“Da piccola mi vergognavo di chi ero”


A ventiquattro anni Sonia Caretto Piaggio ha già dovuto confrontarsi con domande alle quali non è semplice trovare una risposta. Alcune riguardano la sua famiglia, altre il modo in cui ha imparato a guardarsi e a convivere con un’identità che, durante l’infanzia e l’adolescenza, ha faticato ad accettare. Nata da padre italiano e madre di origini cubane e coreane, è cresciuta a Torino e oggi vive a Roma, dove si è trasferita per dedicarsi alla recitazione. Una scelta che racconta senza enfasi, con l’ambizione di chi vuole costruirsi una carriera e la consapevolezza che il talento, da solo, non basta. La incontriamo in occasione della presentazione di due film ad Alice nella Città: Figli perduti, nel quale interpreta Agnese, un personaggio ispirato a una storia vera, e Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra, tratto dall’omonimo fumetto. Due ruoli diversi, accomunati dalla giovane età delle protagoniste, che le hanno permesso di confrontarsi con esperienze e sensibilità lontane tra loro. Per Sonia Caretto Piaggio rappresentano anche la possibilità di essere giudicata per il proprio lavoro, al di là di un aspetto fisico che, in passato, ha finito per condizionare le opportunità professionali. Nell’intervista esclusiva per Virgilio Notizie, parliamo di cinema, provini, ambizioni e di quella difficoltà, comune a molti giovani attori, di sentirsi davvero all’altezza del mestiere che hanno scelto. Sonia Caretto Piaggio non nasconde quanto sia esigente con se stessa, né la paura di essere considerata soltanto per la propria bellezza. Ma quando il discorso si sposta sull’adolescenza, emergono ricordi che aiutano a comprendere meglio la ragazza che è stata e la donna che sta diventando. Ci sono gli anni della ribellione, il rapporto con il padre, l’assenza della madre biologica e una sofferenza che per molto tempo ha inciso anche sul modo di percepire le proprie origini. Sonia Caretto Piaggio ne parla con una franchezza che colpisce soprattutto quando ammette di essersi vergognata, da bambina, di essere diversa dagli altri. Oggi il rapporto con se stessa è cambiato, anche se non pretende di aver superato ogni insicurezza. Del resto, nella sua storia convivono il desiderio di arrivare lontano e quello, molto più personale, di sentirsi finalmente a proprio agio con ciò che è. Ed è forse questo l’aspetto più interessante della nostra conversazione: scoprire quanto possa essere difficile riconoscere il proprio valore quando, per anni, si è guardato a se stessi attraverso gli occhi degli altri.


Bugatti è il personaggio che interpreta nel film Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. Sembra avere tutte le caratteristiche che, durante l’adolescenza, garantiscono popolarità: bellezza, sicurezza e un fidanzato. Chi è davvero questa ragazza?

“Bugatti è la classica bella della scuola, affascinante e popolare, quella che tutti vorrebbero avere come amica. È fidanzata con il ragazzo più ammirato del liceo, il tipico sportivo. Il film racconta un universo profondamente adolescenziale e interpretarla è stato particolare, soprattutto per la differenza d’età. Oggi ho ventiquattro anni, mentre lei ne ha sedici o diciassette. La parte più divertente è che inizialmente ero stata scartata proprio perché considerata troppo grande”.

Come è riuscita a convincere il regista ad affidarle il ruolo nonostante la differenza d’età?

“Il primo provino era andato benissimo, ma mi dissero che, rispetto alle altre candidate, tutte sedicenni o diciassettenni, ero troppo grande. All’epoca avevo ventidue o ventitré anni. Il regista, però, era rimasto colpito dalla mia interpretazione e decise di richiamarmi. Mi presentai completamente struccata, con le treccine, cercando di assumere l’aspetto di una ragazzina. Alla fine ottenni la parte. Anche i costumi e il trucco hanno contribuito moltissimo alla trasformazione. Quando mi rivedo sullo schermo sembro davvero una sedicenne e mi fa un certo effetto, perché tra quell’età e i ventiquattro anni c’è una differenza enorme”.

Quando interpreta ragazze così giovani, quanto ritrova della Sonia adolescente?

