeliano.
La Turchia è il più importante alleato militare del nuovo governo siriano, fornendo armi, intelligence e assistenza tecnica. Israele, al contrario, ha lanciato numerosi raid aerei subito dopo la caduta di Assad, indebolendo drasticamente l’arsenale a disposizione del nuovo governo. Pur avendo fatto poco per sostenere la presenza curda, in declino nel nord, Israele ha dato un chiaro appoggio ai drusi nel sud e, in misura minore, agli alawiti.
A ciò si possono aggiungere ulteriori aree di rivalità, sebbene meno immediate. Forse la più importante è quella nel Mediterraneo orientale. Mentre la Turchia ha compiuto alcuni sforzi per allentare le tensioni con Grecia e Cipro, la crescente cooperazione militare tra Cipro e Israele, nonché le esercitazioni militari congiunte tra Grecia, Cipro e Israele, come quelle tenutesi nel dicembre 2025, acuiscono i timori turchi di accerchiamento.
Un altro esempio è il recente riconoscimento del Somaliland da parte di Israele che, sebbene in gran parte simbolico, evidenzia il desiderio israeliano di coltivare alleati nei Paesi limitrofi e rappresenta una sfida per la Turchia, che ha investito massicciamente in Somalia, dove ha anche stabilito un’estesa base militare dal 2017.
Altre aree di attrito includono il Libano, dove la Turchia ha mostrato una continua simpatia per Hezbollah, e lo Yemen e il Sudan, dove Israele sembra sostenere silenziosamente gli sforzi degli Emirati Arabi Uniti, mentre la Turchia ha appoggiato le forze allineate all’Arabia Saudita.
In terzo luogo, Israele ha compromesso il proprio ruolo di partner regionale affidabile a causa del costo umano e delle ripercussioni della sua campagna a Gaza. L’attacco contro i leader di Hamas residenti in Qatar, alleato degli Stati Uniti, nel settembre 2025, ha scosso profondamente l’intero scacchiere. Attualmente, potenze regionali come Arabia Saudita ed Egitto stanno iniziando a vedere la Turchia come una potenziale forza di stabilità e Israele come un elemento imprevedibile.
Il pensiero di Erdoğan
In merito desidero proporvi alcuni stralci tratti da un recente discorso pronunciato dal leader turco Recep Tayyip Erdoğan l’11 giugno u.s., intervenendo alla cerimonia di apertura delle Conferenze sulla Sicurezza Nazionale turca. Queste dichiarazioni ci aiutano a comprendere il pensiero strategico alla base della politica estera aggressiva della Turchia, mentre il Paese, sotto il profilo interno, sta attraversando una congiuntura economica non certo favorevole, con un tasso di inflazione che pare abbia raggiunto il 24% e un’opposizione che, con estrema difficoltà e martoriata da arresti continui, cerca di far sentire la propria voce.
Sono certo che molti lettori rimarranno stupiti.
In tale occasione, Erdoğan ha dichiarato che «non abbiamo altra scelta se non quella di essere forti, non solo per la nostra sicurezza, ma anche per la pace, la stabilità e la tranquillità dei nostri amici e fratelli».
Erdoğan ha voluto lanciare un chiaro monito all’interno, dichiarando che «uno dei simboli della rivoluzione silenziosa condotta attraverso la governance statale, la volontà nazionale e la politica civile è la trasformazione dei compiti, della struttura, del funzionamento e della posizione del nostro Consiglio di Sicurezza Nazionale. Le modifiche legislative e costituzionali hanno permesso al Consiglio e al suo Segretariato Generale di svolgere le loro missioni principali in modo più efficace, efficiente e in linea con gli standard democratici. Sfruttando al meglio i vantaggi offerti dal sistema di governo presidenziale alla nostra amministrazione statale e ai nostri processi decisionali, inshallah continueremo a rafforzare il potere della Turchia. Come nazione, esistiamo da secoli in una regione geograficamente impervia e di elevata importanza strategica».
Successivamente Erdoğan si è lanciato in un discorso decisamente complesso, definendo chiaramente sia gli obiettivi di politica di sicurezza interna sia quelli di politica estera.
