Philip Morris Italia
Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia

Le sigarette come “oggetto da museo”, roba che non si usa più e che i più anziani ricordano ma i giovani guardano tra l’indifferenza e la meraviglia: chi ha un po’ di memoria storica ricorda che la Philip Morris reagì alla clamorosa svolta del 1998 negli Usa, con tutte le big company del tabacco costrette a risarcire centinaia di miliardi di dollari di danni, decidendo di lavorare per un mondo senza sigarette e appunto annunciando al mondo l’impegno di volerle relegare al rango minimo di oggetto da museo.

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Da allora sono passati appunto quasi tre decenni e senza dubbio se oggi, sui 13 milioni di fumatori italiani, ben oltre 4 sono passati dalle sigarette classiche a prodotti senza combustione, lo si deve soprattutto a quella che fu appunto l’azienda “first mover” del settore. Che ha partecipato, con il suo presidente e amministratore delegato per l’Italia Pasquale Frega, alla 47ª edizione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli in corso a Rimini anche per ricordare a tutti che questa transizione è stata ed è guidata dall’Italia, e dal suo tabacco di qualità made in Italy.

L’Italia non è un mercato qualsiasi per Philip Morris. Da dove nasce questa centralità?
L’anchor point in Italia è stato il tabacco, la qualità della tabacchicoltura italiana, il fatto che l’Italia producesse il 30% del tabacco europeo. Ma allo stesso tempo eravamo in un momento in cui tutto il settore tabacchicolo europeo era in forte crisi, con la produzione in forte calo anche per il cambiamento delle sovvenzioni dell’Unione Europea. In quel momento Philip Morris ha siglato un accordo con Coldiretti che oggi compie quindici anni e che dà visibilità decennale sugli acquisti: chi vuole produrre tabacco e partecipa a questo accordo sa che per dieci anni ha una prospettiva di lungo termine. Questo ha consentito a circa 1.000 imprese non solo di continuare con forza ed espandere la produzione, ma anche di trasformarsi tecnologicamente. Abbiamo dato una grande mano alla trasformazione ecologica e tecnologica di queste imprese, favorendo anche i cambi generazionali.

E dal tabacco si è passati alla manifattura.
Partendo da questa presenza con il tabacco ci siamo detti: se dobbiamo mettere una fabbrica importante che sia l’epicentro della trasformazione di Philip Morris, forse è l’Italia il posto giusto, perché in un certo modo accorciamo la catena di distribuzione logistica. Viste le competenze richieste, con Bologna in testa, con il packaging district e con tutto l’ecosistema che c’è in zona, e anche grazie a Industria 4.0, l’Emilia-Romagna è sembrata il luogo ideale. La scommessa è stata vinta: la fabbrica ha iniziato a operare e oggi esporta due miliardi all’anno in oltre 60 Paesi, ha 2.500 collaboratori ed è diventata l’hub mondiale di ricerca e sviluppo del manufacturing. Tutto ciò che si sperimenta in produzione si fa lì. È una filiera che ormai collabora con 8.000 piccole e medie imprese italiane.

Che cosa significa davvero, per una piccola o media impresa, entrare in una filiera come questa?
Quando si parla di filiera c’è un dato che non tutti associano. Quando sei una piccola o media impresa e ti agganci a un ecosistema come questo, non hai soltanto un’opportunità di business con una grande multinazionale: spesso reinvesti quello che guadagni nella tua espansione internazionale. C’è quindi un tema di filiera locale, ma c’è anche un tema di crescita autonoma. Abbiamo esempi di imprese che producono macchinari o processi produttivi e che, dopo essere entrate nella catena di produzione mondiale, hanno acquisito forza e si sono espanse per conto proprio.

Veniamo al punto controverso. Perché un’azienda che vive di sigarette decide di dichiarare che vuole smettere di venderle?
Siamo stati i primi al mondo ad assumere pubblicamente un impegno molto chiaro: abbandonare progressivamente le sigarette, pur essendo la sigaretta, a quell’epoca, l’unico prodotto che commercializzavamo. Philip Morris ha quindi sviluppato alternative di consumo per quei fumatori adulti che non smettono. È ampiamente riconosciuto che la maggior parte dei danni delle sigarette è legata non alla nicotina ma alla combustione. Infatti, la nicotina crea dipendenza, ma non è cancerogena: ciò che provoca i danni più rilevanti a livello respiratorio, cardiovascolare e oncologico è la combustione. È su questo principio che si fonda la nostra missione.

Con quali risultati di mercato, in Italia?
Un successo notevole. Noi consideriamo che sui tredici milioni di utilizzatori di nicotina in Italia, censiti tra i 18 e i 65 anni, oltre quattro milioni utilizzano i nostri prodotti senza combustione. Tutto questo è avvenuto in pochi anni. Per questo abbiamo lanciato al Paese una sfida di cui parleremo sempre di più: un obiettivo al 2035 per eliminare del tutto le sigarette dal mercato.

La definizione di “rischio ridotto” è però oggetto di diatriba a livello internazionale. Si possono davvero definire così questi prodotti senza combustione, che ormai appartengono a una famiglia ampia di marchi, non solo il vostro? E lì è la FDA a dettare legge, visto che gli Stati Uniti sono stati anche l’epicentro della battaglia contro i big del tabacco.
Esiste un insieme di evidenze scientifiche secondo cui, nei prodotti senza combustione, la produzione di sostanze dannose si riduce fino al 95% rispetto alle sigarette tradizionali. Questo è un dato oggettivo. Quale sia la valenza clinica di questa riduzione resta invece oggetto di discussione e valutazione. Diversi Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno riconosciuto che questi prodotti possono rappresentare, per i fumatori adulti che continuerebbero a fumare, un’alternativa preferibile alle sigarette. Recentemente, l’autorità sanitaria americana (Food and Drug Administration) ha rinnovato l’autorizzazione per il nostro dispositivo a tabacco riscaldato come prodotto del tabacco a rischio modificato, confermando che questi dispositivi possono continuare a essere venduti con informazioni sulla riduzione dell’esposizione alle sostanze nocive rispetto alle sigarette. Il dibattito continua e noi siamo impegnati a produrre sempre più evidenze.


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 Sergio Luciano

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