Ci sono think tank che producono pdf, think tank che producono convegni e poi c’è il Rhine Group, il neonato tavolo svizzero di Mario Draghi e Patrick Collison, fondatore di Stripe. Che cosa sarà, lo vedremo. Ma una cosa è già evidente: se l’Europa non riesce a fare massa critica, almeno Draghi ha cominciato a metterla attorno a un tavolo.
Non parliamo solo di curriculum. Parliamo di denaro in formato industriale: capitalizzazioni, valutazioni, fatturati, infrastrutture digitali e, nel caso di qualche partecipante, una nebbia societaria che neanche il Reno in novembre. Il Rhine Group si presenta come un luogo in cui imprenditori, economisti, accademici e policy maker proveranno a trasformare il Rapporto Draghi in azione. Un intento nobile. E decisamente meno costoso di continuare a stampare rapporti per poi usarli come sottobicchieri nei palazzi europei.
La dote sul tavolo
Patrick Collison porta Stripe, piattaforma di pagamenti nata in Irlanda e cresciuta in America, che nell’ultima operazione secondaria è stata valutata 159 miliardi di dollari. Non un unicorno: più un mammut con l’Api. Nel 2025 ha processato quasi 2 mila miliardi di dollari di volumi di pagamento. Se Stripe fosse uno Stato, avrebbe già una delegazione al G20, un’app per il passaporto e qualche controversia sulla sovranità fiscale.
Al suo fianco siede Tobi Lütke, il fondatore di Shopify. La società canadese di commercio elettronico vale, a fine agosto, circa 193 miliardi di dollari e nel 2025 ha generato 11,6 miliardi di ricavi. In pratica, vende l’infrastruttura con cui il piccolo commerciante può diventare globale, purché riesca prima a capire quale delle 47 finestre di impostazioni contabili sia quella decisiva.
C’è poi Sebastian Siemiatkowski, fondatore di Klarna, la fintech svedese del “compra adesso, paga dopo”, formula che ha restituito dignità finanziaria a un istinto antichissimo: desiderare oggi e preoccuparsi del saldo domani. Il gruppo ha dimostrato che anche il rinvio del pagamento può diventare un’industria da miliardi e un caso di studio sulla trasformazione del credito al consumo in esperienza utente.
Michael Miebach rappresenta Mastercard, che non necessita di un pitch deck: è un’azienda quotata con una scala da circa 500 miliardi di dollari di capitalizzazione, una rete che trasforma la formula “offro io” in una commissione praticamente universale. Bastian Nominacher porta Celonis, eccellenza tedesca del process mining: software che osserva le procedure aziendali, scopre dove il processo si blocca e, con grande tatto teutonico, informa il management che forse il collo di bottiglia è il management.
Poi c’è Luca Ferrari, cofondatore e ceo di Bending Spoons. L’Italia digitale ha spesso sviluppato un rapporto contemplativo con la crescita: la osserva, la ammira e poi domanda se non sia il caso di istituire un tavolo. Bending Spoons ha scelto invece la via poco nazionale dell’acquisizione e della scala: Evernote, WeTransfer, Vimeo, Aol, Eventbrite. La quotazione al Nasdaq, a luglio, dopo ricavi 2025 per 1,31 miliardi, ha attribuito alla società milanese una valutazione di circa 18,4 miliardi di dollari. Sarà.
