Un bilancio può restare uguale sulla carta e valere meno nei campi. È questo il nodo economico che Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e del Copa, porta al centro del confronto sul futuro della Politica agricola comune: non basta preservare una cifra nominale, occorre garantire che le risorse restino effettivamente destinate all’agricoltura e mantengano nel tempo il proprio valore.
Da Stoccolma, dove dal 14 al 16 ottobre si svolge il Congresso degli agricoltori europei organizzato da Copa-Cogeca, arriva così una richiesta molto netta: la PAC dopo il 2027 deve restare una politica realmente comune, sostenuta da un bilancio dedicato, senza tagli e capace di tenere conto dell’inflazione.
È il messaggio che accompagna la Dichiarazione di Stoccolma, documento con cui le rappresentanze agricole europee fissano sei priorità da portare nel negoziato sul bilancio dell’Unione e sulla futura PAC.
Sei richieste per il futuro dell’agricoltura europea
La prima priorità è riconoscere l’agricoltura come parte della sicurezza europea. Produrre alimenti, secondo Copa-Cogeca, non è soltanto un’attività economica, ma una componente della capacità dell’Unione di essere autonoma e resiliente in uno scenario caratterizzato da tensioni geopolitiche, instabilità dei mercati e crescente competizione internazionale.
La seconda riguarda direttamente il bilancio: una PAC “a prova di futuro” deve poter contare su risorse adeguate e prevedibili. La terza richiesta è conservarne il carattere comune, evitando che una maggiore autonomia nazionale finisca per trasformare la politica agricola in un insieme di sistemi troppo diversi tra loro.
Competitività e mercati costituiscono il quarto punto. Il quinto riguarda la necessità di rispettare la diversità delle agricolture europee riducendo contemporaneamente gli oneri amministrativi. Il sesto punta invece sulla capacità delle aziende di aumentare produttività, innovare e investire, creando condizioni favorevoli anche al ricambio generazionale.
Il documento non chiede quindi soltanto di conservare gli attuali pagamenti. Mette insieme risorse finanziarie, reddito, investimenti, regole e capacità delle imprese di programmare il futuro.
Giansanti: la PAC deve restare davvero comune
Per Giansanti la questione finanziaria e quella istituzionale sono strettamente collegate. Una PAC comune deve continuare ad avere una responsabilità europea anche sul piano delle risorse.
La richiesta di un bilancio dedicato nasce dal timore che l’integrazione della politica agricola all’interno di contenitori finanziari più ampi possa rendere meno riconoscibile la parte effettivamente riservata al settore.
La Commissione propone infatti per il periodo 2028-2034 una nuova architettura basata sui Piani di partenariato nazionali e regionali. Agricoltura, coesione e altre politiche verrebbero inserite all’interno di un fondo complessivo molto più ampio, lasciando agli Stati maggiori margini nella programmazione.
Per le organizzazioni agricole il problema non è la flessibilità in sé, ma la certezza che le risorse destinate all’agricoltura non possano essere utilizzate per finalità differenti.
Almeno 300 miliardi protetti nella proposta della Commissione
La proposta europea contiene già una quota minima riservata al settore agricolo. Almeno 293,7 miliardi di euro sarebbero destinati al sostegno del reddito degli agricoltori, ai quali si aggiungono 6,3 miliardi per una nuova rete di sicurezza contro le perturbazioni dei mercati.
Il totale supera quindi i 300 miliardi di euro di risorse protette.
La Commissione prevede inoltre che altri fondi disponibili all’interno dei Piani nazionali e regionali possano essere utilizzati per agricoltura, sviluppo rurale, innovazione e iniziative come LEADER. È però proprio questa distinzione che alimenta il confronto.
Un fondo al quale il settore agricolo può accedere non equivale necessariamente a un fondo riservato all’agricoltura. Nel primo caso la destinazione dipende maggiormente dalle scelte di programmazione; nel secondo l’impresa ha una maggiore certezza sulla disponibilità delle risorse.
Il confronto con la PAC attuale richiede cautela
Nel quadro finanziario 2021-2027 la PAC dispone complessivamente di circa 386,6 miliardi di euro, suddivisi tra Fondo europeo agricolo di garanzia e Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale.
Affiancare direttamente questa cifra ai 300 miliardi della futura dotazione minima protetta sarebbe però fuorviante. Cambiano infatti il perimetro delle politiche, la struttura dei fondi e le modalità con cui alcune misure verrebbero finanziate.
La domanda corretta non è quindi semplicemente se la futura PAC avrà 386 o 300 miliardi. Bisogna capire quali interventi saranno finanziati con risorse garantite, quali attraverso i nuovi Piani di partenariato e quale sarà il valore reale delle somme disponibili nel corso dei sette anni.
Perché Giansanti insiste sull’inflazione
È forse questo il punto più immediatamente comprensibile per un’azienda agricola. Mantenere invariata una cifra nominale non significa necessariamente mantenere invariato il sostegno.
Se aumentano prezzi delle macchine, fertilizzanti, energia, lavoro e servizi, la stessa quantità di euro consente di finanziare meno investimenti e copre una quota inferiore dei costi.