“Credo che una certa innocenza dipenda dal carattere e possa accompagnarci anche nell’età adulta. In fondo, possiamo conservare sempre una parte infantile, e nella mia personalità è molto presente. In Figli perduti, per esempio, interpreto una ragazza giovanissima che rimane incinta e si trova ad affrontare situazioni tipiche del mondo adulto. Eppure non ho mai avuto la sensazione di interpretare personaggi completamente lontani da me. Finora sono sempre riuscita a trovare qualche affinità tra i ruoli che mi vengono affidati e la persona che sono”.

E che adolescente è stata Sonia? Si riconosce nella ragazza apparentemente perfetta che interpreta?

“La mia adolescenza è stata piuttosto travagliata. Bugatti è la classica brava ragazza, diligente a scuola, sportiva, attenta alla forma fisica. In realtà ho vissuto entrambe le facce dell’adolescenza. Quando sono arrivata al liceo sono diventata una studentessa molto studiosa, quasi una secchiona. Mi impegnavo tantissimo e sono maturata molto. Prima, però, soprattutto tra i tredici e i quindici anni, ero una vera ribelle. Mio padre ne ha passate tante e ancora oggi mi capita di chiedergli scusa per quello che gli ho fatto vivere”.

Da dove nasceva quella ribellione?

“Penso che c’entri molto la mia storia familiare. Mia madre è per metà cubana e per metà coreana, mentre mio padre è italiano. Da bambina, purtroppo, non ho avuto rapporti con mia madre e credo che questa assenza mi abbia fatto soffrire molto. Forse anche per questo ero così ribelle. Cercavo di mostrarmi forte, dura, come se niente potesse toccarmi. In realtà, dietro quell’atteggiamento c’era tutto il dolore che mi portavo dietro fin da piccola”.

La recitazione l’ha aiutata ad affrontare quella sofferenza?

“Per me recitare è una vera e propria terapia. Ho cominciato con il teatro a otto anni, dedicandomi soprattutto ai musical. All’inizio era un gioco, una passione, che con il tempo si è trasformata in un lavoro. Spero di poter continuare su questa strada, pur conoscendo la precarietà del mestiere. Fin da bambina amavo stare sul palcoscenico, essere vista e ricevere apprezzamenti per quello che facevo. Sapere di essere brava mi rendeva orgogliosa. Ma, al di là del riconoscimento degli altri, ho sempre vissuto il teatro più come una forma di terapia che come un semplice divertimento”.

Recitare le ha fatto scoprire qualcosa di sé che prima ignorava?

“In parte sì. Sono una persona che cerca di mettersi sempre in gioco, senza porsi troppi limiti. Attraverso il teatro ho scoperto lati del mio carattere e modi di affrontare le situazioni che prima non conoscevo. Allo stesso tempo, però, mi sono sempre sentita molto libera. Essere cresciuta con mio padre mi ha portata a sviluppare un carattere forte e la convinzione di poter affrontare tutto da sola. Naturalmente ho attraversato momenti di fragilità e difficoltà, come chiunque altro, ma credo di averli gestiti abbastanza bene, soprattutto considerando quanto sia incerto il percorso professionale che ho scelto. In questo mestiere, inoltre, bisogna confrontarsi continuamente con il giudizio degli altri. Che lo si voglia o meno, è una presenza costante”.

Le è capitato di soffrire per il giudizio degli altri, dal punto di vista professionale?

“Tante volte. Ho sempre cercato di mostrarmi forte, ma poi tornavo a casa da mio padre a piangere. Credo che alcune difficoltà siano state legate anche alle mie origini. Non sono soltanto italiana e, proprio per questo, nel lavoro ho vissuto situazioni molto pesanti, anche di discriminazione razziale. A volte non venivo considerata adatta a determinati ruoli oppure mi venivano proposti soltanto personaggi legati alle mie origini. Per questo avere due film in concorso ad Alice nella Città rappresenta anche una rivincita. In queste storie non interpreto una coreana, una cubana o un’italiana. Interpreto Bugatti e Agnese, punto. Sono due personaggi che non vengono definiti dalla provenienza culturale o dall’aspetto fisico. E per me significa moltissimo”.

Sonia Caretto PiaggioUS: Ursula Seelenbacher / Paola Spinetti

Agnese è il personaggio che interpreta in Figli perduti, ispirato alla storia di una ragazza realmente esistita. Qual è stata la sua reazione quando ha conosciuto la vicenda?