Erdoğan ha voluto sottolineare che «la Turchia non è un Paese a cui vengono assegnati ruoli in scenari altrui, ma un Paese che scrive la propria storia, plasma il proprio futuro ed è diventato un attore in grado di cambiare gli equilibri regionali. Dietro il nostro processo in corso per una Turchia libera dal terrorismo, che stiamo perseguendo con le nostre priorità e i nostri metodi, nonché con i nostri passi decisi che si estendono dalla regione del Golfo al Nord Africa e al Mediterraneo orientale, si cela questa crescente fiducia in noi stessi, coraggio, capacità di pianificazione e abilità di agire in modo totalmente indipendente. Il processo per una Turchia libera dal terrorismo non è semplicemente una politica di sicurezza; è il nome di una visione strategica statale per il nuovo secolo del nostro Paese. Quando questo processo sarà completato con successo in linea con i nostri obiettivi, non solo rafforzerà il nostro fronte interno, ma consoliderà anche la sicurezza della Turchia e aprirà nuove porte per la nostra nazione».
«Ci definiamo una nazione di soldati e la sicurezza è al primo posto nella gerarchia dei bisogni del nostro popolo. Siamo pienamente consapevoli che, nel momento in cui abbassiamo la guardia o ci adagiamo sugli allori, non ci verrà concesso il diritto di vivere in queste terre. Non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per la pace, la stabilità e la prosperità dei nostri amici e fratelli, non abbiamo altra scelta che essere forti. Perché siamo un Paese che non separa la propria sicurezza da quella della regione e che desidera il benessere dei suoi amici e fratelli tanto quanto il proprio».
«I nostri antenati hanno governato e fondato Stati in una vasta area geografica che si estende dall’Europa all’Asia centrale, dal Caucaso alle profondità dell’Africa. Come diciamo sempre, la Repubblica di Turchia non è il primo, ma l’ultimo Stato che abbiamo fondato su queste terre. Sottolineo questo aspetto perché, sebbene i nomi e i governanti degli Stati che abbiamo fondato siano cambiati nel tempo, l’attributo di eterna continuità è sempre rimasto. Abbiamo affrontato molte difficoltà, tradimenti e crisi eppure, ogni volta, siamo risorti come la Fenice dalle nostre ceneri. Ad oggi, non ci siamo mai affidati a nessuno, se non alla nostra forza, per garantire la sopravvivenza della nostra patria, la sicurezza del nostro Stato, l’indipendenza e il futuro della nostra nazione».
«Abbiamo combattuto la nostra Guerra d’Indipendenza con questa consapevolezza, abbiamo fondato la nostra Repubblica con questa consapevolezza, abbiamo respinto gli attacchi alla nostra democrazia con questa consapevolezza e abbiamo continuato la nostra lotta contro il terrorismo, lunga oltre 40 anni, con questa consapevolezza. Così facendo, abbiamo pagato un prezzo altissimo di fronte alla storia e alla nostra nobile nazione. Abbiamo ottenuto risultati significativi. In particolare, con la strategia di eliminare il terrorismo alla fonte adottata dopo il vile tentativo di colpo di Stato del 15 luglio, abbiamo conseguito successi cruciali sia a livello nazionale sia internazionale. Attraverso questo approccio, conducendo una lotta multidimensionale contro tutte le organizzazioni terroristiche, abbiamo anche creato una cintura di sicurezza lungo i nostri confini meridionali mediante numerose operazioni transfrontaliere. Dalla fase decisionale all’attuazione, queste operazioni hanno confermato l’indipendenza della Turchia. Abbiamo dimostrato chiaramente che, quando è in gioco la nostra sicurezza nazionale, nient’altro conta. Le nostre operazioni in Iraq e Siria hanno infranto il soffitto di cristallo imposto al nostro Paese e inaugurato una nuova era nel nostro paradigma di sicurezza».
