È la Fondazione Aida che ha pensato e prodotto la mostra Fare scena, che a Villa Badoèr, a Fratta Polesine, rende omaggio a Paolino Libralato (Noale, 1958) uno dei più importanti scenografi realizzatori italiani, noto per aver collaborato con teatri e istituzioni di prestigio internazionale come la Scala di Milano, il New National Theatre di Tokyo e l’Opéra di Parigi; nonché i più grandi registi e scenografi al mondo come Bob Wilson, Beni Montresor o Jérôme Savary. Un tributo non solo all’artista ma anche all’arte della scenografia che, da sempre, riempie di meraviglia lo sguardo. Per approfondire abbiamo intervistato direttamente il Maestro che ci ha raccontato i segreti del suo lavoro…
Intervista al maestro scenografo realizzatore Paolino Libralato
Cos’è per Lei una scenografia?
La scenografia avvolge arte e tecnica. Ci vuole la maestria ma anche lo spirito che superi l’artigianalità. La scenografia sembra riproporre un antico dialogo tra arte e artigianato. Se lo spirito non collabora con le mani non è arte. La scenografia è un’idea di un altro e per lavorare con le idee altrui ci vuole l’anima altrimenti si è superati da una qualsiasi macchina. Senza lo spirito sarei un mero riproduttore di qualcosa che dovrei solo ingrandire.
Non è facile interpretare il bozzetto dello scenografo, tradurre su scala e con materiali diversi l’idea…
Realizzo questo mestiere relazionandomi con altre persone, che vorrei conoscere fisicamente, vorrei sapere la loro storia, la loro poetica, per dare significato profondo al progetto. La persona mi affida un sogno e io lo devo partorire. Questo lo posso realizzare con il bagaglio che mi sono costruito negli anni facendo questo mestiere. Ma il percorso può avere degli ostacoli e quelli li superi con l’ingegno. Sia che non si rispetti il bozzetto, o se lo si copi fedelmente, il gesto si accompagna all’anima, con quel “muscolo” che partorisce una pennellata viva, che porta vivezza al progetto.
Alla fine dello spettacolo non rimane nulla, spesso le scenografie vanno al macero, tanta fatica per…?
La scenografia è un giocattolo. Quando inizio so già che tutto finirà. Nel fare il gesto so già la fine. So che quella è la vita del gesto, nasce e muore quello che facciamo. Un happening tremendo. Sappiamo già che morirà. Fra due mesi o fra vent’anni. Non mi turba.
Canaletto è una sua fonte di ispirazione. In questo e in altri casi, copiare non è un esercizio meccanico…
Nel copiare ti abbandoni a un tempo che non è più il tuo. Quando hai finito hai bisogno di altre informazioni. Senti chenel copiare trai nutrimento e cerchi altre notizie. Per esempio, mentre copio Mantegna immagino e vorrei sapere come era quando dipingeva, come era vestito. Entri nellatrama del colore. Copiare per me è acquisire informazioni altre, contestuali. Copiare è un percorso che gli allievi dovrebbero fare. A scuola ti dicono che non va bene. Ma io sentivo che, copiando, imparavo qualcosa. La tecnica è l’alfabeto dell’arte. Io cercavo di copiare per avere più alfabeto di ciò che a scuola mi davano. La copia ti permette di calarti dentro nell’intimo di chi l’ha fatta e scopri tecniche movimenti del tuo polso. È una palestra. Dei maestri che copio mi rimangono alcuni ritmi, alcune scelte. Per esempio, se devo fare le nuvole penso a Canaletto e ai suoi nimbi, creste burrose. Quando le faccio sulla scena uso quelle forme, anche furbescamente.
E il dettaglio?
Copiare vuol dire saper guardare, andare con gli occhi sotto la pellicola del colore. Il dettaglio soprattutto. Non si è orefici ma voglio che ci sia il dettaglio. Il dettaglio di una sfumatura di colore. Ce ne vogliono cinque o sei di blu per fare un blu. Per fare un grigio. La poesia è questo. La tecnologia ci sta togliendo il tempo del pensiero. La macchina ti toglie il tempo per fare il gesto.