“Mi ha colpita profondamente. La vera Agnese si chiamava Jessica e la sua è una storia tristissima, segnata da un femminicidio. Quando mi hanno raccontato quello che era accaduto e ho letto gli articoli di giornale, sono rimasta sconvolta. Nel film, però, la vicenda è stata romanzata e sviluppata in maniera diversa. Anche l’omicidio di Agnese avviene per ragioni differenti rispetto alla realtà e non viene raccontato come un femminicidio. Questo perché al centro della narrazione c’è soprattutto Daniel, il protagonista, e il suo percorso”.

Che ruolo ha Agnese nella vita di Daniel?

“Per lui rappresenta una speranza, la possibilità di conoscere e vivere l’amore. È un sentimento che molti ragazzi, come quelli raccontati nel film, non hanno mai avuto l’opportunità di sperimentare davvero. Alcuni hanno conosciuto il carcere prima ancora di scoprire che cosa significhi amare qualcuno. Agnese incarna proprio quella possibilità che fino a quel momento sembrava loro preclusa”.

Lei pensa che l’amore possa rappresentare una possibilità di salvezza per chi ha vissuto esperienze così difficili?

“Sono una grande romantica e credo che l’amore sia fondamentale. Non penso, però, che possa salvare necessariamente una persona, perché ciascuno può trovare anche da solo la forza di cambiare la propria vita. È il mio lato più razionale. Resta comunque un sentimento essenziale, e credo che emerga anche in Figli perduti. Ho conosciuto i ragazzi reali ai quali si ispira la storia raccontata dal regista Lorenzo Chierici. Li ho incontrati in comunità, dove alcuni vivono ancora, mentre altri sono tornati in carcere. Ho parlato a lungo con loro e, in certi momenti, mi sembrava di avere davanti dei bambini, nel senso più bello del termine. Conservavano un’innocenza che mi colpiva moltissimo”.

Che cosa l’ha colpita maggiormente delle loro esperienze?

“Il fatto che molti non abbiano avuto la possibilità di conoscere l’amore nelle sue forme più semplici. Alcuni, anche a causa delle proprie scelte, non hanno mai sperimentato una relazione sentimentale o un’amicizia fondata sull’affetto. Parlando con loro, ti rendi conto che spesso non sanno nemmeno che cosa significhi amare o sentirsi amati. Prima di tutto questo hanno conosciuto il carcere, la comunità oppure situazioni familiari difficili, magari segnate dalla tossicodipendenza o dall’alcolismo. Sono cresciuti in ambienti nei quali l’amore era spesso assente”.

E lei crede nell’amore?

“Assolutamente sì, e continuerò sempre a crederci. Sono una romantica. Dal punto di vista affettivo, mio padre non mi ha mai fatto mancare nulla. Poi è entrata nella nostra vita la sua attuale compagna, che considero mia madre a tutti gli effetti. Non lo è biologicamente, ma lo è sotto ogni altro aspetto. Ho quindi avuto un esempio concreto di amore in famiglia e per me è fondamentale, anche nelle relazioni personali. Non sono affatto cinica e non credo che potrei mai definirmi tale”.

Conoscere da vicino la vicenda di Jessica ha cambiato il suo modo di guardare alla violenza sulle donne?

“Forse prima non avevo mai approfondito particolarmente questo tema. Naturalmente avevo sentito raccontare tante vicende simili, ma non mi ero mai confrontata così da vicino con una storia del genere. Conoscere quella di Jessica mi ha lasciato molto. Allo stesso tempo, però, il personaggio di Agnese è stato sviluppato diversamente nella sceneggiatura e il femminicidio non fa parte della narrazione. Per questo non posso dire di aver vissuto l’esperienza come se avessi interpretato un ruolo direttamente legato alla violenza sulle donne”.

Dal suo punto di vista di donna e attrice, crede che il cinema debba concentrarsi maggiormente sulla rappresentazione della violenza oppure sugli strumenti per difendersene?

“È una domanda che mi mette un po’ in difficoltà, perché credo siano importanti entrambi gli aspetti. Da una parte è fondamentale mostrare come difendersi dalla violenza, dall’altra penso sia altrettanto necessario raccontarla, anche quando significa portare sullo schermo situazioni particolarmente crude. Penso proprio all’esperienza di Figli perduti. Nel film la violenza viene rappresentata attraverso la storia di Daniel, che è stato un criminale a tutti gli effetti. Eppure raccontare il suo passato e le sue azioni permette di comprendere meglio il contesto in cui è cresciuto e il suo percorso”.

Raccontare la violenza può quindi aiutare il pubblico a sviluppare una maggiore empatia, senza arrivare a giustificarla?

