ROBERT PREVOST PAPA LEONE XIV

C’è un momento, nel discorso di Leone XIV al Meeting per l’amicizia fra i popoli, in cui il registro cambia e l’omelia diventa quasi un programma di vita e d’azione. Davanti a una platea gremita, ventimila persone, e quasi centomila collegate sa circuito chiuso in tutti i padiglioni, e dunque e soprattutto davanti alle migliaia di giovani volontari che da giorni tengono in piedi la macchina della kermesse riminese, il Papa scandisce l’elenco delle cose da cui la convivenza umana va liberata: «Liberiamo la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dal business della morte». Non un’esortazione generica, ma un mandato operativo, rivolto a chi — dice — «ha ricevuto molto» e ha «competenze, responsabilità e risorse» da mettere in gioco. È il cuore di un intervento costruito interamente sull’idea che l’impegno cristiano nel mondo non sia un’appendice della fede, ma la sua forma pubblica.

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Il Pontefice era arrivato aprendo con Agostino: se vogliamo cambiare il mondo, cominciamo da noi stessi. Una premessa che ha poi retto tutto l’impianto del discorso, perché la conversione richiesta a tutti — ha spiegato — diventa «convincente e credibile» soltanto se qualcuno la inizia su di sé. Servono, ha detto testualmente, «pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta».

L’accoglienza era stata affidata al presidente della Fondazione Meeting, Bernhard Scholz, che ha ringraziato a nome di tutti richiamando l’ideale della «città fraterna che trova in Gerusalemme il suo grande ideale», e alla consapevolezza — ha aggiunto — che questo sia «il presente della nostra vocazione», di fronte a un futuro carico di incognite che chiede ogni giorno un impegno responsabile e creativo. Poi Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha definito la giornata «un giorno che non dimenticheremo» e l’ha accolta «come una carezza del Signore», descrivendo un movimento nato dal carisma di don Giussani e oggi in una fase di maturazione: portare presenza cristiana negli ambienti della vita quotidiana, nella scuola, nell’università, nelle opere di carità. «Esistiamo solo perché la luce di Cristo entri dove nessuna luce riesce a entrare», ha detto, «negli spazi nascosti di sofferenza dei cuori».

Leone XIV ha ripreso da lì, dal nome stesso della manifestazione. Amicizia fra i popoli, ha osservato, sono parole che oggi acquistano un significato particolare: anche adesso la pace è costruita e diffusa da persone che amano incontrarsi. Il riferimento è alla Fratelli tutti di Francesco, che ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale come «volto pubblico della fraternità». E il passaggio politicamente più netto: «Prima dei confini e delle istituzioni ci sono sempre le persone». Da qui la definizione del Meeting come crocevia per la Chiesa e per la società, un’eredità che — ha avvertito — comporta una grande responsabilità al servizio di un’umanità che ha «fame e sete di giustizia», in un’eco esplicita alla Gaudium et spes: le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi sono quelle dei discepoli di Cristo.

Sul titolo dell’edizione, tratto dall’ultimo verso della Commedia, il Papa ha costruito la parte più teologica. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso né ha perso vigore: è l’amore che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, sui giusti e sugli ingiusti», il modo in cui Gesù descrive la perfezione di Dio manifestando lo scarto tra il suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. Non a caso, ha ricordato, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno tutti indicato che il male non si combatte col male: l’amore è legge della vita e metodo di redenzione del Messia crocifisso. Anche gli avversari, ha insistito, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e da incontrare nella verità. Il che non significa negare il peccato, ma assumere l’impegno a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti e investimenti.

È il varco attraverso cui passa l’affondo sociale. A partire dalle organizzazioni che i cattolici stessi hanno generato e in cui operano, ha chiesto il Papa, occorre smascherare i rapporti di potere ingiusti che stanno alla radice della povertà, della disuguaglianza e della guerra. Due strade, ha detto Leone, sono incompatibili: quella di chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione e quella di chi accende sogni e visioni; una sfrutta la divisione e l’alienazione, l’altra cerca il Regno di Dio e la sua giustizia. In un mondo attraversato da manovre che vogliono conquistare mercati e influenza, spesso travestite da finti ideali, il cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso — quello che Maria contempla nel Magnificat, la misericordia di generazione in generazione. Anche oggi, ha aggiunto, algoritmi e reti globali segnano passaggi inquieti, ma al centro resta il mistero dell’Incarnazione.

Il metodo, per Leone XIV, è quello intuito da Giussani: non la fuga dalla realtà ma la promozione del bene nel mondo, e dunque il confronto con la realtà — «rischioso, se così possiamo dire, ma meglio sarebbe dire impegnativo».

Ai giovani il passaggio finale, e il più caldo. «Siete tanti qui, come volontari»: segno, ha detto il Papa, che il futuro è promessa e non minaccia, in un tempo in cui molti — adulti e giovani — non ci credono più. L’amore che muove il sole e le altre stelle «sveglia dal torpore e chiama a rischiare»: mettetevi in gioco, apritevi a una vera e propria cattolicità, facendo del movimento, dei gruppi, delle comunità un trampolino verso l’intera realtà e non un recinto. «Uscite incontro a tutti, a ogni latitudine», in particolare verso chi è ai margini, dove «troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore». E il criterio, ripetuto due volte: «C’è amore solo nella libertà».

Non è questione di numeri, ha precisato, pur constatando che migliaia di giovani chiedono il battesimo in alcune fra le società più secolarizzate del mondo. Anzi: la perdita di influenza che gli adulti hanno temuto avrebbe dovuto rivelare che si può stimare di più la potenza del Vangelo. La Chiesa, come hanno ripetuto i suoi predecessori, non fa proselitismo, «si sviluppa per attrazione», per un modo di abitare il mondo — quello che Giussani sintetizzava nella domanda: si può vivere così? Già nel II secolo, ha ricordato, c’era chi riconosceva nei cristiani una forma di vita «meravigliosa e paradossale». Con un’ammissione: quel tesoro lo portiamo in vasi di creta, e la credibilità della testimonianza è spesso segnata da limiti e peccati. «Ma il Signore ci rialza sempre».

L’ultima consegna è sull’unità: amate la Chiesa, custoditene l’unità, ha chiesto, ricordando che Comunione e Liberazione nacque in un tempo di crisi come il ’68 e che Giussani non si spaventò dei momenti di passaggio, affrontandoli con coraggio evangelico. In un mondo lacerato dalle crisi, ha concluso, si può ritrovare il gusto spirituale di essere popolo di Dio in cammino: da qui l’invito alla sinodalità, all’ascolto reciproco a partire dalla Parola, al rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Uno stile che in un’epoca travagliata «costituisce un vero e proprio segno dei tempi», perché ogni carisma è per l’utilità comune e ogni ricchezza si moltiplica se condivisa. Resta da renderlo, ha detto il Papa, «tangibile, credibile, desiderabile».


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 Sergio Luciano

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