La legge impone ai Comuni una quota di compartecipazione alla spesa, ma spesso i familiari devono agire in giudizio per ottenerla

La legge impone ai Comuni di partecipare al costo delle rette per il ricovero in Residenza sanitaria assistenziale, ma nella pratica molte amministrazioni si sottraggono a questo obbligo, costringendo le famiglie a rivolgersi al giudice per vedersi riconosciuto un diritto già previsto dalla normativa. In questo articolo analizziamo il seguente problema: chi deve pagare la retta della Rsa, il Comune o la famiglia?. Il caso di cronaca di una donna della provincia di Arezzo, assolta dal tribunale per l’omicidio della madre malata di Alzheimer dopo decenni di assistenza senza alcun sostegno istituzionale, riporta all’attenzione un problema strutturale: il costo insostenibile delle rette Rsa e l’inadempimento diffuso dei Comuni rispetto agli obblighi di compartecipazione alla spesa.

Cosa è successo nel caso di cronaca da cui parte la riflessione?

Una signora della provincia di Arezzo ha ucciso la madre ultranovantenne, malata di Alzheimer, dopo averla accudita per decenni senza alcun sostegno concreto da parte delle istituzioni. Il ricovero in una Rsa, per lei, risultava economicamente insostenibile. Il tribunale ha assolto la donna, riconoscendo lo stato di stress accumulato in anni di assistenza continuativa e priva di supporto.

Una figlia che assiste da sola un genitore anziano affetto da una patologia degenerativa, senza poter contare su un aiuto economico o assistenziale adeguato, si trova esposta a un logoramento psicologico e fisico che, nei casi più estremi, può sfociare in conseguenze drammatiche, come dimostra la vicenda aretina.

Si tratta di un caso estremo, e alla donna è andata bene, nel senso che ha trovato un giudice capace di comprendere non solo l’accaduto, ma anche il contesto economico e sociale in cui si è maturato. Non è però possibile escludere che, in casi analoghi, un giudice diverso possa giungere a una conclusione differente. Il rischio è che l’assoluzione diventi, di fatto, un modo per compensare in sede giudiziaria le carenze strutturali del sistema sanitario e assistenziale pubblico.

Quali sono le due vittime silenziose di questo sistema?

Al di là dei casi estremi che finiscono nelle aule dei tribunali, esistono storie quotidiane fatte sempre delle stesse due vittime: i pazienti che non trovano posto nelle Rsa, e i familiari costretti a fronteggiare rette che possono arrivare a 4mila euro al mese.

A complicare ulteriormente la situazione intervengono i Comuni che si rifiutano di rispettare la legge, non versando le proprie quote di contributo alle rette. In molti casi, queste amministrazioni portano addirittura in giudizio i cosiddetti “debitori”, cioè i familiari degli assistiti, per il recupero di somme che, secondo la normativa, dovrebbero invece essere in parte a carico dell’ente pubblico.

Un Comune che cita in giudizio la famiglia di un anziano ricoverato in Rsa per il recupero di somme non versate, senza aver prima corrisposto la propria quota di compartecipazione prevista dalla legge, inverte di fatto l’onere economico che il legislatore ha voluto ripartire tra ente locale e famiglia.

Perché le sentenze favoriscono quasi sempre le famiglie?

Un dato significativo riguarda l’esito di questi giudizi: nella grande maggioranza dei casi, le sentenze risultano favorevoli ai familiari, e non ai Comuni che agiscono per il recupero delle somme. Questo perché la normativa attribuisce effettivamente all’ente locale una quota di compartecipazione alla retta, quota che molti Comuni omettono di versare, salvo poi essere condannati in giudizio a farlo.

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nell’esito favorevole delle cause. Resta infatti aperta una domanda pratica di fondo: chi, tra i familiari coinvolti in queste situazioni, è realmente informato del fatto che la legge gioca a proprio favore? Molte famiglie, ignare dei propri diritti, finiscono per pagare interamente la retta anche nella parte che spetterebbe al Comune, semplicemente perché non sanno di poter agire, o non hanno le risorse per farlo.

Nel frattempo, i familiari si indebitano in modo spesso insostenibile, andando oltre le proprie effettive capacità reddituali e patrimoniali, e arrivando in alcuni casi a contrarre prestiti pur di sostenere il pagamento delle rette mensili.

Le liste d’attesa aggravano il problema economico?

A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento critico: le strutture Rsa risultano cronicamente insufficienti rispetto alla domanda, con liste d’attesa che in molti casi si riducono soltanto per effetto della morte degli iscritti in graduatoria.

Una famiglia che iscrive un anziano in lista d’attesa per un posto in Rsa pubblica o convenzionata può trovarsi costretta, nell’attesa che si liberi un posto, a ricorrere a soluzioni private ben più onerose, oppure a proseguire l’assistenza domiciliare autonoma anche quando questa non è più gestibile dal punto di vista fisico ed economico.

Questa situazione non riguarda soltanto alcune aree del Paese: in Toscana, e nei Comuni toscani, il quadro non si discosta significativamente da quello di altre regioni italiane. Ovunque si ripropongono gli stessi elementi critici: Comuni inadempienti rispetto agli obblighi di compartecipazione, liste d’attesa che sfiniscono le famiglie, e un servizio sanitario pubblico incapace di investire adeguatamente in questo settore.

Il problema è destinato ad aggravarsi con l’invecchiamento della popolazione?

Un elemento strutturale, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, riguarda la composizione demografica del Paese: la popolazione italiana è sempre più anziana, e strutture come le Rsa diventano di conseguenza sempre più necessarie, non meno. Questo significa che il problema, se non affrontato con investimenti adeguati, è destinato ad aggravarsi negli anni a venire, e non a risolversi spontaneamente.

Le domande che questo scenario pone restano aperte: quante persone, in condizioni analoghe a quelle della signora aretina, arrivano a gesti estremi per l’assenza di un sostegno adeguato? Quanti tribunali saranno chiamati, in futuro, ad affrontare le ricadute giudiziarie di un deficit strutturale delle istituzioni, invece che i soli fatti penalmente rilevanti che vengono loro sottoposti?

Esistono strumenti concreti a disposizione delle famiglie?

Un riferimento utile per chi si trova ad affrontare queste situazioni riguarda le associazioni che si occupano specificamente di tutela dei diritti dei cittadini in materia di Rsa. Aduc, ad esempio, ha avviato e vinto diverse cause contro i Comuni proprio per il recupero delle quote di compartecipazione alle rette, e ha attivato un proprio canale web dedicato a questa materia, con consigli, informazioni e aggiornamenti.

Questo genere di iniziative offre alle famiglie uno strumento concreto per far valere diritti che la legge già riconosce, ma che restano spesso ignorati o disattesi nella prassi amministrativa quotidiana, in un quadro complessivo che continua a raccontare le difficoltà di un sistema che fatica a intercettare per tempo le proprie emergenze, prima che queste si trasformino in drammi personali e familiari.




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 Angelo Greco

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