“Credo di sì. Conoscendo i ragazzi delle comunità e del carcere, ascoltando le loro esperienze, non si arriva a giustificare le scelte che hanno compiuto, ma si riesce a provare molta empatia. È una distinzione importante. Non saprei dire se il cinema debba privilegiare la rappresentazione della violenza o gli strumenti per contrastarla. Penso che entrambe le prospettive meritino spazio e che raccontare anche gli aspetti più difficili della realtà possa aiutarci a comprendere meglio le persone, senza assolverle dalle loro responsabilità”.

Bugatti, invece, prova un sentimento nei confronti di una ragazza che fatica a mostrare agli altri. Come ha affrontato questo aspetto della sua storia?

“Mi sono sentita completamente a mio agio. Come le dicevo, credo profondamente nell’amore e nelle sue molteplici forme. Bugatti, inizialmente, non ha paura di riconoscere ciò che prova, quanto piuttosto di mostrarlo agli altri. Teme il giudizio dei compagni, soprattutto per la posizione che occupa all’interno della scuola e per la sua popolarità. È quasi come se si vergognasse dei propri sentimenti”.

Oggi è felice della vita che sta costruendo?

“Sto vivendo un periodo molto vicino a quello che desideravo. Non mi sento ancora soddisfatta, e forse non lo sarò mai del tutto, ma sono felice. Riconosco i progressi compiuti e il valore delle scelte che ho fatto, a cominciare dal trasferimento a Roma per dedicarmi completamente alla recitazione. Torino mi ha dato molto, ma non mi offriva tutte le opportunità che cercavo. Roma, invece, può aprirmi nuove possibilità. Naturalmente servono impegno e dedizione, perché in questo mestiere nulla è scontato”.

Trasferirsi a Roma per inseguire il sogno di diventare attrice è stato un sacrificio?

“Sa che non la considero tale? Per me è soprattutto un investimento. Naturalmente cambiare città, mantenersi da soli e costruire una nuova quotidianità richiede delle rinunce, ma non vivo questa decisione come una privazione. La considero un investimento su me stessa, sul mio futuro e, spero, sulla mia carriera”.

Quando qualcuno le chiede che lavoro fa, riesce a rispondere senza esitazioni: «Sono un’attrice»?

“Non mi definisco quasi mai così. Quando mi chiedono che lavoro faccio, preferisco rispondere che lavoro nel cinema. Raramente dico: ‘Sono un’attrice’. Forse è una forma di umiltà, ma credo dipenda soprattutto dal fatto che non mi sento ancora arrivata dove vorrei. E chissà se ci arriverò mai. Finché non raggiungerò livelli davvero alti nella recitazione, difficilmente sarò soddisfatta. Mi dispiace che, per noi donne, le opportunità siano spesso legate all’aspetto estetico: sei bella, quindi puoi interpretare un determinato ruolo. A me essere bella interessa relativamente. Voglio essere brava, ma a livelli altissimi. È questo il mio obiettivo e continuerò a studiare e a impegnarmi per raggiungerlo”.

Questa ambizione non rischia di trasformarsi in ossessione?

“In parte può succedere. Ci sono molti attori e attrici ossessionati dal proprio lavoro, ma non è una prospettiva che mi spaventa. Credo sia importante trovare un equilibrio, senza lasciare che l’ambizione prenda completamente il sopravvento. In questo momento sento il bisogno di vivere la recitazione con grande intensità, perché mi dà energia e motivazione. A volte quella forza arriva dagli altri, altre volte bisogna trovarla dentro di sé. Non temo, però, che diventi un’ossessione, perché alla base c’è una passione autentica. Sono innamorata di questo mestiere, lo ero quando facevo teatro e lo sono ancora di più oggi che lavoro nel cinema”.

Ha iniziato la sua formazione all’Accademia dello Spettacolo di Torino. Qual è stata la differenza più significativa che ha scoperto lavorando su un set cinematografico?

“Soprattutto i tempi di lavorazione. In accademia si segue una preparazione molto precisa, prevalentemente teatrale, che offre basi fondamentali. Il teatro, inoltre, aiuta a superare molti dei limiti che ciascuno di noi incontra nella vita. Sul set, però, ho scoperto ritmi completamente diversi. A teatro si fanno numerose prove, si lavora a lungo sulla costruzione dello spettacolo e, quando si va in scena, tutto accade in quel momento. Il cinema richiede altrettanta precisione e attenzione ai dettagli, ma i tempi sono molto più rapidi. Non hai la possibilità di provare a lungo e devi riuscire a costruire rapidamente un’intesa con l’attore o l’attrice che hai davanti, affinché il rapporto risulti credibile e rispetti le esigenze della sceneggiatura”.