E a proposito di “sarà”: Andrea Pignataro, fondatore e ceo di ION Group, è il convitato più interessante perché la sua azienda è privata, tentacolare e poco incline a una trasparenza che renda immediato il conteggio. ION sviluppa software e dati per banche, gestori e grandi imprese; il profilo ufficiale del Rhine Group parla di oltre 13 mila dipendenti in più di 50 uffici. Il resto è un esercizio di archeologia societaria. Stime giornalistiche hanno indicato ricavi di gruppo prossimi ai 3 miliardi di euro già nel 2022; la struttura, non quotata e frammentata tra holding e veicoli finanziari, rende però impossibile stabilire da fonti pubbliche una valutazione univoca dell’impero. Possiamo quindi dire che vale molto, ha comprato molto e però ha anche usato molto debito; possiamo persino dire che ION ha investito circa 6 miliardi in acquisizioni in Italia. Ma assegnarle con serietà un numero preciso sarebbe una forma di narrativa finanziaria, non di contabilità. Senza contare la richiesta da circa 1,2 miliardi di euro del fisco italiano nei confronti di ION in un’indagine relativa a presunta evasione fiscale nel periodo 2013-2023. La contestazione riguarda fino a 500 milioni di ricavi non dichiarati, a cui si sommerebbero interessi e sanzioni; l’indagine è in corso e non equivale a un accertamento definitivo di responsabilità. È il genere di postilla che obbliga a distinguere tra peso industriale, valore economico e certezza giuridica: tre voci che nei conglomerati privati non sempre abitano lo stesso bilancio.
L’Europa nella foto
Il paragone inevitabile è con il giuramento di Donald Trump del 20 gennaio 2025. Sul palco, o comunque nelle prime file, non c’erano semplicemente ospiti illustri: c’erano Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai, Sergey Brin e l’intero capitalismo digitale americano che aveva deciso di non limitarsi a finanziare il buffet inaugurale. Musk, Bezos e Zuckerberg sedevano in posizione prominente e, secondo le stime dell’epoca, valevano insieme quasi mille miliardi di dollari come patrimoni personali. L’insieme dei miliardari presenti era valutato oltre 1.300 miliardi. Musk da solo era stimato intorno ai 433-449 miliardi, Bezos attorno ai 239-245 e Zuckerberg oltre 200. Una foto di potere nella quale il nuovo presidente e i proprietari delle piattaforme che organizzano attenzione, acquisti, pubblicità, pagamenti, logistica e conversazione pubblica sembravano aver ricevuto lo stesso dress code: giacca scura, sorriso calibrato, capitale sufficiente a far impallidire il Pil di molti Paesi.
Il Rhine Group non è quella fotografia. Draghi non è Trump, Ginevra non è Capitol Hill e nessuno, per ora, sembra voler trasformare un giuramento in un summit di amministratori delegati con vista sulla Casa Bianca. Ma l’analogia serve a illuminare la differenza fondamentale: negli Stati Uniti il capitalismo digitale si è presentato alla politica come soggetto costituzionale non scritto, già grande quanto un continente; in Europa il capitalismo innovativo è più frammentato, più prudente e spesso costretto a spiegare prima quale modulo compilare.
Per descrivere questa dote si potrebbe usare l’espressione “capitale di convocazione”: non il patrimonio personale dei partecipanti e nemmeno la somma meccanica delle loro aziende, bensì la capacità di chiamare capitali, competenze, dati, mercati e decisioni nello stesso luogo. È una definizione più utile della solita “squadra di peso”, frase che negli anni ha fatto danni comparabili a “cabina di regia”.
Il Rhine Group dispone di un capitale di convocazione difficilmente quantificabile, ma certamente nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari, se si prendono le valutazioni di Stripe e Bending Spoons, la capitalizzazione di Shopify, la scala di Mastercard e la galassia, non perfettamente misurabile, di ION. Senza contare ASML, Siemens, Santander, BBVA, Iliad, Atomico e gli altri nomi della lista, che aggiungono semiconduttori, banche, telecomunicazioni, venture capital e capacità di investimento.
Resta il particolare che in Europa è sempre il più delicato: avere le persone non significa avere il potere di farne una politica. Il gruppo può indicare priorità, produrre proposte, mettere in connessione capitale e istituzioni. Non può sostituire i governi, chiudere il mercato unico dei capitali, costruire reti elettriche o semplificare ventisette sistemi normativi con un aperitivo sul lago.
Ma almeno il continente che ha soltanto quattro aziende tra le cinquanta tech più grandi del mondo ha smesso, per un attimo, di domandarsi se la competitività fosse un valore europeo. Ha convocato chi la finanzia, la crea e la vende. Adesso viene la parte difficile: evitare che, tra una sessione riservata e una nota di sintesi, il Reno si trasformi nel solito laghetto regolatorio.
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Marina Marinetti
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