Da qui la richiesta di Giansanti che la futura PAC venga protetta anche dall’inflazione. Non basta evitare un taglio scritto nel bilancio: bisogna evitare che la capacità reale di intervento diminuisca con il passare degli anni.
La stessa proposta della Commissione riconosce il problema e introduce un meccanismo destinato a migliorare l’adeguamento all’inflazione. Il punto del negoziato sarà capire come questa protezione funzionerà concretamente e quale valore riuscirà effettivamente a preservare.
Gli aiuti continuano a pesare sul reddito agricolo
Il tema assume particolare rilievo perché i pagamenti diretti rappresentano mediamente circa il 19% del reddito degli agricoltori nell’Unione europea.
È una media e non descrive allo stesso modo ogni azienda, ogni produzione o ogni territorio. Ma mostra quanto la prevedibilità della PAC continui a incidere sulla capacità di programmare investimenti e affrontare anni caratterizzati da prezzi instabili o produzioni penalizzate da condizioni climatiche avverse.
Per questo le organizzazioni agricole chiedono che il futuro sistema non aumenti l’incertezza proprio mentre le aziende devono affrontare rischi crescenti.
Una PAC comune può comunque adattarsi ai territori
Difendere il carattere comune della politica agricola non significa applicare esattamente gli stessi interventi in ogni Stato.
Anche nell’attuale programmazione 2023-2027 ogni Paese dispone di un Piano strategico nazionale costruito sulle proprie caratteristiche agricole, purché coerente con gli obiettivi e le regole fissati dall’Unione europea.
Il punto della Dichiarazione di Stoccolma è quindi distinguere tra flessibilità e frammentazione. Gli strumenti possono essere adattati alle esigenze territoriali, ma le organizzazioni agricole chiedono che responsabilità finanziaria, obiettivi di fondo e garanzie restino europei.
È una distinzione importante anche per l’Italia, dove produzioni, dimensioni aziendali e condizioni territoriali possono essere molto differenti rispetto ad altri Paesi dell’Unione.
Semplificare senza rendere incerto il sostegno
Un’altra richiesta riguarda la riduzione della burocrazia. La semplificazione è diventata una delle parole centrali della futura PAC, ma per le aziende il risultato dovrà essere misurato concretamente.
Ridurre gli adempimenti significa rendere più semplice presentare domande, dimostrare il rispetto degli impegni e conoscere in anticipo le condizioni necessarie per ottenere un sostegno.
La semplificazione perde invece efficacia se a procedure più snelle corrispondono regole meno prevedibili o risorse la cui disponibilità dipende da decisioni successive.
Il criterio indicato dalle organizzazioni agricole è quindi duplice: meno oneri amministrativi e maggiore certezza per chi deve programmare investimenti pluriennali.
Competitività significa poter investire
La Dichiarazione mette la competitività tra le priorità europee e la collega direttamente alla capacità delle aziende di innovare.
Agricoltura di precisione, tecnologie digitali, genetica, gestione dell’acqua, energie rinnovabili, meccanizzazione e nuovi modelli organizzativi richiedono investimenti che spesso hanno tempi di ritorno lunghi.
Per un’impresa agricola la possibilità di innovare dipende quindi non soltanto dall’esistenza di una tecnologia, ma dalla disponibilità di reddito, credito e strumenti di sostegno sufficientemente stabili.
È in questo senso che PAC e competitività finiscono per essere due parti dello stesso problema. Un sostegno imprevedibile rende più difficile assumere rischi e programmare investimenti; una politica stabile può invece accompagnare l’azienda verso una maggiore capacità produttiva.
Sicurezza alimentare e sostenibilità non sono obiettivi alternativi
La Dichiarazione di Stoccolma lega infine il futuro della PAC alla sicurezza alimentare europea.
Il concetto non significa abbandonare gli obiettivi ambientali. La stessa politica agricola comune comprende tra le proprie finalità tutela delle risorse naturali, clima, reddito delle aziende, produttività e vitalità delle aree rurali.
La questione posta dalle rappresentanze agricole è piuttosto evitare che la capacità produttiva venga considerata un obiettivo secondario. Per Copa-Cogeca, garantire cibo, mantenere aziende economicamente sostenibili e accompagnare la transizione ambientale devono procedere insieme.
Da Stoccolma la richiesta passa alle istituzioni europee
La Dichiarazione è stata trasmessa ai presidenti del Consiglio europeo António Costa, della Commissione Ursula von der Leyen e del Parlamento europeo Roberta Metsola.
Non è quindi una decisione delle istituzioni europee né modifica automaticamente la proposta della PAC. È una piattaforma negoziale delle organizzazioni che rappresentano agricoltori e cooperative.
Il risultato si misurerà nei prossimi passaggi del bilancio 2028-2034 e della riforma della politica agricola.
Per le aziende il punto da seguire sarà molto concreto: non soltanto quanti miliardi compariranno nel bilancio finale, ma quanti resteranno realmente riservati all’agricoltura, quanto varranno dopo l’inflazione e con quali condizioni potranno essere utilizzati.
È precisamente su queste tre garanzie — quantità delle risorse, valore reale e destinazione certa — che Giansanti e le organizzazioni agricole europee hanno scelto di concentrare la battaglia iniziata a Stoccolma.
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