Le devastazioni che hanno colpito anche alcune città del Veneto, ad opera di giovanissimi, spesso di origine straniera, mettono di nuovo sotto i riflettori la questione dell’integrazione delle seconde generazioni degli immigrati. Alla radice del disagio, c’è la differenza fra le alte aspettative maturate da questi giovani e l’effettiva possibilità di realizzare i loro sogni.
La scuola dovrebbe essere il luogo principale ove colmare le differenze di classe sociale e di competenze linguistiche, per permettere a tutti, italiani e stranieri, di moltiplicare al meglio i loro talenti. Purtroppo però ciò non accade, come dimostrano dati inequivocabili.
I risultati nei test
I risultati delle prove Invalsi 2026 mostrano che il background migratorio continua a incidere sugli apprendimenti. Già in seconda elementare, in Italiano gli alunni stranieri di prima generazione registrano 19,1 punti percentuali in meno rispetto ai coetanei non di origine immigrata; il divario scende, ma non di molto (14,6 punti) per la seconda generazione.
In Matematica le distanze sono rispettivamente di 14,1 e 12,4 punti percentuali. Alla fine della primaria il gap si riduce: in quinta, in Italiano, vale 16,2 punti percentuali per la prima generazione e 9,3 per la seconda; in Matematica scende a 9,6 e 5,3 punti. Il vero “buco nero” sono le scuole medie.
Invece di continuare a chiudersi, come direbbe la logica, la forbice fra italiani e stranieri si riapre. In terza media, gli studenti stranieri di prima generazione ottengono in Italiano 22,9 punti in meno, un divario che Invalsi paragona a circa due anni di apprendimento; per le seconde generazioni lo svantaggio è di 13,6 punti, circa un anno. In Matematica il gap è più contenuto, ma ancora significativo: -13 punti per la prima generazione e -7,5 per la seconda.
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Questi dati sono alla base degli assalti ai negozi nel centro di Milano, di Treviso e di altre città italiane. Nella società di oggi i buoni risultati scolastici sono il lasciapassare per le professioni più prestigiose e meglio remunerate. Sono passati i tempi degli imprenditori con la quinta elementare, valorosi protagonisti del “modello veneto” degli anni Settanta e Ottanta.
A parte rare eccezioni, oggi i giovani imprenditori, i giovani manager e tutti i professionisti e i quadri sono laureati, e spesso hanno avuto anche una consistente formazione post-laurea. Per chi va male a scuola, queste carriere sono precluse.
Uno studio del Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova, finanziato dalla Regione Veneto, presentato alla stampa e alla cittadinanza il 21 ottobre, mostra le enormi differenze fra gli italiani e gli stranieri nell’accesso alle diverse scuole superiori, differenze che si ripetono in tutte le province del Veneto.
I giovani stranieri sono il 15% fra chi frequenta istituti professionali, il 10% fra gli alunni degli istituti tecnici, solo il 5% fra i liceali. Intendiamoci: tutti i lavori sono dignitosi, e anche le scuole e gli istituti professionali e tecnici possono dare un’ottima preparazione in vista di un rapido inserimento nel mondo del lavoro. Tuttavia, quanti frequentano i corsi universitari che schiudono le porte alle carriere più prestigiose e meglio retribuite, provengono quasi esclusivamente dal liceo.
La ricetta per raffreddare il risentimento delle seconde generazioni è più semplice di quel che potrebbe sembrare. A tutti i bambini, italiani e stranieri, va data la possibilità di far germogliare appieno le loro capacità, specialmente in ambito scolastico. Per farlo, è necessario mettere sulla scuola qualche risorsa in più, ma è necessario specialmente rivedere il sistema scolastico, ora ampiamente basato sui compiti a casa e su un finto egualitarismo.
In primo luogo, come scrisse sessant’anni fa don Milani, “è la lingua che ci fa uguali”. Se un bambino non sa l’italiano, bisogna insegnarglielo, e non ha senso inserirlo in una classe dove non capisce una parola. Ha ancor meno senso spostarlo come un pacco postale in una scuola lontana dal suo quartiere e dalla sua famiglia. Piuttosto, i nuovi arrivati vanno bombardati di “Italiano come seconda lingua”: vi sono insegnamenti universitari specifici che preparano in tal senso i futuri docenti.
Solo dopo aver raggiunto una competenza linguistica accettabile, gli alunni vanno inseriti in classe con chi l’italiano già lo sa. Ciò viene fatto in molti paesi ad alta intensità immigratoria, mediante classi-ponte che durano da qualche mese a un anno scolastico: non si vede perché ciò non sia fattibile anche in Italia.
Il tempo-scuola
In secondo luogo, l’orario delle scuole medie e superiori va esteso almeno fino alle quattro di pomeriggio, alleggerendo in modo significativo i compiti a casa.
Non sarebbero costi insostenibili, perché togliendo la scuola al sabato e concludendo le superiori a diciotto invece che a diciannove anni – come in quasi tutta Europa, e come si sta sperimentando anche in Italia – è possibile mantenere lo stesso numero di ore di scuola.
Anche le vacanze vanno rimodulate, perché lunghi periodi lontani da scuola penalizzano specialmente gli alunni provenienti dalle famiglie meno avvezze alla cultura scolastica. Questo radicale cambio del tempo-scuola dovrebbe procedere in parallelo con una profonda revisione dei programmi scolastici. Certo, per tenere i ragazzi a scuola per otto ore, le scuole vanno rimodernate, vanno installati condizionatori, creati spazi comuni… Con il Pnrr si è fatto qualcosa, ma il ritardo strutturale è pesante.
Infine, agli insegnanti va consentito di tornare a fare solo gli insegnanti, alleggerendo la soffocante burocrazia, fissando una volta per tutte il percorso formativo necessario per arrivare in cattedra, permettendo retribuzioni adeguate, specie per chi assume incarichi di rilievo nella scuola.
Andrebbe rivista anche la figura del dirigente scolastico: forse il vecchio preside, che conosceva personalmente tutti i professori e alunni, era più efficace sia dal punto di vista organizzativo che didattico, rispetto a un manager certamente competente, ma che si trova spesso a dover gestire centinaia di classi e di persone, sacrificando i contatti personali sull’altare della burocrazia. Insomma, a mio avviso, solo una scuola autorevole, perché radicalmente riformata e rivolta al futuro potrà raffreddare la rivolta giovanile. Questa difficile opera forse non darà risultati immediati, ma se non si comincia…
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