Un prato che fino a poco tempo fa era solo rovi. Sedie in fila, il pubblico che arriva, i cugini di Mario in prima fila, il sindaco al microfono. Sopra, il cielo di agosto. Sotto i piedi, senza che nessuno lo sappia ancora, una Torrice sotterranea che aspetta di essere riaperta. È qui, in quest’area che il Comune ha acquistato da poco, che va in scena la serata. Non un semplice talk. Un ritorno. Quello di Mario Paniccia.

Va in scena il richiamo della terra: quello che riporta a casa il figlio di due emigranti partiti da Torrice per gli Stati Uniti d’America. Il papà nel 1955, la mamma nel 1958, lui con la IV Elementare e lei con la V Elementare ma nel sangue la dignità della brava gente, che è disposta ad attraversare l’Oceano per guadagnare un pezzo di pane in maniera onesta e che insegna al figlio Mario che nella vita puoi anche fare lo scopino ma devi essere lo scopino migliore e per riuscirci devi farlo con passione. Segui le tue passioni qualsiasi esse siano.

Mario non si appassiona alla pulizia delle strade ed alla ramazza: si appassiona alla fisica, viene rapito dalla fotonica, ci si immerge in un tempo nel quale non esistono ancora i supercomputer ma i calcoli vengono fatti a mano. Si intestardisce su un punto: vuole far viaggiare i dati appoggiandoli sulla luce. Letteralmente.

La luce al posto dell’elettricità

Mario Paniccia

Mario Paniccia viene presentato al pubblico partendo da un’espressione: Tracciamento satellitare. Ognuno pensa alla stessa cosa: un puntino su una mappa, dove sei tu, dove sei tu ti ritrovo. Poi arriva la sorpresa. Paniccia ha fatto l’esatto contrario. Ha inventato un modo per sapere dove ci si trova anche quando il satellite non arriva. Anche quando il segnale sparisce, come succede tra i palazzi di Roma o di New York, dentro quei canyon di cemento dove il GPS annega.

Tocca a Mario raccontare. E Mario, prima di tutto, ringrazia. La famiglia è lì, i cugini sono lì. Parla un italiano un po’ incerto, un po’ d’importazione e se ne scusa con un sorriso. Spiega che le cose, oggi, cambiano in sei mesi. Che quello che dieci anni fa sembrava fantascienza oggi è normale amministrazione nella Silicon Valley. Gli basta un esempio per portare tutti all’evidenza: i ragazzini toccano gli schermi delle televisioni aspettandosi lo swipe di un telefono. Noi che siamo nati con la Tv in bianco e nero dentro una scatola foderata di finto legno, pensavamo che il massimo fosse un tubo catodico a colori, ci sentivamo nel futuro con lo schermo piatto e la definizione 4k. Roba vecchia per i bambini che non fanno oh ma fanno swipe.

Torrice ascolta il racconto dell’ingegnere Paniccia

Mario arriva al cuore della questione: perché far viaggiare i dati sulla luce, invece che sull’elettricità. Perché chiamare la propria azienda Anello Photonics: un nome italiano, dice, non a caso, perché la sua tecnologia è letteralmente un anello di luce fotonica, di laser che gira su se stesso. «Se l’avessimo detto qualche anno fa, ci avrebbero preso per matti». Racconta che quando l’azienda è nata, avevano solo un diagramma. Non sapevano come costruirlo davvero. Ci sono voluti quattro anni.

Mille strade sbagliate, non mille fallimenti

C’è un nome che torna, durante la serata nella Villa Comunale di Torrice, più volte: Thomas Edison. Mario lo cita per dire una cosa sola, ripetuta come un mantra: non ha fallito mille volte, ha trovato mille strade che non funzionavano.

Nel suo caso, il primo chip fotonico ha richiesto tre anni prima di funzionare. Poi le celebrazioni, dice, sono state grandi. Ottanta brevetti, oggi. Nessuno preferito, spiega, perché ogni chip è fatto di tante parti diverse, e quando fai avanzare la fotonica resti indietro sull’elettronica, e poi devi tornare indietro a lavorare di nuovo sulla fotonica. Un rincorrersi continuo. Il chip di oggi, dice, è almeno dieci volte migliore di quello di partenza.

Il segreto della leadership, aggiunge, sta in un piccolo trucco: mai far vedere alla propria squadra che l’obiettivo sembra impossibile. Farli lavorare lo stesso. E poi, un giorno, arrivarci.

Il giorno in cui si è svegliato con l’intuizione giusta, quella che ha fatto funzionare finalmente il chip fotonico?Non immaginate quante mattine così ci sono state: il problema è che poi non funzionava”. Giù risate a scena aperta: il mito si mostra umano, lo scienziato della luce rivela la sua fallibilità, anzi la eleva a sistema e spiega che è sopra una catasta di fallimenti che si pianta la bandierina del successo.

Il giorno dello Scientist of the Year

Gli chiedono del 2008, del giorno in cui arriva la notizia: Scientist of the Year, scienziato dell’anno. Mario risponde parlando d’altro. Parla del team. Dice che quei premi ti fanno sentire bene non per te stesso, ma perché sei riuscito a portare un gruppo di persone dove loro stessi non credevano di poter arrivare. Chiedete a chi ha lavorato con me, dice. Vi diranno che non pensavano sarebbe stato possibile. Vi diranno anche che si divertivano.

Mario Paniccia con l’ultima versione del chip fotonico

Chi era davvero felice, quel giorno, ammette con un sorriso, era sua moglie. Che forse pensava: adesso si riposa un po’. Non è successo.

