Era uscito poco più di un mese fa, dopo quasi mezzo secolo trascorso dietro le sbarre, per gravi motivi di salute. Una patologia oncologica che nella notte tra il 25 e il 26 agosto ha stroncato all’ospedale San Paolo di Milano Domenico ‘Micu’ Papalia all’età di 81 anni, dove era ricoverato dal 17 agosto per il peggioramento delle sue condizioni. Originario di Platì, in Calabria, e fratello di Antonio e Rocco, è stato con loro a capo della famiglia di ‘ndrangheta trapiantata da Platì a Buccinasco.

Chi era

Figlio di Giuseppe detto ‘u Carciutu’ e Serafina Barbaro, lascia da giovane la Calabria come i due fratelli e si sposta nella Capitale. Il 2 novembre 1976 viene ucciso a Roma il boss Antonio D’Agostino all’uscita da un ristorante: ‘Micu’ Papalia viene accusato dell’omicidio, processato e condannato al carcere a vita. Dovrà attendere il 2017 per essere assolto dalla Corte d’Assise d’Appello di Perugia con la formula “per non avere commesso il fatto”.

Un'altra immagine di Domenico Papalia durante un processo

Un’altra immagine di Domenico Papalia durante un processo

Il caso Mormile

Nel frattempo, però, sono arrivate altre due sentenze di ergastolo: quella per l’assassinio dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile, avvenuta l’11 aprile 1990 a Carpiano (Milano) inizialmente rivendicato dalla Falange Armata, e quella per l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate il 17 novembre 1983 a Milano, sulla base delle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia nell’operazione Nord-Sud. Accuse sempre respinte dal diretto interessato.

La malattia

Negli anni scorsi gli era stata diagnosticata una grave patologia. In più occasioni, i suoi legali hanno chiesto il differimento della pena con detenzione domiciliare per consentire a Papalia di curarsi, ma il Tribunale di sorveglianza ha sempre respinto le istanze sostenendo che l’uomo potesse essere curato anche dietro le sbarre. Numerosi gli appelli da parte di diverse associazioni, su tutte “Nessuno tocchi Caino”, per far sì che ‘Micu’ potesse uscire. Il via libera è arrivato alla fine lo scorso 17 luglio: il detenuto è uscito dal carcere di Parma ed è stato accompagnato a Corsico. Trentanove giorni dopo, Papalia è morto.

Di seguito, una ricostruzione dell’impero di Buccinasco, capitale della ‘ndrangheta.

Fonte: Milano Mafia

Il locale si trova in via Montello 12. Dal 1999 al 2007 ha ospitato la sede del circolo Montello. I suoi soci ufficialmente condividevano la passione della pesca sportiva, in realtà erano tutti uomini della ‘ndrangheta. 

Le famiglie
Buccinasco capitale della ‘ndrangheta. Qui i cognomi sono quelli dei Papalia, Barbaro, Musitano. Molluso, Zappia, Sergi. Si tratta delle terze generazioni.
Per i Papalia i nomi da tenere d’occhio sono quelli dei fratelli Domenico e Pasquale, 26 e 31 anni. I due sono figli di Antonio Papalia. Imprenditori, solo apparentemente puliti, sono i fratelli Molluso che assieme al padre gestiscono una società che si occupa di lavori edili.

Raccontano gli investigatori: “Per capire le dinamiche della ‘ndrangheta nel nord Italia bisogna andare a Buccinasco”. Perché, prima o poi, da qui si passa per ricevere un ordine, incontrare qualche compare, trattare affari. Perché qui, al di là delle indagini, la ‘ndrangheta si alimenta da generazione in generazione. E ogni boss che conta ha in tasca un indirizzo: via Montello 12, una strada stretta da alti palazzi popolari al confine tra Buccinasco e Corsico. Qui, sull’angolo, proprio sotto ai portici, dal 1999 al 2007 si animava uno strano circolo. Attività nota e piuttosto strana: la pesca sportiva.

