Per cercare di inquadrare il caso Ranucci in una luce seria e più lontana, se non del tutto immune, dall’immondizia politica che destra e sinistra vi stanno spargendo sopra a piene mani, bisogna sfatare una serie di luoghi comuni, che in fasi del genere nessuno osa neanche citare.

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Partiamo dal caso Watergate, senza dubbio il più prestigioso successo riportato dal giornalismo moderno d’inchiesta. E’ un caso che dimostra quanto sia irrinunciabile questo genere di giornalismo e insieme quanto sia pericoloso e, come dire…ambiguo. Irrinunciabile e ambiguo.

Il 31 maggio del 2005 il Washington Post (cioè il quotidiano che fu protagonista dello scoop) rivelò quale fosse stata la fonte dello scoop sulla responsabilità diretta del presidente Nixon nei furti nella sede del partito democratico – la “Gola Profonda”, com’era stata ribattezzata, alludendo a una pornoattrice che in quello stesso momento faceva tutt’altro, sui grandi schermi…: ebbene, la fonte dello scoop era stato Mark Felt,  il numero due dell’Fbi, Federal Board of Investigation (che presiede alla sicurezza interna degli Stati Uniti). Come se il nostro vicecapo della Polizia spifferasse a un giornalista, nascondendosi per vent’anni nell’anominato, eventuali malefatte di Palazzo Chigi o del Quirinale.

Attenzione: Felt era amico di uno dei due giornalisti autori dello scoop, Bob Woodward. Perché decise di dire peste e corna del suo “capo supremo” e di dirle attraverso un giornale, anziché denunciarlo alla magistratura? Diciamo che in quel terribile 1972 in cui si svolsero i fatti era morto il capo storico dell’Fbi, tale Hoover, che aveva diretto il Bureau per 48 anni (capirai la democrazia!) e Felt che ne era il vice si aspettava la promozione. Nixon invece gli preferì un candidato esterno, che considerava più “suo”, tale Gray. E Felt non fu contento.

Dunque la sua fu una vendetta personale? Se non lo fu, le somigliò: ma fu contemporaneamente anche una reazione “civica”: sapendo che dietro lo scandalo Watergate c’era un ordine del presidente in persona, e disperando di poter attaccare il presidente attraverso una normale denuncia alle autorità giudiziarie, per una sua ovviamente radicata sfiducia nelle istituzioni, Gola Profonda ricorse all’ufficiosità. Come oggi potrebbe fare qualcuno che volesse denunciare di truffa Donald Trump.

Il massimo dell’infamia, il massimo del senso civico. Insieme.

Tutto questo per dire che il giornalismo d’inchiesta non può essere schizzinoso, deve saper immergere le mani fino ai gomiti nel fango degli interessi privati, delle faziosità opposte, dei conflitti. Deve pescare nel torbido perché è lì che si annidano i serpenti velenosi. Ma si annidano lì anche i topi di fogna, anche gli escrementi.

Ecco perché chi fa giornalismo d’inchiesta ha un enorme responsabilità professionale, superiore a quella di qualsiasi altra tipologia di giornalismo. Deve scremare le fonti, restandone indipendente. E nel farlo, sa di dover fronteggiare la concorrenza di altri colleghi che magari sono pronti ad assecondare qualsiasi contropartita quelle fonti possano richiedere.

Tutto ciò spiega ampiamente come mai Ranucci consultasse frequentemente un malavitoso come Lavitola, che peraltro di cose ne sapeva, visto che galleggiava in quell’ambiente border-line di colletti bianchi spregiudicati (e pregiudicati) che hanno fatto sempre comodo al potere (vedi alla voce De Gregorio, o Tarantini o Greganti tanti altri) proprio perché si sono presi la briga di fare i “lavori sporchi” che spesso chi ha ruoli istituzionali non può fare di persona …