«La Turchia è tra i Paesi che meglio analizzano i campi di battaglia, riconoscono rapidamente i paradigmi di sicurezza in evoluzione e si adattano tempestivamente. Combinando la nostra esperienza nella lotta al terrorismo con le capacità acquisite attraverso le operazioni transfrontaliere, ci siamo costantemente perfezionati. Rafforzando la nostra industria della difesa, abbiamo ridotto al minimo la dipendenza dall’esterno. Massimizzando il coordinamento tra le nostre istituzioni di sicurezza, abbiamo neutralizzato i rischi. Eliminando dal nostro Stato strutture simili alla FETÖ (ndr: acronimo turco per Fetullahçı Terör Örgütü – Organizzazione Terroristica di Fetullah. Si riferisce al movimento religioso e sociale fondato dal predicatore Fethullah Gülen, etichettato come gruppo terroristico dal governo turco dopo il fallito golpe del 2016), che agivano come intermediarie per i nemici della Turchia, abbiamo impedito infiltrazioni e sabotaggi interni. Attraverso riforme democratiche, abbiamo raggiunto un delicato equilibrio tra libertà e sicurezza. Inoltre, aumentando il numero delle nostre missioni diplomatiche, garantendo l’approvvigionamento energetico tramite nuovi accordi e linee di trasmissione, modernizzando le nostre infrastrutture sanitarie e rafforzando la capacità di risposta alle emergenze, abbiamo reso la Turchia una struttura in linea con le sue ambizioni e i suoi obiettivi. Osservando il contesto di crisi che ci circonda, possiamo constatare chiaramente il valore di questa capacità. Consapevoli delle responsabilità che la storia e il destino ci impongono, continueremo a rafforzare questa capacità sia in patria sia all’estero».
Una linea strategica chiara, decisamente aggressiva, sia sul piano interno sia in politica estera. I discorsi, tutti senza eccezione, sono intrisi di retorica e permeati di antichi sfarzi imperiali. Tuttavia, la crisi economica e la diminuita popolarità interna, con particolare riferimento ai grandi centri urbani, sembrano preoccupare il navigato leader, ricordiamolo, al potere da oltre vent’anni. Gli attacchi sistematici, aspri e diretti contro Israele, al momento, rimangono ristretti alla sfera dialettica e diplomatica, ma non possiamo escludere un innalzamento della crisi qualora Washington, come sembra, dovesse “allontanarsi” dalle dinamiche mediorientali per concentrarsi quasi esclusivamente nei quadranti dell’Indo-Pacifico e delle Americhe.
Il pensiero israeliano
Diversi analisti israeliani affermano da molti mesi che la recente escalation della crisi tra Turchia e Israele evidenzia un netto deterioramento del dialogo regionale.
Ankara sembra considerare ormai Israele una minaccia strategica, descrivendo le attività israeliane come destabilizzanti.
In un discorso incisivo tenuto il 10 giugno davanti alla fazione del suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), Erdoğan ha sostenuto che la sicurezza nazionale della Turchia non inizia e finisce ai suoi confini, ma si estende a tutto il Medio Oriente, in particolare a Beirut, Damasco e Aleppo. In tale occasione Erdoğan ha dichiarato che Israele «minaccia tutta l’umanità» e destabilizza la Siria, il Libano e altre aree. Sostiene che le azioni militari israeliane minano la sicurezza dei Paesi interessati e mettono a repentaglio la stabilità regionale, compresi gli interessi della Turchia.
Non è la prima volta che Erdoğan attacca Israele. Le sue critiche si sono tradizionalmente concentrate sulle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi. Questa volta, Israele ha risposto con una veemenza decisamente insolita.
Il 10 giugno il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato: «Il dittatore antisemita Erdoğan, che commette un genocidio contro i curdi, sostiene l’organizzazione terroristica Hamas, opprime il suo stesso popolo e imprigiona gli oppositori politici, è l’ultima persona che può predicare la moralità allo Stato di Israele».
Il ministro della Difesa Israel Katz, nello stesso giorno, ha aggiunto che «Gerusalemme non è Costantinopoli», sottolineando che Israele è uno Stato sovrano e potente, capace di difendersi da qualsiasi minaccia e respingendo qualsiasi tentativo da parte della Turchia di rivendicare un’autorità morale nel criticare Israele.