Quanto è stato importante confrontarsi sul set di Figli perduti con colleghi di maggiore esperienza?

“Moltissimo. Per chi è agli inizi, lavorare accanto a interpreti già affermati rappresenta un’opportunità preziosa. Penso ad Alessandro Gassmann, Matteo Oscar Giuggioli e Andrea Dodero, artisti che hanno alle spalle esperienze diverse dalle mie. Mi sono trovata benissimo con loro e mi ha colpito soprattutto la loro umiltà. Naturalmente posso parlare soltanto dei set ai quali ho partecipato, perché so che non tutte le esperienze sono uguali. Finora, però, ho incontrato colleghi disponibili, anche tra quelli più adulti e conosciuti. Credo sia fondamentale confrontarsi con persone più esperte o preparate, perché ti spingono a metterti alla prova, a comprendere meglio il mestiere e a scoprire le tue capacità. È un tipo di apprendimento che nessuna accademia può sostituire completamente”.

Tra le colleghe con cui ha lavorato in Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra c’è anche Sara Ciocca. Che impressione le ha fatto, nonostante la giovane età?

“Sara è stupenda. Quando l’ho conosciuta aveva diciassette anni, mentre adesso è maggiorenne. Eppure, già allora, dimostrava una maturità impressionante. È una ragazza con cui è bellissimo confrontarsi e abbiamo instaurato un ottimo rapporto. Mi sono trovata molto bene anche con Anita Serafini, l’altra protagonista del film. Sono state entrambe compagne di lavoro meravigliose”.

Che significato attribuisce al successo?

“Partirei da ciò che per me non rappresenta: la fama. Credo che il successo sia prima di tutto una conquista personale. Già avere due film in concorso nella sezione Panorama Italia di Alice nella Città è un piccolo traguardo di cui sono orgogliosa. Ma, pensando a un obiettivo più grande, torno sempre alla bravura: desidero essere riconosciuta per le mie capacità artistiche e per l’impegno che dedico a migliorarle. Il talento esiste, naturalmente, ma arriva fino a un certo punto. Poi servono tecnica, studio e tantissimo lavoro”.

Quanto conta, in questa idea di successo, rendere orgogliosa la sua famiglia?

“Tantissimo. Per me il successo significa anche ricevere il riconoscimento delle persone che amo. In questi giorni ho raccontato a mio padre e alla sua compagna dei due film in uscita e dei progetti ai quali sto lavorando. Vederli felici e poter dimostrare loro che le mie scelte erano guidate da un obiettivo preciso mi dà una soddisfazione enorme. Sapere di renderli orgogliosi rende felice anche me”.

Qual è la critica che riesce a ferirla maggiormente?

“Non mi ferisce particolarmente sentirmi dire che ho recitato male o che una battuta non è risultata credibile. Sono aspetti sui quali si può lavorare e migliorare. Siamo esseri umani, può capitare di sbagliare un’interpretazione. Le critiche che mi colpiscono di più, invece, sono quelle legate alle mie origini. Da bambina ho fatto molta fatica ad accettarle, anche per il modo in cui gli altri mi facevano sentire. Con il tempo, però, ho imparato a considerarle un punto di forza, anche professionalmente. Il mio aspetto internazionale potrebbe offrirmi, in futuro, opportunità di lavoro anche all’estero. Ma, al di là della carriera, oggi sono felice di essere come sono”.

Quando era bambina, si sentiva diversa oppure erano soprattutto gli altri a farla sentire così?

“Ci si sente diversi perché qualcuno, in un modo o nell’altro, ci ha portati a percepirci così. Nel mio caso, il giudizio degli altri mi ha condizionata fin da piccola. Ho tratti somatici molto asiatici e una carnagione piuttosto scura, caratteristiche che a volte hanno reso difficili i rapporti sociali, anche a scuola. Per molto tempo ho faticato ad accettare le mie origini, ma c’era anche una ragione profondamente personale. Sono cresciuta con mio padre, che è italiano, e ho sempre vissuto immersa nella cultura italiana. Le mie altre radici, invece, le associavo a mia madre e, inevitabilmente, alla sofferenza legata alla nostra storia. Credo quindi che quella difficoltà nascesse sia dal giudizio esterno sia da un dolore che mi portavo dentro”.