Ma come fai a spiegare ad un padre, una madre, una moglie, che ciò che t’ha levato il sonno, ti ha fatto tirare l’alba, ti fa saltare pranzi e cene, è un fascio di luce al quale chiedi di portare sul groppone delle informazioni che tu gli affidi e lui deve fare un anello? Mario Paniccia ride: “Io ho provato a spiegarlo, dopo un po’ mi dicono ‘Non ho capito niente di quello che hai detto ma se sei felice tu, va bene”. La solitudine dei numeri primi.

Ventidue anni in Intel, e poi il salto

Arriva un altro dei passaggi chiave della serata. Ventidue anni dentro Intel. Non un ingegnere qualunque: con un’iperbole che strappa una risata, viene spiegato “stava un gradino sotto Dio“. E poi, la decisione di andarsene.

Mario la racconta senza drammi. Un nuovo amministratore delegato, una riorganizzazione e la sensazione condivisa da molti colleghi: si può restare qui altri vent’anni, oppure si può provare qualcosa di diverso. Nella Silicon Valley, dice, ci sono più idee. E più fondi. Cambiare fa bene, ripete. È una frase semplice. Ma pronunciata da chi ha lasciato la cima per ricominciare da un diagramma su un foglio, pesa diversamente.

È l’antitesi del Posto Fisso di Checco Zalone, il coraggio di scendere dal piedistallo e mettersi in discussione. Ripartire da un diagramma senza sapere come si fa per realizzarlo. E non perché non lo sai fare: perché nessuno lo ha mai inventato.

Il sindaco e i rovi diventati sogno

Intervallando il talk con Mario Paniccia c’è anche un intermezzo. È il dialogo con il sindaco Alfonso Santangeli. La serata è su due piani paralleli: lo scienziato figlio di Torrice che viaggia alla velocità della luce ed il sindaco di una Torrice che è rimasta dov’era e fa i conti ad una velocità diversa, con una mentalità differente ed una burocrazia che è un misto tra l’ampollosità papalina e la vuotezza borbonica Prima di Mario, però, c’è la storia del terreno. Il sindaco la racconta senza fronzoli. Alfonso Santangeli vorrebbe guidare Torrice alla velocità di Paniccia ma deve affrontare un terreno che è rimasto sempre quello.

Alfonso Santangeli

Gli basta un esempio per far comprendere a tutti il mondo reale con il quale quell’avvocato che indossa la fascia tricolore deve confrontarsi. Indica il terreno sul quale si tiene la serata: è accanto al Comune, fino allo scorso dicembre era invaso dai rovi. La sua amministrazione sceglie di comprarlo e metterlo a disposizione della città facendone una Villa Comunale Però…? Il Comune è in dissesto. La legge che vieta di comprare beni immobili a chi è in dissesto. E un sogno — la parola è sua — che non si vuole abbandonare: una villa comunale per il paese.

La soluzione arriva per vie traverse. Un preliminare di vendita con i proprietari. Un termine da rispettare. Il tempo necessario per risanare le casse. Il dissesto aperto, e poi chiuso. E infine, i fondi: un milione e mezzo di euro ottenuti per la riqualificazione, proprio perché a quel punto il Comune poteva dimostrare di avere la disponibilità dell’area. Il sindaco lo dice con una battuta: il venticello di stasera, quello fresco che allevia l’agosto, non era scritto nel preliminare di acquisto. Ma è arrivato lo stesso.

“Più che sbagliare, parlerei di coraggio”

Si torna alla lezione che papà e mamma Paniccia diedero a Mario: appassionarsi e ciò che si fa anche se si trattasse del mestiere di scopino. Inseguire i propri sogni. Alfonso Santangeli dice che lui e la sua amministrazione hanno fatto lo stesso: hanno insistito su un percorso che sapevano avrebbe richiesto tempo. Sotto quest’area, rivela, c’è una Torrice sotterranea che l’amministrazione vuole rendere visitabile. Un’altra scommessa, un altro pezzo di futuro nascosto sotto i piedi di chi cammina.

Più che di errori, dice il sindaco, bisognerebbe parlare di coraggio. Il coraggio di fare scelte che all’inizio sembrano impopolari e che il tempo «in politica è sempre galantuomo» finisce per ripagare.

Il messaggio per chi resta, e per chi parte

La serata si chiude su un pensiero messo in fila per il pubblico più giovane. Primo messaggio: si può sbagliare, e sbagliare non è un fallimento, è semplicemente aver scartato una strada. Secondo messaggio: il cambiamento, quello vero, quello che ti fa lasciare un posto sicuro dopo ventidue anni, non è un salto nel buio se lo fai per inseguire un sogno.

Il sindaco annuisce e aggiunge la sua versione della stessa lezione, raccontata dai margini di un’amministrazione comunale piuttosto che da un laboratorio della Silicon Valley: anche loro, all’inizio, hanno sentito la diffidenza della gente. Ci sta, ammette. In politica si promette spesso e spesso non si mantiene. Per questo, dice, bisogna lavorare tanto per guadagnarsi la fiducia.

Quello che resta, di questa sera a Torrice, è già abbastanza: un pezzo di terra che era solo rovi, un uomo che ha imparato a far viaggiare i dati sulla luce, e un paese che ha scelto di ricordare, ad alta voce, che le radici, dovunque ti porti il destino, prima o poi ti richiamano indietro.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse. Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link  Alessio Porcu
Source link

Di