In tale cornice, merita evidenziare che esperti analisti israeliani ritengono che lo scontro con Ankara vada oltre la semplice sicurezza. Questo scontro presenta, infatti, radici storiche e ideologiche più profonde. Il discorso politico turco fa sempre più ricorso a concetti relativi al proprio ruolo storico in Medio Oriente, attingendo alla retorica dell’epoca imperiale ottomana. Questa tendenza si manifesta, a tratti, in tutto lo spettro politico turco, compresi i gruppi di opposizione. Le narrazioni storiche regionali si estendono ormai sempre più spesso oltre i confini della Turchia moderna.
Nel contesto di crescenti tensioni, il 10 giugno i giornalisti alla Casa Bianca hanno chiesto al presidente Donald Trump un commento sulle dichiarazioni di Erdoğan. Trump ha risposto: «È un mio amico. Mi piace molto. È una persona molto forte. Non ne sapevo nulla, ma mi assicurerò che tutto vada bene. Non succederà nulla finché sarò Presidente».
Dai palazzi di Washington emerge la sensazione che le dichiarazioni di Trump riflettano un chiaro tentativo americano di moderazione, allo scopo di prevenire un ulteriore deterioramento dei rapporti tra due attori chiave in Medio Oriente, cercando in tal modo di evitare un’ulteriore escalation di tensioni nella martoriata regione.
Non possiamo altresì dimenticare che lo scontro verbale tra Turchia e Israele si inserisce nel più ampio contesto delle tensioni mediorientali, che includono quelle con l’Iran, il Libano e la Siria. Ciascuna di queste tensioni, afferma il senior analyst Yoni Ben Menachem, influenza le altre, contribuendo a una complessa dinamica regionale.
Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono bilanciare gli interessi contrastanti dei propri alleati, cercando al contempo di prevenire un’escalation su più fronti. Di conseguenza, le tensioni tra Ankara e Gerusalemme sono diventate parte di una lotta più ampia per plasmare un nuovo ordine regionale, in cui le sfere di influenza, le alleanze e le strutture di deterrenza sono ancora in fase di formazione.
Secondo alti funzionari della sicurezza, il tono duro di Erdoğan nei confronti di Israele non è un caso isolato, ma fa parte di un quadro più ampio, guidato da preoccupazioni interne, regionali e strategiche. Sul fronte interno, la Turchia si trova ad affrontare una realtà economica difficile, caratterizzata da un’inflazione elevata, una continua erosione del potere d’acquisto, una crescente insoddisfazione pubblica e tensioni politiche con l’opposizione. In questo clima, una retorica forte contro Israele permette ai leader turchi di delineare una chiara minaccia esterna. Ciò contribuisce a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle sfide interne e a rafforzare l’unità nazionale attorno a una questione di ampio respiro.
C’è anche un aspetto strategico. La Turchia aspira a diventare una potenza regionale di primo piano. Erdoğan ha lavorato per anni per accrescere la propria influenza nel Mediterraneo orientale, in Siria, in parti dell’Africa e nel più ampio mondo sunnita.
In questo contesto, la retorica aggressiva rappresenta sia un’opposizione alle politiche israeliane sia uno strumento per competere per la leadership regionale. La situazione regionale nel suo complesso preoccupa Ankara. La Turchia teme che un nuovo ordine mediorientale possa accrescere l’influenza israeliana e occidentale, soprattutto in Siria, Libano e nel Mediterraneo orientale.
L’inasprimento della retorica lancia un segnale di deterrenza, dimostrando che la Turchia non intende essere emarginata nel nuovo scenario regionale.
In tale complesso scenario, merita evidenziare l’importante dimensione legata alla gestione, da parte della Turchia, delle sue relazioni con gli Stati Uniti.
In particolare, la risposta conciliante di Trump offre ad Ankara un certo margine di manovra. La Turchia può intensificare la retorica contro Israele senza rischiare un conflitto diretto con gli Stati Uniti. Questo le permette di apparire dura a livello regionale, pur mantenendo ottimi rapporti con Washington. Inoltre, i conflitti in corso a Gaza, in Libano e in Siria offrono alla Turchia l’opportunità di agire come attore morale e attivo nel mondo islamico, prevalentemente sunnita.
Il risultato è una politica che intensifica lo scontro retorico, pur mantenendo, almeno per ora, limiti prudenti che impediscano alla situazione di degenerare in un conflitto diretto.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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Stefano Silvio Dragani
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