Maurizio è smanioso di diventare un boss. Ha tutte le carte in regola. È grazie a lui che si forma la nuova famiglia e pensa che quel titolo gli spetti di diritto. Del resto nessuno è in grado di negarglielo. E quando si presenta l’occasione, sfrutta il vuoto lasciato dai vecchi boss storici — Domenico Cicero (operazione “Anaconda”, 2008) ed Ettore Lanzino (2012) — per imporre la propria egemonia criminale. Nel biennio di comando assoluto, dal 2012 al 2014, Maurizio dà il meglio di sé. Il suo è un regno che si regge sul terrore: la sottomissione a lui diventa la regola, la violenza l’unico linguaggio possibile. Un dominio esercitato con un cinismo freddo e spietato, che trova la sua massima espressione proprio nel rapporto con la famiglia Bruni, i cosiddetti “Bella Bella”.
Il 3 gennaio 2012 segna il suo punto di non ritorno: Luca Bruni è attirato in una trappola e ammazzato con un colpo di pistola alla nuca. Rango aveva fatto credere a Luca Bruni che in quell’incontro si sarebbe stabilita una spartizione paritaria della città. In realtà, vedeva nei Bruni l’ultimo residuo di un clan che andava eliminato. Quella del povero Luca ricorda la vicenda di Tommy nel film “Quei bravi ragazzi”, diretto da Martin Scorsese: portato a quella che crede essere la cerimonia per diventare ufficialmente “uomo d’onore”, capisce solo all’ultimo che qualcosa non va — e viene freddato con un colpo alla testa da chi credeva amico.
La famiglia Bella Bella – La storia criminale cosentina non nasce come ’ndrangheta classica, fondata su riti, famiglie di sangue e gerarchie consolidate, ma affonda le sue radici nella Cosenza vecchia agli inizi del ‘900. All’epoca, la città è ancora tutta lì: nei vicoli del centro storico, in un tessuto sociale compatto dove si conoscono tutti e dove prendono forma le prime aggregazioni criminali. Non sono ancora cosche, né tantomeno ’ndrine. Sono bande di strada, gruppi informali che vivono di espedienti, piccoli traffici, furti, prime estorsioni. È una criminalità lontana anni luce dai codici d’onore, e dalla ritualità cupa e gerarchica della ’ndrangheta reggina. Ed è proprio per questo che, per lungo tempo, quella cosentina verrà considerata una realtà anomala, quasi impura: “la locale bastardo”, non riconosciuto dal Crimine. La mancanza di una tradizione ’ndranghetista strutturata, ma anche la pratica di attività ritenute disonorevoli — come lo sfruttamento della prostituzione — tengono i gruppi cosentini ai margini dell’ortodossia mafiosa. A quei tempi non c’è ancora una filiera di sangue, non c’è una trasmissione ereditaria del Crimine: c’è la strada, ci sono i vicoli, ci sono relazioni che si costruiscono più nelle cantine e nelle carceri che nelle “famiglie”. Relazioni che diventano “compagnie di strada”, contenitori mobili e spregiudicati, dove i rapporti cambiano rapidamente e il potere non si eredita: si conquista.
Da lì, la geografia criminale cambia insieme alla città. Non resta più confinata nei vicoli del centro storico, ma si sposta dove la città cresce: via Popilia, San Vito, le nuove aree popolari. Non è ancora una trasformazione, è un’estensione. La “locale bastardo” esce dai vicoli, si allarga, occupa spazio. Si organizza, ma senza diventare mai davvero “una locale di ’ndrangheta” fino in fondo. Si porta dietro tutto: l’assenza di regole stabili, la fragilità delle alleanze, la tendenza al tradimento. Cambierà forma negli anni a venire, ma non natura.
In questo contesto si staglia, già a partire dagli anni ’70, la figura di Francesco Bruni senior, cresciuto ara Massa, padre di tredici figli, destinato a imporsi sulla scena criminale cosentina tra gli anni ’80 e ’90.
Francesco Bruni è un giovane scaltro, con un tratto che lo distingue subito dagli altri malandrini: cura l’aspetto, “l’abbiglio”, i modi. Nei vicoli della Cosenza vecchia lo chiamano “Bella Bella”, che non è solo un soprannome, ma un modo di stare al mondo: muoversi con un certo stile e, nei momenti di tensione con qualche rivale, un invito malandrino ad abbassare toni e cresta — “bellu bellu, compà!”.
Gestisce un negozio di lampadari lungo Corso Telesio, ma la sua vera dimensione è quella dei vicoli, delle relazioni, degli equilibri sottili. Frequenta i Sena, Franchino Perna, e si muove, con i suoi traffici, senza entrare in conflitto con Luigi Palermo, “Giginu ’u Zorru”, che in quegli anni — insieme agli stessi Sena, a Perna e a un giovane Franco Pino — controlla i traffici cittadini. “Bella Bella” non ama lavorare sotto nessuno. Nella malandrineria di quegli anni si ritaglia uno spazio tutto suo: sa come muoversi e, soprattutto, sa come restare in equilibrio. Ma quell’equilibrio sta per saltare.
L’omicidio di Luigi Palermo, nel 1977, apre la prima guerra di mafia: due blocchi contrapposti — Pino-Sena da una parte, Perna-Pranno dall’altra, decisi a vendicare ’u Zorru — e, in mezzo, una lunga scia di sangue che durerà quasi un decennio. Tra le pallottole che fischiano, Bella Bella resta defilato: osserva, non si schiera, evita di farsi trascinare in uno scontro che divora un’intera generazione criminale. Il 1986 i due clan decidono una tregua. Non è una scelta strategica, ma una necessità. È l’anno del blitz scattato sulle dichiarazioni di Antonio De Rose, il primo a rompere il muro di omertà in un’epoca in cui la figura del collaboratore di giustizia ancora non esiste formalmente. Le sue rivelazioni consentono per la prima volta di delineare l’esistenza di due clan contrapposti e portano a un’operazione imponente, con centinaia di arresti. Ma quell’operazione, pur segnando uno spartiacque, non smantella il sistema: molte posizioni si sgonfiano, gli arrestati tornano liberi e la guerra lascia il posto a una tregua armata. È la prima grande vittoria del Porto delle Nebbie. In questa fase Bella Bella continua a mantenere la sua posizione autonoma. Non è dentro gli schieramenti, ma nemmeno fuori dal sistema. E sfrutta la situazione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe.
La svolta tragica arriva nel 1991. È l’anno in cui la violenza entra direttamente nella sua storia familiare e personale. Viene ucciso Antonio Paese; poco dopo, Francesco Carelli esponenti di spicco del clan Perna-Pranno. Entrambi vengono ritenuti responsabili di aver infastidito la figlia di Bella Bella. La risposta è immediata. Dopo poche settimane scompare Francesco Bruni junior. Il suo corpo viene ritrovato in un burrone nei pressi di Montescuro, con la gola tagliata dal filo di ferro. Un omicidio feroce, tra i più brutali nella storia criminale cosentina. