Antonietta, Matteo, Dibin: ecco cosa abbiamo imparato in un ateneo del Papa


«Sono insegnante in una scuola di formazione per operatori socio-sanitari e portare la mia formazione ricevuta in ateneo ai miei studenti che si occuperanno, domani, di prendersi cura delle persone più fragili, come anziani, disabili, bambini mi è parso importante». Matteo Pelusi, racconta così, il valore dell’esperienza alla facoltà di Bioetica dell’Ateneo pontificio “Regina Apostolorum”.

Aiuti allo studio, ecco il piano

Siamo alla presentazione del “Piano di aiuti allo studio,” che l’università pontificia ha messo in piedi per il nuovo anno accademico e lo fa con Ad Excellentiam, una conferenza nell’aula magna dell’ateneo capitolino, ma collegata in streaming con tante parti del mondo. L’università è stata infatti fondata nel 1993, per iniziativa una congregazione missionaria, i Legionari di Cristo, a sua volta nata in Messico alla metà del secolo scorso.

Siamo a Roma, sull’Aurelia. Ci si arriva dalla stazioncina omonima, sulla tratta che porta a Civitavecchia – un trenino “magico” nella Roma difficile da attraversare, per i limiti dei mezzi pubblici rispetto all’estensione, dove la penuria di taxi è così endemica da diventare luogo comune, un trenino sconosciuto ai forestieri che, al massimo, praticano quello per Fiumicino. Stazione Aurelia si trova sul fianco di una collina, alla cui sommità c’è una doppia università: l’ateneo pontificio appunto, il Regina Apostolorum, e uno privato, l’Università europea.

Da sinistra padre José Oraygozum, rettore del Regina Apostolourm, Giampaolo Cerri, padre Vincenz Heereman, docente, e padre Alex Yeung, direttore del Master “Scienza e fede”

Quella pontificia, quest’anno ha incrementato l’attività di sostegno degli studenti, mettendo a disposizione, grazie a una grande rete di donatori – organizzazioni o singoli – molte borse per frequentare i corsi di filosofia, bioetica e di teologia ma anche quelli dell’Istituto “Scienza e fede”.

Studenti che sono sacerdoti, desiderosi di perfezionarsi per affrontare il proprio ministero ma, sempre più, laici decisi a dotarsi di competenze, come quelle legate all’etica e alla bioetica, che anche il mercato del lavoro comincia a richiedere: nelle risorse umane, nella sanità, nella formazione socio-sanitaria come nel caso di Pelusi.

Il grande campus nel verde dell’Aurelia

Nel grande campus, in mezzo al verde della zona che lambisce l’Aurelia, quelli del Regina Apostolorum e dell’Europea si mescolano dentro le aule dei grandi edifici a mattoni rossi.

L’atrio del Regina Apostolorum

Si diceva degli studenti laici: delle tre testimonianze scelte dall’università pontificia per parlare delle borse di studio e del valore dei corsi, due sono laici e uno è sacerdote.

Fra i laici, oltre al giovane docente, originario di San Giovanni Rotondo, biotecnologo dell’Università di Ferrara che si era anche laureato in Scienze religiose con una tesi su La dignità della vita in ogni sua forma. Il pensiero di Jerome Lejeune, scopritore della Trisomia 21 e padre della genetica moderna, oltre al giovane Pelusi, dicevo, c’è Antonietta Castaldi, medico-chirurgo e dottore di ricerca che dirige l’Unità di Gravidanza a rischio presso l’Azienda ospedaliero-universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona a Salerno, e c’è Dibin Abraham, prete del lontano stato indiano del Kerala, inviato fino a Roma dalla sua diocesi di Ernakulam-Angamaly.

A Roma, don Dibin si divide fra studio dottorale in Teologia e la capellania di una clinica psichiatrica. Racconta d’esser stato ispirato, fin da giovane, dai sacerdoti della sua parrocchia, ed esprime gratitudine per questa borsa «che permette di studiare con maggior serenità e continuità», aiuto che sente come «segno di comunione ecclesiale» e che vive «come invito a restituire il bene ricevuto e un segno di speranza». Scandisce bene le parole, don Dibin, ed è palpabile il filo di emozione che le unisce: si indovina che tornerà nel Kerala e che sarà un bravo prete, di quelli, guardando i quali magari vien voglia di esserlo, come capitò anche a lui, qualche anno fa.

Quell’esperienza di ricerca sull’utero artificiale

Castaldi invece, nel 2024, ha fatto un periodo di ricerca al Children Hospital di Philadelphia, dove si studia l’utero artificiale, ossia la possibilità di costruire qualcosa che sia più vicino possibile a un utero materno per dei bambini nati estremamente prematuri: «Mi sono accorta che c’erano molti problemi etici da affrontare, di etica medica e di bioetica. Lì ho capito quanto fosse necessario formarsi». In un recente paper, pubblicato a maggio scorso su Science, Castaldi ha risposto ad altri scienziati che sostenevano come ormai l’Ai avesse reso superata la professione medica: l’ha intitolato, Il testo non è il paziente: corporeità, epistemologia e i limiti dei test di riferimento diagnostici dell’Ia.

«Ho scritto che c’è bisogno dei medici, perché c’è bisogno della relazione, la relazione di cura», spiega, «come ci ha ricordato anche papa Leone».

Storie belle, di persone impegnate con la propria vita. Col “Piano di aiuti allo studio” per l’anno accademico 2026-27, l’ateneo ne cerca altri, come ha scritto Nicola Varcasia, qualche giorno fa, fornendo tutti i dettagli.

Salutando i candidati collegati, il rettore, padre José Oraygozum, parla di «rendere ragione della propria speranza, nel contesto di una visione armonica tra fede e ragione, significa essere in grado di illuminare con la luce che scaturisce dal Vangelo gli uomini e le donne del nostro tempo».

Gli fa eco il vice, padre David Koonce, che dirige proprio il “Comitato sostegni”: «Dietro ogni borsa di studio c’è una storia: uno studente che non avrebbe potuto arrivare a Roma, una vocazione che aveva bisogno di essere accompagnata, un futuro protagonista che semplicemente aspettava un’opportunità. Il programma nasce da queste storie — e da una convinzione semplice ma profonda: che il talento, quando è sostenuto, diventa un dono non solo per la persona, ma per la Chiesa e per la società».

Fra fides, ratio e Ai

Alex Yeung (foto sotto, ndr) un altro religioso che guida proprio l’Istituto “Scienza e fede”, un curriculum accademico lunghissimo fra antropologia, filosofia ma anche musica e matematica, spiega come il corso (che grazie alla convenzione con l’Europea è anche master di primo livello) mette a fuoco «il rapporto tra scienza e fede, tema con cui ci si confronta sempre più spesso: da una parte, gli incessanti sviluppi della scienza e della tecnica suscitano nuove ed urgenti questioni etiche ed antropologiche; dall’altra, ci troviamo di fronte al cosiddetto pluralismo culturale e religioso, che suscita il bisogno di proporre punti d’incontro verso il dialogo e la comune ricerca della verità».

Ascolta l’intervista ad Alex Yeung

È il tedesco Vincenz Heereman, che insegna nella facoltà di Teologia, a spiegare l’architettura complessiva dei sostegni e il supporto di alcune storiche organizzazioni come “Aiuto alla Chiesa” che soffre, ricordandone la genesi: nel 1947, nella Germania distrutta e invasa dai profughi in fuga, soprattutto dall’Est, un monaco olandese Werenfried van Straaten ritenne che occorresse mobilitarsi per raccogliere aiuti, cominciando dai contadini fiamminghi. “Padre Lardo”, lo soprannominarono, per la sua capacità di convincerli a donare e quelli davano ciò che potevano, come il grasso di maiale. Col piccolo dettaglio che andava a dire a chi, solo pochi anni prima, aveva sofferto l’invasione tedesca di aiutare dei tedeschi.

Quasi 80 anni dopo, il filo di quella solidarietà, che qui si chiama evidentemente carità, arriva fino a un giovane sacerdote del Kerala, consentendogli di formarsi a Roma e tornare un giorno dagli uomini e le donne della sua parrocchia, per essere un prete migliore.

Ascolta l’intervista a padre Vincenz Heereman.

L’intero evento di presentazione può essere rivisto al seguente link.

Le foto di questo servizio sono dell’ufficio stampa dell’ateneo pontificio “Regina Apostolorum”.

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 Giampaolo Cerri

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