Con il tempo è riuscita a trovare un modo per affrontare quel dolore?

“È una domanda alla quale cerco di rispondere da tutta la vita e forse non sono ancora arrivata a una conclusione definitiva. Con il tempo, però, anche grazie ad anni di terapia e al sostegno ricevuto, ho imparato quanto sia importante perdonare. Oggi ho perdonato mia madre e stiamo cercando di ricostruire, almeno in parte, il nostro rapporto. Lei è presente per quanto può, con il suo carattere e i suoi limiti. Resta la persona che è, naturalmente, ma essere riuscita a perdonarla, dopo tutto quello che è successo, mi emoziona profondamente. Quando mi chiedono se le voglio bene, rispondo di sì. È mia madre, mi ha messa al mondo e la rispetto per quella che è. Imparare a perdonare è fondamentale, non soltanto nei rapporti familiari, ma in ogni ambito della vita”.

Che cosa significa, oggi, essere serena?

“Non è facile rispondere. Credo che la vita continui a insegnarci qualcosa anche nei periodi in cui non siamo sereni. Anzi, forse ho imparato di più proprio nei momenti difficili. Per me la serenità significa innanzitutto stare bene, essere in salute e riuscire a sentirmi almeno in parte felice. Ma poi mi domando: possiamo davvero essere completamente felici? Forse no. Non credo di avere una risposta definitiva. So, però, che quando sto bene e anche la mia famiglia è in salute, mi sento serena. Sono molto legata ai miei affetti e, al di là delle soddisfazioni professionali, sapere che le persone che amo stanno bene è ciò che conta maggiormente”.

Cosa resta di Sonia Caretto Piaggio se le levassi il cinema o il teatro?

“Moltissimo. Quello dello spettacolo è un mondo complesso e affascinante, ma esiste una grande distanza tra ciò che il pubblico vede sul palco o sullo schermo e la vita di chi lavora dietro quelle immagini. A volte mi dispiace che un attore venga identificato esclusivamente con i personaggi che interpreta. In realtà siamo persone normalissime, con fragilità, esperienze e una quotidianità che spesso rimangono sconosciute. Dietro quello che mostriamo c’è molto di più”.

Quando va a dormire, qual è il pensiero che più spesso l’accompagna?

“Penso soprattutto al futuro, a ciò che deve ancora accadere. Prima di addormentarmi mi piace immaginare situazioni che non si sono ancora realizzate, costruire nella mente piccoli scenari e fantasticare sui traguardi che vorrei raggiungere. Mi vedo già arrivata dove, in realtà, non sono ancora riuscita ad arrivare”.

Ha soltanto ventiquattro anni, ma dalle sue parole emerge una maturità notevole. Ha la sensazione di essere diventata adulta prima del tempo?

“Sono diventata donna molto presto, anche se naturalmente non si smette mai di imparare e sono le esperienze a farci crescere. Mi sono sempre sentita un po’ più avanti rispetto alla mia età, soprattutto nel modo di ragionare. Probabilmente ha influito anche l’educazione che ho ricevuto. Nonostante le difficoltà vissute, la mia famiglia è sempre stata presente e non mi ha fatto mancare nulla. Ricordo che già al liceo mi sentivo talvolta fuori posto rispetto alla mentalità dei miei coetanei. Naturalmente durante l’adolescenza si commettono sciocchezze, ed è giusto anche fare le proprie esperienze e imparare ad assumersene le responsabilità. Ma ho sempre avuto una certa facilità a relazionarmi con persone più grandi. Mi piaceva ascoltare chi aveva già vissuto esperienze diverse dalle mie, confrontarmi, fare domande e scoprire ciò che ancora non conoscevo”.

Se la bambina che era potesse incontrare la Sonia di oggi, che cosa la stupirebbe maggiormente?

“Sicuramente l’autostima che ho conquistato. Non è ancora completa, perché continuo ad avere le mie insicurezze, ma credo che quella bambina rimarrebbe sorpresa dalla forza che ho trovato nell’accettarmi per quella che sono, senza vergognarmi della mia identità. Da piccola, invece, provavo spesso vergogna”.



Sonia Caretto Piaggio

US: Ursula Seelenbacher / Paola Spinetti




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