La salute mentale dei ragazzi non si salva spegnendo lo smartphone: il vero problema è chi non li cura


Un ragazzo trascorre sei ore al giorno davanti allo smartphone. I genitori sono preoccupati, la scuola segnala un peggioramento del rendimento e il pediatra suggerisce di ridurre il tempo davanti allo schermo. Ma nessuno gli ha chiesto perché passa così tanto tempo con il telefono in mano. Forse è semplicemente un’abitudine. Oppure dietro quel comportamento si nascondono depressione, ansia, difficoltà attentive o una situazione familiare problematica.

È questa la domanda che rischiamo di dimenticare mentre discutiamo di divieti, limiti di orario e smartphone da togliere ai bambini.

Un articolo pubblicato sul New York Times il 9 ottobre propone una lettura controcorrente: abbiamo trasformato gli schermi nel principale imputato della crisi della salute mentale giovanile, trascurando le responsabilità dei sistemi sanitari che non riescono a curare i ragazzi.

Lo studio che mette in discussione le nostre certezze

Nel 2025 una ricerca pubblicata su JAMA, condotta su oltre 4.000 bambini seguiti per quattro anni, ha prodotto risultati importanti.

Il numero di ore trascorse davanti agli schermi a 9-10 anni non risultava associato a depressione, pensieri suicidari o comportamenti suicidari quattro anni dopo. L’utilizzo compulsivo, invece, era associato a tutti questi problemi.

Gli adolescenti che manifestavano una relazione compulsiva con lo smartphone presentavano un rischio di comportamenti suicidari più che doppio. Quasi un terzo dei bambini mostrava inoltre una progressiva crescita dell’utilizzo problematico dei social network a partire dagli undici anni.

Attenzione, però: lo studio è osservazionale e non dimostra che la dipendenza digitale provochi il suicidio. Inoltre, non considera completamente condizioni preesistenti come ADHD, traumi infantili e difficoltà familiari.

La distinzione è fondamentale. Un ragazzo che trascorre molte ore al computer per studiare, comunicare o coltivare interessi non presenta necessariamente gli stessi rischi di chi continua a scorrere compulsivamente contenuti, non riesce a interrompersi e manifesta sofferenza quando il dispositivo viene sottratto.

E se lo smartphone fosse il sintomo?

Nella pratica clinica il rapporto tra disagio psicologico e utilizzo digitale può funzionare in entrambe le direzioni.

Un adolescente depresso può rifugiarsi nei videogiochi perché ha perso interesse per le relazioni sociali. Un bambino con ADHD può trovare negli stimoli continui dello smartphone una gratificazione immediata. Un ragazzo vittima di bullismo può cercare online un ambiente nel quale sentirsi accettato.

Naturalmente l’utilizzo compulsivo può successivamente aggravare isolamento, insonnia e difficoltà emotive, alimentando un circolo vizioso.

Ma togliere il telefono senza affrontare il problema sottostante rischia di eliminare un comportamento senza curarne le cause.

Questo non significa rinunciare alle regole. Significa evitare di scambiare una misura educativa per una terapia.

Il dato più grave non riguarda gli schermi

Negli Stati Uniti, secondo i dati richiamati dal New York Times, circa metà dei bambini con un disturbo mentale trattabile non riceve alcuna cura.

Le scuole, che rappresentano uno dei principali luoghi di intercettazione del disagio, dispongono mediamente di un consulente ogni 376 studenti, contro il rapporto raccomandato di uno ogni 250.

È più facile proporre due ore di smartphone al giorno che finanziare psicologi, psichiatri infantili, servizi territoriali e percorsi terapeutici.

Ed è più semplice attribuire ai genitori la responsabilità di controllare gli schermi che garantire loro un sistema sanitario capace di intervenire quando emerge un problema.

La terapia cognitivo-comportamentale, per esempio, può ridurre l’utilizzo problematico dei dispositivi. Ansia, depressione e ADHD dispongono di trattamenti validati. Il problema è renderli accessibili.

E in Italia chi si occupa di questi ragazzi?

La questione riguarda direttamente il nostro Servizio sanitario nazionale.

Abbiamo neuropsichiatrie infantili, consultori, pediatri, servizi psicologici e strutture scolastiche che potrebbero costituire una rete di prevenzione e assistenza. Ma la disponibilità e l’integrazione dei servizi sono disomogenee, mentre l’accesso tempestivo alle cure rimane una criticità in molti territori.

Il vero obiettivo dovrebbe essere costruire percorsi nei quali scuola, famiglia, pediatra e neuropsichiatria infantile possano riconoscere precocemente i segnali di disagio e intervenire prima che diventino gravi.

Anche il digitale potrebbe contribuire, attraverso consultazioni a distanza, strumenti di valutazione clinicamente validati e sostegno psicologico online, purché integrati nei servizi e non utilizzati come sostituti indiscriminati della relazione terapeutica.

Per i genitori, intanto, esiste una domanda più utile del semplice conteggio delle ore: il ragazzo riesce a interrompere spontaneamente l’utilizzo? Dorme regolarmente? Mantiene amicizie, interessi e rendimento scolastico? Diventa aggressivo o profondamente angosciato quando non può utilizzare il telefono?

Sono segnali che meritano attenzione, senza trasformarsi automaticamente in diagnosi.

La prevenzione non può diventare un alibi

Proteggere i bambini dai rischi digitali resta necessario. Occorrono educazione, regole appropriate all’età, tutela dai contenuti dannosi e responsabilità delle piattaforme.

Ma non possiamo confondere la prevenzione con la cura.

Se un adolescente soffre di depressione, il problema non si risolve necessariamente riducendo da quattro a due le ore quotidiane davanti allo smartphone.

Serve qualcuno capace di riconoscere la malattia, ascoltarlo e curarlo.

Il successo di una politica sanitaria non dovrebbe misurarsi soltanto dalle ore di schermo eliminate, ma dal numero di ragazzi che ricevono tempestivamente l’assistenza di cui hanno bisogno.

Altrimenti rischiamo di ottenere bambini con meno smartphone, ma con gli stessi problemi di salute mentale. E ancora senza cure.

 

References

  1. The New York Times, Opinion, 9 ottobre 2026.
  2. JAMA, 2025. Studio longitudinale sui percorsi di utilizzo problematico degli schermi e sugli esiti di salute mentale negli adolescenti, citato nell’articolo del New York Times.
  3. American Academy of Pediatrics. Family Media Plan, raccomandazioni sull’utilizzo dei media digitali in età pediatrica.
  4. World Health Organization. World Mental Health Report: Transforming Mental Health for All, 2022.


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