Erano quattro vetrine. Sopra l’insegna Circolo Montello, scritta rossa su sfondo bianco. Si passava e una saracinesca era inevitabilmente abbassata, quasi sempre l’ultima in fondo. All’ingresso, invece, ci stavano sempre due uomini, a volte di più. Parlavano e si guardavano intorno. Nell’ultimo periodo, qualcuno, di notte, aveva rotto una vetro. Poi dal 2007, basta pesca. Clair abbassate per un mese e poi l’inaugurazione di un bellissimo panificio, dislocato sugli stessi metri quadrati del circolo. Stesso luogo, ma aria diversa, meno polverosa, più luminosa con pavimenti lucidi e pareti colorati, tv al plasma, una bel banco con focacce e pizze, tavolini ai lati dove mangiare. Diverso, ma uguale. Perché alla fine le facce sono sempre le stesse. Sono facce sospettosa. Sono le facce della ‘ndrangheta che oggi comanda Milano.

Tutte facce con nomi e cognomi. In molti li sanno, in pochi li pronunciano, perché qui a la mafia uccide. Torniamo allora al 27 marzo 1999. Giornata di primavera sporcata da una pioggia sottile. Attorno al 12 di via Montello c’è un discreto trambusto. Ci sono molti uomini. Di donne non se ne vede. Arrivano, si baciano, entrano. Fumano lunghe sigarette, scherzano quasi chiassosi, poi d’improvviso parlano piano.

Si vedono, ad esempio, i due presidenti Giuseppe Bellissimo e Antonio Bandera, “entrambi – osservano gli investigatori – sono affiliati all’organizzazione criminale Barbaro-Papalia”. E di questo casato mafioso fa parte anche Pasquale Papalia, detto Pasqualino, classe ’79. Di quel circolo lui è stato giovanissimo consigliere. Proprio lui, figlio di Antonio Papalia, capobastone milanese negli anni Ottanta e fratello di Domenico Papalia. In quella sera d’estate lì in via Montello c’è la ‘ndrangheta, ma ci sono anche gli investigatori. Convitati di pietra attraverso una mini telecamera. E così bastano appena due giorni di riprese per capire che “il locale era stato appositamente costituito dall’organizzazione criminale Barbaro-Papalia affinché gli affiliati potessero comodamente riunirsi per discutere dei loro traffici illeciti ed essere nel contempo legittimati alla frequentazione del locale”.

Al Circolo Montello così si fa vedere Giosefatto Molluso, detto Gesu e suo figlio Giuseppe Molluso, entrambi ritenuti affiliati alle cosche di Platì. In particolare, Giosefatto nel 1999 partecipò a uno storico summit di mafia al ristorante Scacciapensieri di Nettuno. Con lui boss del calibro di Vincenzo Rispoli e Carmelo Novella (ucciso nel luglio 2008). Si è detto dei fratelli Papalia, Pasquale e Domenico, ma in via Montello non manca nemmeno la famiglia Barbaro al completo, Domenico, il padre, detto Micu l’australiano e i due figli, Rosario e Salvatore, tutti e tre oggi imputati per mafia (Rosario ora è il primo pentito in famiglia, ndr)

E dopo la pesca, la ‘ndrangheta passa al pane. Attorno al 2007, si inaugura la panetteria gestita dalla Musipane srl, riconducibile alla famiglia Musitano, altro cognome legato ai Papalia. L’impresa viene gestita da Vincenzo Musitano e da Antontio Musitano, quest’ultimo soprannominato Toto brustia, da sempre uomo di fiducia del superboss Antonio Papalia. Brustia in passato è stato legato al pentito Saverio Morabito e al ramo mafioso dei Sergi. Condannato a 20 anni nei primi mesi del 2000, è stato scarcerato il 27 marzo 2007 e oggi vive a Vermezzo. (dm)


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