Dal caso Campanella al caos del passaggio delle funzioni del NUE 112/118 dalle ASP ad Azienda Zero. 
C’è una domanda che oggi aleggia con sempre maggiore insistenza tra gli operatori del Servizio Emergenza Urgenza 118 della Calabria: la riforma del Numero Unico Emergenza 112/118 e il trasferimento delle funzioni dalle ASP ad Azienda Zero Calabria rischiano di trasformarsi in una nuova vicenda Fondazione Tommaso Campanella?

Per molti lavoratori del comparto emergenza-urgenza, soprattutto per chi opera da anni nel sistema, il paragone non appare più azzardato. Anzi, osservando le dinamiche amministrative, organizzative e occupazionali che stanno accompagnando il trasferimento delle funzioni del 118 dalle ASP calabresi ad Azienda Zero, emergono analogie inquietanti con quanto accaduto tra il 2012 e il 2015 nel rapporto tra la Fondazione Campanella e l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Mater Domini.

Vicende diverse, certamente. Da una parte un polo oncologico universitario, dall’altra il cuore dell’emergenza territoriale regionale. Eppure il filo conduttore sembra essere lo stesso: riforme avviate senza una reale pianificazione strutturale, personale lasciato nell’incertezza e una governance che appare più costruita sulla carta che nella concreta realtà operativa dei territori.

Il punto più delicato, ieri come oggi, riguarda proprio i lavoratori. Nella crisi Campanella molti dipendenti si trovarono davanti a una scelta che col tempo si sarebbe rivelata drammatica: transitare nella Fondazione oppure restare legati al sistema pubblico del Policlinico Mater Domini. Quella decisione spaccò reparti, generò tensioni sindacali e aprì una gigantesca zona grigia sul piano delle tutele e delle garanzie occupazionali. Chi passò alla Fondazione finì progressivamente intrappolato in una struttura economicamente fragile che, nel giro di pochi anni, sarebbe precipitata verso la liquidazione, i licenziamenti e i contenziosi.

Oggi, nel sistema del 118 calabrese, si respira una sensazione sorprendentemente simile. Anche qui il personale si trova sospeso in una sorta di doppio binario amministrativo: dipendenti formalmente in carico alle ASP, ma sempre più coordinati, diretti e organizzati da Azienda Zero. In alcune realtà, come quella di Vibo Valentia, gli operatori sono già stati chiamati ad esprimersi sul passaggio alla nuova governance regionale. Ma la domanda che molti si pongono è semplice: cosa accadrà a chi resterà nelle ASP? E quali garanzie reali avrà chi invece aderirà ad Azienda Zero? È lo stesso clima di incertezza vissuto durante la vicenda Campanella.

Anche allora il problema non era soltanto giuridico o contrattuale. Il vero nodo era l’assenza di una struttura organizzativa chiara. Per anni Campanella e Mater Domini avevano condiviso personale, reparti, servizi e posti letto, fino al punto che la separazione tra le due realtà divenne quasi impossibile da gestire. Quando arrivò il “divorzio”, nessuno sembrava sapere con precisione chi dovesse fare cosa. Oggi il rischio appare speculare.

Le ASP continuano a firmare atti, liquidazioni, nomine e determine relative al servizio 118, mentre Azienda Zero tenta contemporaneamente di esercitare un coordinamento regionale che, però, non dispone ancora di una rete territoriale consolidata né di una catena di comando pienamente definita. Il risultato è uno scollamento evidente: operatori che ricevono direttive multiple, figure organizzative che agiscono trasversalmente senza un chiaro inquadramento funzionale e responsabilità operative sempre più difficili da identificare.