Mi è capitato di ascoltarla parlare agli studenti. Lei non solo ha una vastissima conoscenza della storia dell’arte ma anche delle tecniche che l’hanno realizzata nei secoli. Come a dire che la pittura fiamminga non sarebbe tale senza i pennelli che usavano.
Più sottile è il pennello, più sottile è il pensiero profondo in cui vai a scavare. Col pennello possiamo raccontare cose diverse, ma fino a un certo punto; la tecnologia invece è infinita, ma non ci ha dato il tempo di usarla piano, piano.
Spesso le capita di ricevere bozzetti fatti dal PC, privi di espressività o peggio, di idee. Che si fa in quei casi?
Il committente mi dà da vivere. Cerco quindi sempre di trovare un compromesso. Una volta i bozzetti erano amati, coccolati, erano sostanzialmente dei quadri, delle stratificazioni di pensieri, anche se il gesto era asciutto, dietro c’era una storia. Ultimamente arrivano bozzetti che, non fatti a mano, risultano di una pochezza allarmante. Sono rendering che mettono assieme la melanzana col miele. Lì si deve risistemare tutta la baracca. Si fa intanto capire che bisogna migliorare l’idea. Se mi si dà la possibilità di dialogare. Se ci sono progetti anemici si tenta di puntellarli e di animarli e di nutrirli. Il progetto fatto non a mano non va bene per noi.
Ci racconti l’esperienza con Bob Wilson.
Mi ha presentato l’ultimo bozzetto al Teatro La Pergola, una parodia su Pessoa: ha scaricato da internet un quadro di un artista contemporaneo, ha ripulito gli elementi che fluttuavano su uno sfondo cielo-mare, lo ha contornato di un nero profondo e, lungo quel margine, il nero dialogava con il cielo-mare, lasciando emergere la materia. Non c’era nulla, solo essenzialità, ma sostenuta da una conoscenza profonda di ciò che voleva. I rendering, invece, non hanno nulla: offrono soltanto appagamento visivo.
Preferisce realizzare paesaggi o architetture?
Quello che faccio più volentieri è la frasca, il paesaggio. Trovo molto gusto nel fare gli alberi, cortecce contorte. Mi ricordo quando andavo all’Accademia a copiare gli alberi, “creme” espressioniste, amenità di paesaggi lontanissimi. In architettura mi piacciono le ombre proprie e portate.
Cosa ne pensa delle scenografie fatte con proiezioni, qual è il coefficiente di contemporaneità di una scenografia fatta col pennello?
Compio un’azione: posso riprodurre un Canaletto, scenografo anche lui, che verrà poi utilizzato con la tecnologia moderna. Va bene, purché si agisca con coscienza e animo gentile, senza prevaricare. Se vogliamo servirci dell’antico e della tradizione, ben venga: entrambe si sostengono e generano nuove visioni. Indietro non si torna. Se poi il Canaletto dipinto da me dovesse muoversi, spezzarsi o ricomporsi, va bene; ma chi opera in questo modo deve possedere una cultura visiva o una solida gavetta. La tecnologia non ci ha lasciato il tempo di creare un galateo per il suo utilizzo. Il mondo della scenografia è vero, ma al tempo stesso finto: siamo architetti “finti”, non costruiamo nulla. Eppure, in questo gioco, possiamo dare forma all’unione di spazio e tempo.
La mostra del 12 giugno in fondo ripropone il tema dello stupore barocco…
Il gesto deve aprire le porte alle palpebre del pubblico pagante. Stimolare perché così la gente possa andare a casa carica di qualcosa da raccontare e dire: “devi andarlo a vedere!”.
Simone Azzoni
Fratta Polesine (Ro) // fino al 16 agosto 2026
Fare scena. Paolino Libralato
FONDAZIONE AIDA DI VILLA BADOÈR – Via Giovanni Tasso
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Simone Azzoni
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