L’intelligenza artificiale è stata raccontata come una rivoluzione tecnologica alimentata dai dati. Oggi, però, la domanda che scuote l’industria culturale globale è un’altra: chi avrebbe dovuto essere pagato per quei dati?
L’interrogativo emerge con forza dopo un’inchiesta sul mondo della musica pubblicata da The Atlantic che ha portato alla luce uno dei più vasti utilizzi di opere musicali protette da copyright mai emersi nel settore dell’intelligenza artificiale. Secondo il report, oltre 21 milioni di canzoni sarebbero finite negli archivi utilizzati da sviluppatori e ricercatori per addestrare modelli di IA generativa destinati a comporre musica, riconoscere strutture melodiche e imitare stili artistici.
L’indagine ha individuato quattro grandi database. Il più consistente contiene circa 12 milioni di tracce musicali, un secondo archivio raccoglie circa 9 milioni di brani, mentre altri due database più piccoli comprendono circa 100.000 canzoni ciascuno. Complessivamente si supera quindi la soglia dei 21 milioni di opere musicali.
Per arrivare alla scoperta, i giornalisti della testata americana hanno analizzato pubblicazioni accademiche, documentazione tecnica degli sviluppatori e piattaforme di condivisione dati utilizzate dalla comunità dell’intelligenza artificiale. Il risultato è un quadro che rischia di aprire un nuovo fronte legale per il settore tecnologico, dopo quello già esploso nel mondo dell’editoria.
Nei cataloghi individuati compaiono alcune delle opere più celebri dell’industria musicale mondiale. Ci sono brani di Taylor Swift, tra gli artisti più ascoltati del pianeta, successi della superstar latinoamericana Bad Bunny e classici intramontabili dei Beatles. Non si tratta quindi di contenuti marginali o di opere prive di valore commerciale, ma di repertori che generano ogni anno centinaia di milioni di dollari tra streaming, sincronizzazioni, licenze e diritti d’autore.
L’aspetto più delicato riguarda il fatto che questi archivi sarebbero stati scaricati migliaia di volte da ricercatori e sviluppatori. Più che una semplice consultazione occasionale, si configurerebbe quindi un utilizzo sistematico e diffuso delle opere musicali per alimentare sistemi di intelligenza artificiale.
Proprio per aumentare la trasparenza, The Atlantic ha messo online uno strumento di ricerca che consente agli autori, agli editori musicali e ai titolari dei diritti di verificare se le proprie opere siano presenti negli archivi individuati dall’inchiesta. Una mossa che potrebbe trasformarsi in un acceleratore di contenziosi e richieste di risarcimento.
Il punto centrale, tuttavia, non è soltanto giuridico ma economico. Quanto avrebbero dovuto pagare le aziende dell’intelligenza artificiale per utilizzare legalmente questo patrimonio musicale?
Una risposta definitiva non esiste ancora, ma alcuni confronti di mercato consentono di delineare l’ordine di grandezza del fenomeno. Nel settore musicale le licenze per l’utilizzo di cataloghi protetti vengono normalmente negoziate sulla base di molteplici fattori: numero di opere, durata dell’utilizzo, finalità commerciali e potenziale sfruttamento economico. Le principali case discografiche e società editoriali trattano spesso accordi del valore di decine o centinaia di milioni di dollari quando vengono coinvolti grandi repertori.
Se si ipotizzasse anche solo un costo medio estremamente conservativo di pochi dollari per brano utilizzato a fini di addestramento, il valore teorico delle licenze necessarie per oltre 21 milioni di opere raggiungerebbe rapidamente centinaia di milioni di dollari. Se invece il mercato dovesse assimilare l’addestramento dell’IA a una forma di sfruttamento commerciale continuativo delle opere, il conto potrebbe facilmente salire nell’ordine dei miliardi.
Non è uno scenario teorico. Nel comparto editoriale le accuse di pirateria hanno infatti mostrato una tenuta giuridica superiore rispetto alle contestazioni fondate esclusivamente sulla violazione del copyright. Diversi procedimenti avviati da autori ed editori contro società tecnologiche hanno aperto la strada a trattative che coinvolgono indennizzi potenziali per miliardi di dollari. È proprio questo precedente a preoccupare le aziende che operano nel settore musicale.
Per l’industria discografica la questione è particolarmente sensibile. Negli ultimi vent’anni il settore ha già attraversato una lunga battaglia contro la pirateria digitale, prima con i servizi di file sharing e successivamente con piattaforme che distribuivano contenuti senza autorizzazione. Oggi il rischio percepito è che l’intelligenza artificiale rappresenti una nuova forma di utilizzo non remunerato delle opere creative.
Nel frattempo il mercato sta cercando di costruire i primi argini. Alcune piattaforme di streaming hanno iniziato a sviluppare strumenti per identificare i contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Tra i casi più avanzati c’è quello di Deezer, che ha lanciato una tecnologia gratuita capace di individuare i brani creati con sistemi di IA all’interno delle proprie playlist e perfino su servizi concorrenti come Spotify e Apple Music. L’obiettivo è evitare che tali contenuti vengano privilegiati dagli algoritmi di raccomandazione e garantire maggiore visibilità agli artisti umani.
Dietro questa scelta si nasconde una questione economica enorme. Se l’IA fosse in grado di produrre musica praticamente illimitata a costi marginali prossimi allo zero, il valore dei cataloghi esistenti rischierebbe di subire una pressione senza precedenti. Al contrario, se tribunali e regolatori imponessero il pagamento di licenze per l’addestramento degli algoritmi, le opere originali potrebbero trasformarsi in una delle materie prime più preziose della nuova economia digitale.
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Cristina Giua
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