Antonello da Messina e la febbre galoppante dell’arte come marketing. Mentre il Governo porta in tour l’Ecce Homo recentemente acquistato a New York per 15 milioni di dollari, arrivando a prestarlo al meeting di Comunione e Liberazione organizzato tra i padiglioni della fiera di Rimini – contesto e occasione ideali! – il sindaco di Messina colleziona ritagli di giornale per organizzare una degna rassegna stampa. L’argomento? Naturalmente il furto consumatosi lo scorso 15 agosto tra le sale del MuMe, il museo regionale cittadino.
La rassegna stampa sul furto di Antonello
È così che il primo cittadino Federico Basile – rieletto lo scorso maggio con Sud chiama Nord, il partito di Cateno De Luca affiancato da una sfilza di liste civiche – ha pensato bene di pubblicare sul suo profilo Facebook un post celebrativo dedicato al “successo” internazionale della notizia del colpaccio. Un vero record di articoli su testate importanti come il Time, il New York Times, la CNN, ka BBC, Al Jazeera. Insomma, a tutte le latitudini ci osservano, perché non vantarsene? “Da Londra a New York, dalla Cina al Medio Oriente: la notizia del furto delle tavole di Antonello da Messina ha fatto letteralmente il giro del mondo”, scrive Basile. Che poi aggiunge, per equilibrare l’entusiasmo, come ci sia “qualcosa di profondamente amaro in tutto questo: un patrimonio dal valore universale, custodito a Messina, è finito improvvisamente sotto i riflettori internazionali nel momento più doloroso, quello della sua sottrazione”. Meno male che lo ha colto un sussulto, nella foga del post promozionale.
Antonello da Messina come brand (anche quando viene rubato)
Ma la regola del “purché se ne parli” torna imperiosa a convincerlo della bontà di questa uscita social: “Il clamore suscitato dal furto restituisce però con straordinaria evidenza la dimensione internazionale di Antonello e delle opere che Messina custodisce. Il suo nome continua ad attraversare confini e continenti ed è indissolubilmente legato alla città nella quale è nato e della quale rappresenta uno dei simboli più grandi“.
C’era bisogno del furto di quattro preziosissime tavole per avere conferma dell’importanza mondiale di uno dei più grandi maestri del quattrocento italiano, sensibile innovatore e straordinario interprete di un linguaggio pittorico internazionale? E come non rendersi conto dello stridore quasi comico tra il tono del post e quegli articoli che stigmatizzano l’evidente debolezza di un sistema di controlli che non è riuscito a evitare la ferita di uno scippo clamoroso? Il messaggio-reclame si fa più netto e carico d’orgoglio nel punto in cui il sindaco ricorda la scelta strategica di puntare su Antonello come figura identitaria da spendere nelle campagne di comunicazione, “anche attraverso la nascita e la registrazione del brand ‘Messina Città di Antonello’”. Quando un genio della storia delle arti e del pensiero diventa un brand c’è qualcosa che inizia sottilmente a disturbare, non certo per pedanteria ma per il timore che certe operazioni si esauriscano in sé stesse e si trasformino in orizzonti brevi, assorbendo la portata di un impegno che dovrebbe essere profondo e reale sul piano delle politiche culturali.
I commenti al post del Sindaco di Messina
Poi, un pensiero – l’unico sensato in questa uscita surreale – dedicato alle opere perdute e alla speranza del loro ritorno a casa, confidando nell’alacre lavoro delle forze dell’ordine: “Quando torneranno, perché vogliamo credere che torneranno, l’attenzione che il mondo sta dedicando in queste ore ad Antonello dovrà trasformarsi in una nuova occasione per Messina: far conoscere ancora di più la sua storia, la sua identità e lo straordinario patrimonio culturale che custodisce“.
Bastava questo, sottolineando semmai lo sconforto per un’esposizione mediatica dovuta a un fatto grave e sperando di poter offrire agli occhi del mondo, puntati su Messina, la gioia di un lieto fine. Sbagliato l’approccio celebrativo e fuori luogo la formula “press review”, come rilevato dai tantissimi commenti infastiditi e ironici. “Cambierei la frase scegliendo tra le seguenti tre: “Il clamore suscitato dal furto restituisce però con straordinaria evidenza…” 1) che la direzione è di incompetenti 2) che nella vita ci sono priorità e che la focaccia e la Vara vincono a mani basse sulle responsabilità del personale 3) che si è fatta una figura barbina globale e privato gli italiani di una parte del loro patrimonio nazionale“: così scrive Sara, mentre Fabiola invoca le dimissioni della direttrice insieme a una nuova stagione di “qualità, visione, strategia“.
E ancora chi si scaglia contro vigilanti e dirigenti “incompetenti” e chi, come Nunziella, si rivolge al sindaco con stizza: “La prego, taccia!! Taccia, perché questo non è il momento di osannare alcunché! Non c’è nulla di positivo in quello che qui a Messina (e non solo) sta accadendo e non mi riferisco solo al furto delle opere di Antonello“. Le fa eco l’incredulità di Santi: “Certo che sfruttare il furto per fare un po’ di pubblicità mi sembra il modo peggiore di affrontare l’argomento. Meglio, allora, non dire niente, come era stato fatto in questi tre giorni dall’amministrazione comunale“. Il sarcasmo di Giancarlo è tagliente: “Dobbiamo dare merito ai ladri che hanno valorizzato il museo regionale di Messina più della direttrice“. Insomma, un vero successo per un’iniziativa di comunicazione rivelatasi praticamente (e prevedibilmente) un boomerang.
Arte come marketing
E forse è proprio quest’idea semplificata dell’arte come strategia di marketing, come superficie cromata, come occasione pubblicitaria per un concetto d’identità a misura di spot televisivo, che lentamente e inesorabilmente ha contribuito a minare la credibilità di un sistema – quello della cultura e dei beni culturali – particolarmente sofferente in Sicilia, nonostante lo straordinario patrimonio storico e la forza di uno stuolo di grandi artisti e intellettuali legati all’isola per scelta, per radici, per destino. Una riflessione difficile da elaborare per chi resta sedotto da concetti vecchi, equivoci, rischiosi, tra cultura come petrolio, come marchio, come servizio aggiuntivo, come scenografia o riempitivo, decorazione o argomento notiziabile, instagrammabile, pubblicizzabile. Basterebbe in ogni caso, prima di lasciarsi andare a facili entusiasmi, riflettere qualche minuto in più e magari scegliere il silenzio, se non il rischio di un’analisi vera, di un’autocritica, di un commento a metà tra severità e speranza.
Helga Marsala
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