La lettera pubblicata da Davide Faraone sul «Corriere della Sera», dopo gli insulti rivolti sui social alla figlia Sara, dovrebbe entrare nelle scuole. Non per parlare di politica. E neppure per trasformare una vicenda personale in un caso mediatico. Dovrebbe entrarvi perché contiene una straordinaria lezione sul significato delle parole, sulla disabilità, sulla diversità e, soprattutto, sul rispetto.
Davanti alle fotografie di un padre al mare con la propria figlia, alcuni utenti hanno sentito il bisogno di commentarne l’aspetto fisico, l’autismo, la disabilità. Faraone ha scelto di non rispondere all’insulto con l’insulto. Ha fatto qualcosa di molto più utile: ha spiegato.
Ha raccontato, per esempio, che i capelli corti di Sara non sono una questione estetica, ma possono essere legati all’ipersensibilità sensoriale che accompagna alcune persone con autismo. Il rumore delle forbici, il phon, il contatto sulla nuca, un profumo o un orecchino possono produrre un disagio che chi non vive quella condizione difficilmente immagina.
Ed ecco il primo insegnamento che la scuola potrebbe ricavare da questa vicenda: conoscere aiuta a rispettare.
Molte forme di discriminazione nascono infatti da ciò che non conosciamo. Vediamo qualcosa di diverso dal nostro modo di essere, di vestirci, di comunicare, di muoverci o di reagire agli stimoli e lo interpretiamo utilizzando esclusivamente le nostre categorie. Da lì al giudizio il passo può diventare brevissimo.
La scuola dovrebbe insegnare esattamente il contrario: prima di giudicare, provare a comprendere.
Le parole non sono mai soltanto parole
C’è poi una frase della lettera di Faraone che meriterebbe di essere scritta alla lavagna: Sara ha una disabilità, non è un problema.
La differenza sembra minima. Non lo è.
Il linguaggio costruisce rappresentazioni della realtà. Dire che una persona «è un problema» significa, anche inconsapevolmente, spostare sulla persona qualcosa che spesso appartiene invece all’ambiente, agli ostacoli, alle barriere, ai pregiudizi, all’organizzazione della società.
Educare al rispetto significa allora anche educare all’uso responsabile delle parole.
Non si tratta di imporre formule linguistiche o di organizzare una sorta di tribunale permanente delle espressioni consentite e vietate. Si tratta di insegnare agli studenti una competenza molto più profonda: comprendere che ciò che diciamo produce conseguenze sugli altri.
Una parola può accogliere oppure escludere. Può riconoscere una persona oppure ridurla a una caratteristica. Può aprire un dialogo oppure costruire un muro.
È educazione civica nel significato più autentico del termine.
Le stesse Linee guida ministeriali collocano il dialogo, il rispetto reciproco, l’inclusione e la costruzione del senso di comunità dentro il percorso di educazione civica. E l’educazione al rispetto non può essere confinata in un’ora, in una disciplina o nella celebrazione di una giornata particolare. Deve attraversare l’intera esperienza scolastica.
Non basta dire ai ragazzi «dovete rispettare gli altri»
Qui probabilmente si trova la questione pedagogicamente più importante.
Ripetere a un adolescente «devi rispettare gli altri» serve relativamente poco se quella frase non viene trasformata in esperienza, confronto e riflessione.
Il rispetto si impara praticandolo.
Si può partire proprio da una vicenda come quella raccontata da Faraone. Leggere alcuni commenti, senza trasformarli in spettacolo, e chiedere agli studenti: che cosa c’è dietro queste parole? Che cosa conosce realmente chi le ha scritte? Quale immagine della disabilità esprimono? Come sarebbe possibile dire la stessa cosa rispettando la dignità della persona?
Una lezione di italiano potrebbe lavorare sul linguaggio e sulla costruzione degli stereotipi. Una lezione di diritto potrebbe partire dagli articoli 2 e 3 della Costituzione e dalla dignità della persona. Le scienze potrebbero aiutare a comprendere alcune caratteristiche dell’autismo senza trasformare la persona nella propria diagnosi.