Il caso di alcuni coordinatori infermieristici o dirigenti medici che sembrano esercitare un forte controllo operativo pur risultando formalmente assegnati ad altre ASP fotografa perfettamente questa ambiguità. Si creano così centri decisionali paralleli, spesso sottratti ai normali meccanismi di trasparenza amministrativa. Ed è proprio qui che riaffiora un’altra analogia con la Campanella: la sensazione di una riforma costruita prima ancora di aver consolidato le fondamenta. La trasformazione della Fondazione Tommaso Campanella fu avviata senza una reale sostenibilità economica, senza un piano industriale stabile e senza garanzie certe per il personale. La crisi esplose quasi immediatamente.

Anche il progetto Azienda Zero sembra procedere in assenza di elementi essenziali: carenza di medici, insufficienza di personale infermieristico e tecnico, postazioni territoriali spesso scoperte, pronto soccorso congestionati e una rete dell’emergenza che continua a funzionare grazie a equilibri precari e soluzioni tampone.

Nel frattempo, la governance viene sempre più centralizzata presso la Cittadella regionale. Una scelta che solleva interrogativi enormi: può davvero un sistema complesso e capillare come il 118 essere gestito efficacemente da un centro amministrativo distante dai territori? È realistico pensare che piattaforme digitali, protocolli e modelli organizzativi possano sostituire la presenza operativa reale?

Anche nella vicenda Campanella le decisioni venivano percepite come calate dall’alto, spesso senza il coinvolgimento concreto dei lavoratori e dei territori. Oggi molti operatori del SUEM 118 denunciano lo stesso meccanismo. A rendere ancora più delicato il quadro è il tema della rappresentanza sindacale. Nella crisi Campanella le tensioni con i sindacati furono durissime. Nel caso Azienda Zero, CGIL e UIL non sono state convocate ai tavoli decisionali; inoltre, tra le organizzazioni sindacali del comparto aventi diritto, il Nursing Up — fortemente critico verso il percorso intrapreso — non ha partecipato alle trattative, avviando anche azioni legali. CISL, FIALS e Nursind hanno invece sottoscritto gli accordi sui quali oggi si sta costruendo l’intero processo di riorganizzazione.

Ma forse l’analogia più preoccupante riguarda un altro aspetto: la dispersione delle responsabilità. Quando la Fondazione Campanella entrò definitivamente in crisi, Regione, management, struttura commissariale e Mater Domini finirono in un continuo rimpallo di competenze e responsabilità. Nessuno sembrava realmente titolare delle decisioni che avevano prodotto il collasso. Nel sistema del 118 calabrese si intravede già oggi lo stesso rischio: ASP che mantengono competenze amministrative, Azienda Zero che coordina, dirigenti intermedi che assumono funzioni operative, commissari e vertici aziendali spesso silenti. Una macchina complessa nella quale, in caso di criticità gravi, potrebbe diventare difficile persino individuare chi debba rispondere delle scelte adottate.

La differenza sostanziale è che il fallimento della Campanella colpì principalmente un polo specialistico oncologico. Qui, invece, si parla del sistema dell’emergenza-urgenza regionale, cioè del primo presidio sanitario che interviene nei momenti più critici della vita dei cittadini. La sensazione diffusa tra molti operatori del SEU 118 è che la Calabria, insieme ai suoi rappresentanti politici, stia ancora una volta inseguendo una grande riorganizzazione amministrativa senza aver prima risolto il problema fondamentale: la mancanza di personale, di mezzi, di programmazione e di una struttura realmente funzionante sui territori. E allora il precedente della Fondazione Campanella non può restare soltanto un ricordo del passato, ma deve diventare un monito per la politica e per tutti i vertici della sanità calabrese.

Perché quando una riforma nasce nell’ambiguità, senza chiarezza delle responsabilità e senza una vera pianificazione, il rischio non è soltanto quello di generare contenziosi e caos amministrativo. Il rischio più grave è trasformare la sanità pubblica in un sistema fragile, nel quale i lavoratori vengono lasciati nell’incertezza e i cittadini finiscono per pagare il prezzo più alto proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di essere protetti.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Iacchite

Source link

Di