Antonio Polito ricorda Ennio Simeone: “Un maestro di giornalismo nella Napoli degli anni ’70”



Ennio Simeone, un maestro di giornalismo nella Napoli degli anni ’70
di Antonio Polito – Fonte: Corriere del Mezzogiorno
Benvenuto a un tedesco vulcanico come un napoletano

Tutto ciò che, cari lettori, apprezzate o disprezzate nel mio modo di fare il giornalista non si deve soltanto a me, ma anche a colui che mi trascinò in questa professione, sottraendomi per mia fortuna a una carriera da «studente fallito» nelle sezioni del Pci (l’espressione sferzante era di Giorgio Amendola, in un tempo in cui si poteva contestare ancora l’arroganza del giovanilismo). Quell’uomo è morto pochi giorni fa. Si chiamava Ennio Simeone, e se n’è andato quasi in contemporanea con l’altra «maestra» che incontrai alla mia prima esperienza nella redazione dell’Unità di Napoli, Eleonora Puntillo.

Sono stato al cimitero del Verano a portargli un estremo saluto, insieme ai tanti colleghi che hanno iniziato con lui e che poi in tanti lo hanno seguito nel suo lungo pellegrinare, sempre di successo, tra giornali locali dalle Alpi (l’ Alto Adige) alla Sila (il Quotidiano della Calabria), al Tirreno di Livorno. Il suo mestiere era fare il direttore (anche per la stima che riponeva in lui Carlo Caracciolo, indimenticato editore del Gruppo de l’Espresso). Guidare i giornalisti, questo era il suo mestiere, anche attraverso celebri e terrificanti «cazziate», che ogni tanto facevano tremare redazioni e colleghi (quando arrivai a Napoli era ancora mitico il suo lancio del posacenere contro un redattore che gli aveva portato per la terza volta un pezzo fatto male).

Nel ricordarlo, il figlio Luca, anche egli cronista, ha raccontato di come il padre gli illustrò quel lavoro al quale voleva avviarlo. «Mi disse: fai conto di avere in mano una cinepresa. Il giornalista può fare due cose, la prima stringere l’obiettivo su un primo piano, sui dettagli, mostrare ciò che senza ingrandimento non si vedrebbe; la seconda è allargare invece l’obiettivo e mostrare ciò che c’è intorno all’avvenimento, il contesto in cui si svolge». È difficile trovare una metafora più efficace per descrivere il nostro mestiere. E anche per spiegare le vie diverse che da quel «padre» comune hanno poi preso tanti cronisti. Ci sono quelli che si sono specializzati nello stringere l’obiettivo, e quelli che hanno privilegiato il contesto. Sia gli uni sia gli altri hanno commesso errori. Troppi dettagli spesso nascondono la verità. Il solo contesto finisce per sottovalutare l’avvenimento.

Un altro mio «maestro» di giornalismo, Eugenio Scalfari, traduceva questa preoccupazione nella formula «nessun fatto senza un problema, nessun problema senza un fatto». Intendeva dire che nel suo giornale ideale, che poi realizzò con la Repubblica , i giornalisti non dovevano dedicare troppe attenzioni a fatti dietro i quali non si intravedesse una questione, un problema, qualcosa che riguardasse tutti. E infatti all’inizio Repubblica non aveva né cronaca nera né sport. Ma, allo stesso tempo, se ci fossimo dedicati a descrivere i problemi e i contesti senza un fatto da cui partire, una notizia che muovesse il nostro interesse, avremmo finito per trasformarci in una rivista, scrivendo saggi filosofici e non articoli di giornale.

Io temo di aver mostrato negli anni una tendenza sempre maggiore a commettere questo secondo errore, a trascurare un giornalismo di notizie per concentrarmi su un giornalismo di idee. Riconosco il mio difetto e compio qui un’autocritica, soprattutto alla luce del ricordo di Ennio Simeone e della capacità che ha dimostrato di radicarsi in ogni luogo in cui abbia lavorato proprio grazie alla sua attenzione minuta e pignola per gli avvenimenti, esaltando la cronaca locale. Ma aggiungo anche che questa scuola, che io ho incontrato all’Unità di Napoli, che lui dirigeva dopo essere partito da corrispondente da Avellino, e prima di cominciare il giro d’Italia da direttore, ha lasciato un segno indelebile anche sui miei difetti: l’obbligo di stare ai fatti, e di non fondare nessuna riflessione o commento senza partire dai dati della realtà.

So che questa affermazione mi procurerà qualche critica, ma credo che la prova stia nel fatto che la scuola dell’Unità di quegli anni abbia in definitiva prodotto giornalisti tra i meno faziosi. Ed è singolare, vista la netta collocazione politica da cui provenivamo. Per dare un esempio del rapporto tra fatto e contesto, sale del giornalismo, voglio raccontarvi un episodio di cui fu protagonista proprio Ennio Simeone. Ero da poco a lavorare con lui (sotto di lui) quando scorrendo il mattinale della questura, praticamente i brogliacci dei rapporti delle forze dell’ordine che raccoglieva nella sala stampa un altro grande cronista, Giulio Formato, Ennio trovò questa notizia: una ragazzina di 12 anni era morta fulminata dalla corrente elettrica mentre era in casa da sola con due fratellini piccoli, e i genitori entrambi al lavoro. Il tutto era avvenuto in un quartiere molto popolare di Napoli, la Sanità. Ennio vide in queste scarne righe una storia sociale possibile: perché — mi chiese mandandomi sul posto — quella ragazza così giovane era sola in casa? Perché si occupava lei dei fratelli? Diligente ma scettico, mi recai all’indirizzo dove era accaduta la tragedia insieme con il fotografo del giornale, Mario Riccio, che dire fotografo era poco perché era un cronista molto più esperto di tutti noi alle prime armi.

Andammo, non trovammo nessuno, frettolosamente tornammo. Dissi a Ennio che non avevo trovato nessuna storia, sembrava un incidente e basta. Il giorno dopo Paese sera , giornale popolare di grande diffusione al tempo, aveva invece in prima pagina la storia vera di quella ragazza: era morta mentre lavava a piedi nudi il pavimento del «basso» dove vivevano, per aver inserito una spina elettrica. Ed era lei effettivamente che faceva da madre ai suoi fratellini a causa dell’estrema indigenza della famiglia. Ennio mi mostrò il fogliettone di prima pagina del giornale concorrente, con uno sguardo che diceva tutto sulla mia incapacità di vedere una notizia perfino dove c’era eccome un contesto. Ringraziai il cielo che non avesse posaceneri a portata di mano.


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