Chi scrive non ha mai conosciuto Ranucci di persona e – da spettatore – ha un giudizio articolato sul suo Report (molto diverso da quello della prima conduttrice, Milena Gabanelli). Ma il mio giudizio su Report non interessa nessuno, e comunque non lo esprimo perché sarebbe inquinato dalla totale e radicale antipatia che avverto (e questo devo invece dichiararlo per onestà mentale) nei confronti del tono sempre arrogante e sarcastico con cui Ranucci sceglie di mettere in scena i contenuti delle inchieste che svolge con il suo staff; ma l’antipatia per lo stile del conduttore non c’entra nulla col merito dei contenuti, in alcuni casi estremamente rilevanti. Alcuni, non tutti: ma questo è normale. Com’è normale che gli autori difendano ed anzi esaltino sempre e comunque le loro opere…

Sul ruolo dei prodotti giornalistici dì inchiesta come Report bisogna rievocare la celebra frase di Voltaire (che peraltro non la pronunciò mai, ma gliela attribuì una sua biografa, Evelyn Beatrice Hall): “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”.

Il giornalismo d’inchiesta non salva il mondo, mai successo; e neanche disinfetta la politica, delle cui nefandezze anzi si nutre. Le rivoluzioni francese e americana di fine Settecento, quella russa del 1917, cinese del 1949 e cubana del 1959 sono avvenute senza nessun aiuto di nessun giornalismo d’inchiesta, in quei tempi in quei Paesi i giornali non esistevano o non erano letti, quindi non è vero neanche che la storia abbia bisogno del giornalismo d’inchiesta per esprimersi.

Ma il giornalismo d’inchiesta è poi cresciuto con le democrazie e l’istruzione collettiva ed oggi – in un mondo diversissimo da tre e anche da un secolo fa – nei Paesi democratici è un tassello importante del sistema, un tassello da tutelare anche perché comunque è gracile e marginale in termine di audience e di impatto.

La destra dice, probabilmente mentendo: tuteliamolo sì, ma anche da gente come Ranucci, che si è dimostrato fazioso e inaffidabile. E qui casca l’asino: nell’inchiesta sull’attentato Ranucci è e resterà parte lesa. Viceversa, lo sputtanamento dell’aver dato tanta confidenza a un personaggio come Lavitola, ancorchè giustificabile con il ragionamento tecnico di prima, è un’ombra nella sua carriera. Ma a valutare l’opportunità di sostituirlo o confermarlo non può che essere o lui stesso o il suo editore.

Di un suo orientamento il tal senso, non se ne ha per ora traccia, ed è legittimo. L’editore è la Rai, che è un condominio politico. Quindi la decisione della Rai sarà di compromesso, se e quando sarà. Ed è normale che sia così per un editore statale come quello, governato da un complesso meccanismo di equilibri tra rivali, un editore la cui produzione va seguita per le sue tante ottime prestazioni, ma sempre ricordandosi che è un condominio politico, in cui ciascuno (o quasi tutti) tira sempre l’acqua al suo mulino.

P.S.: come accade ormai invariabilmente, in un’era in cui i giornali vendono un decimo di vent’anni fa e l’80% della popolazione s’informa sui social, le polemiche di vasto impatto come questa sono state mal poste e sono diventate fuorvianti. In realtà, se parliamo di informazione libera, di giornalismo d’inchiesta e di libertà di pensiero, il problema di Ranucci e di Report resta, sì: ma si ridimensiona a un topolino nel confronto di un Velociraptor.

Il Velociraptor si chiama social media, ed è un meccanismo infernale, un cancro mentale che ci sta rincoglionendo tutti. Si sono impossessati anche di questo caso, e siamo come sempre al bianco e nero. Del resto, non c’è paese occidentale – di quelli orientali sappiamo troppo poco – che non confermi già, con evidenti danni sociali gravissimi, l’imperversare di questo rincoglionimento collettivo. Come guarirne? In teoria, soltanto vietando i social media: il che è ovviamente inverosimile. Quindi per un po’ abituiamoci a dire  addio al dibattito politico serio, all’utopia democratica evoluta. Poi la storia provvederà a sanare anche quest’aberazione, sia pure (forse) a favore di qualcun’altra. Ma intanto rendiamocene conto: il caso Ranucci è marginale, comunque lo si giudichi. I mali della formazione della nostra opinione, oggi, sono ben altri e fanno paura.


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 Sergio Luciano

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