Cooperative di comunità: la trama dell’Italia che rigenera economie e territori


È un filo sottile ma estremamente tenace quello che percorre la nostra Penisola – in particolare le aree interne, ma anche le periferie fragili delle città – e con pazienza, intuizione, coraggio e impegno rammenda il tessuto di comunità e territori, propone alternative concrete di rigenerazione sociale ed economica a quella che, in tante aree del Paese, è per tanti la scelta più logica e conveniente: l’abbandono, la resa.

Il filo è quello delle cooperative di comunità, gruppi di cittadini che, spesso in collaborazione con enti locali e altri attori del territorio, hanno scelto di organizzarsi in forma cooperativa per “prendersi cura” del proprio luogo, assumendo direttamente la gestione di servizi, attività economiche e beni comuni considerati essenziali per la qualità della vita della comunità. Mantenere vivo e funzionante un panificio-minimarket che rappresenta l’unico punto di accesso a beni essenziali in un piccolo borgo dell’Appennino, fornire un servizio di manutenzione su un’area boschiva abbandonata e, al contempo, proporre itinerari di visite educative per le scuole, rilanciare una struttura alberghiera reinserendola nelle rotte turistiche e innescando così una “filiera dell’ospitalità” di cui beneficia tutta l’economia locale, dall’agricoltore alla giovane istruttrice di foresta bathing

Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare. 
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE

Le forme sono le più diverse, a volte anche fantasiose e controintuitive, e nascono da opportunità e bisogni che sono propri di ciascuna comunità, ma il senso e l’effetto di questa formula associativa che unisce welfare e sostenibilità economica sta assumendo un profilo ormai solido e significativo.

Pur parlando di un fenomeno relativamente giovane, oggi le cooperative di comunità rappresentano una realtà strutturata, con dinamiche di crescita molto marcate e, soprattutto, con una diffusione che interessa tutte le regioni.  Se a livello nazionale si stimano tra le 250 e le 300 realtà esistenti, sono 150 quelle che aderiscono a Confcooperative, soggetto che per primo e con lungimiranza, attraverso la sua divisione Confcooperative Habitat, ha scelto di investire e sostenere la nascita e lo sviluppo di queste realtà come risposta fattiva al problema ormai cronico dell’abbandono delle aree più fragili del Paese. «Le cooperative di comunità accolgono e aggiornano le caratteristiche dell’impresa mutualistica, per renderle utili alla missione dello sviluppo comunitario, per restituire vitalità a territori altrimenti a rischio abbandono. Sono una risposta efficace e dal basso per la rivitalizzazione delle aree interne, delle zone marginali e dei quartieri urbani degradati. Non si limitano alla gestione dei servizi, ma è un autentico motore di cambiamento che migliora la qualità della vita e il tessuto sociale», spiega Valerio Pellirossi, direttore di Confcooperative Habitat.

Secondo i dati più aggiornati di Confcooperative, le realtà che aderiscono alla confederazione contano circa 5.300 soci complessivi, 538 addetti occupati, in maggioranza soci lavoratori. Il valore economico complessivo non è elevato, se confrontato con altri segmenti della cooperazione, ma è significativo in rapporto ai territori interessati. Parliamo infatti di circa 19 milioni di euro di fatturato aggregato e un peso rilevante in termini di presidio economico e occupazionale in comuni caratterizzati da declino demografico. Spesso, infatti, le cooperative di comunità sono tra le poche attività economiche (e sociali) dei territori in cui operano. Il 72,1% delle associate è infatti localizzato in aree deboli e decentrate, oltre il 50% delle cooperative di comunità ha sede legale in comuni classificati come periferici o ultraperiferici.

Le cooperative di comunità producono numeri, ma soprattutto rappresentano storie e dimostrano che, anche in territori “dati per persi” dalla politica e dalle analisi dell’economia, un futuro è possibile. A raccontare queste ipotesi di futuro – in alcuni casi imprese già solide e in progressiva crescita, in altri germogli ancora fragili che hanno appena messo radici – è il volume “Come Fare Luogo. Cooperative di Comunità. Geografie della trasformazione eccentrica”, realizzato da VITA insieme a Confcooperative Habitat. Un viaggio attraverso l’Italia delle cooperative di comunità, che non solo mette a sintesi la visione che muove questo nuovo modello associativo e imprenditoriale, ma lo percorre nella pratica, raccontando le storie e le sfide di 25 realtà sparse in tutto il Paese e che rappresentano nodi significativi di una trama in fieri.

Il volume intitolato “Come fare luogo” (qui sopra la copertina) farà da punto di partenza e da stimolo al confronto-dibattito che si terrà in occasione dell’evento  “Come Fare Luogo – immaginare le cooperative di comunità del 2030”, che si svolgerà il prossimo 16 giugno a Roma al Palazzo della Cooperazione, in via Torino 146 dalle ore 11 con la partecipazione del direttore di VITA Stefano Ardiuini.

Esperienze diversissime, che ciascuna a suo modo risponde a esigenze vive e vitali delle singole comunità, ma sono anche strumento per generare nuove opportunità, in particolare per i giovani che scelgono di investire le proprie capacità e i propri talenti costruendo – letteralmente – un futuro per la propria terra. Ed è proprio questa capacità di investimento sul proprio futuro, facendo scelte controcorrente, accettando la sfida, mettendosi in gioco, l’elemento più interessante e sorprendente delle esperienze incontrate nel racconto delle cooperative di comunità.

Restare, ritornare, arrivare. Sono i capitoli del focus book che contiene le storie di chi vive in montagna, nelle piccole isole o tra i campi coltivati dell’entroterra. Nato come spin off del numero di VITA “Aree interne, l’Italia da scoprire”, racchiude un pezzo di racconto sui luoghi cosiddetti marginali che spesso non ha voce. Con i contributi di Luca Mercalli, Federica Fabrizio e Fredo Valla
LE AREE INTERNE IN PRIMA PERSONA

Come scrive Maurizio Gardini presidente Confcooperative, nella prefazione al volume, «nessuna iniezione di denaro pubblico, per quanto generosa, può sostituire ciò che davvero trattiene le persone in un luogo: il senso di appartenenza, la presenza di servizi essenziali, la possibilità concreta di costruirsi una vita dignitosa senza dover scegliere tra restare e crescere. Per questo il problema dello spopolamento non è anzitutto economico, ma è un problema di comunità. E le soluzioni, di conseguenza, devono essere radicate nelle comunità stesse. È in questo contesto che le cooperative di comunità si impongono all’attenzione non come una novità, ma come un ritorno alle origini più profonde del movimento cooperativo». Nella consapevolezza che, continua Gardini, «le aree interne non sono un problema da gestire: sono una risorsa da liberare. E le cooperative di comunità, con il loro radicamento, la loro capacità di mobilitare le energie locali, la loro vocazione al bene comune, sono lo strumento più coerente con quella responsabilità». 

Nella foto di apertura la cooperativa di comunità Cos’è ca’co coliving di Pennabilli in provincia di Rimini (che ha fornito l’immagine)

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 Stefano Arduini

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