L’educazione civica digitale potrebbe affrontare il tema della responsabilità individuale quando si comunica dietro uno schermo.
Persino la storia, la filosofia, l’arte e la letteratura possono interrogarsi sul modo in cui le società hanno rappresentato nel tempo la diversità, la normalità, il corpo, la fragilità.
Ecco perché l’educazione al rispetto dovrebbe essere trasversale.
Il problema non è soltanto cosa scriviamo sui social
Sarebbe però troppo semplice attribuire ogni responsabilità ai social network.
I social amplificano ciò che già esiste.
Dietro un commento offensivo non c’è soltanto uno smartphone. C’è una cultura. C’è un’idea dell’altro. C’è talvolta l’incapacità di distinguere tra libertà di espressione e libertà di umiliare.
È qui che la scuola può fare moltissimo.
Educazione digitale non dovrebbe significare esclusivamente spiegare come proteggere una password, riconoscere una fake news o tutelare i propri dati personali. Significa anche domandarsi quale cittadino diventiamo quando entriamo nello spazio digitale.
La cittadinanza non scompare quando accendiamo un telefono.
La persona che abbiamo davanti non perde la propria dignità perché la osserviamo attraverso uno schermo.
Anzi, proprio la distanza fisica rende ancora più necessaria una educazione alla responsabilità.
Dall’inclusione dichiarata all’inclusione vissuta
La scuola italiana possiede una lunga e importante tradizione di inclusione degli alunni con disabilità. Ma l’inclusione normativa e organizzativa, da sola, non basta.
Possiamo avere nella stessa aula ragazzi con storie, abilità, culture e condizioni differenti e non avere costruito ancora una comunità realmente inclusiva.
L’inclusione comincia quando la differenza smette di essere qualcosa che «concediamo» all’altro e diventa una caratteristica normale della comunità umana.
Sara, nella lettera di suo padre, non chiede di essere idealizzata. Non chiede pietà. Non chiede di essere considerata straordinaria perché ha una disabilità.
Chiede, semplicemente, di poter essere Sara.
È probabilmente questa una delle lezioni più difficili da insegnare: vedere prima la persona e poi tutto il resto.
Il giorno successivo alla lettera di Faraone, dalle pagine dello stesso quotidiano è arrivata anche la voce di Alessio Manfredi Selvaggi, giovane universitario con sindrome di Down. Il suo messaggio porta nella stessa direzione: non essere identificati esclusivamente attraverso una diagnosi, ma essere riconosciuti come persone che studiano, amano, progettano, sbagliano, ridono, desiderano e costruiscono il proprio futuro.
Ed è difficile immaginare materiale didattico più autentico.
Educare al rispetto significa educare alla democrazia
Forse abbiamo utilizzato talmente spesso la parola «rispetto» da rischiare di svuotarla.
Il rispetto non è soltanto essere gentili.
È riconoscere all’altro la stessa dignità che pretendiamo per noi.
Significa comprendere che i diritti non dipendono dalla bellezza, dalle capacità, dalla condizione sociale, dalla salute, dal genere, dall’origine o dal modo in cui una persona comunica con il mondo.
Per questo educare al rispetto significa educare alla democrazia.
E allora la lettera di un padre indignato per gli insulti rivolti alla propria figlia può diventare qualcosa di più di una pagina di cronaca.
Può diventare una lezione.
Non la lezione del docente che sale in cattedra per spiegare ai ragazzi come dovrebbero comportarsi, ma quella di una scuola che mette davanti agli studenti la complessità della realtà e domanda loro di pensarla.
Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere ottenere ragazzi che non insultano soltanto perché qualcuno ha detto loro che «non si fa».
Dovremmo formare giovani capaci di comprendere perché non si fa.
Capaci di vedere una fotografia come quella di Sara e non cercare ciò che la distingue da loro, ma riconoscere ciò che li accomuna.
Una ragazza.
Un padre.
Il mare.
Una giornata di vacanza.
Una fotografia.
Una risata.
La normalissima, straordinaria libertà di essere felici.
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Antonio Fundarò
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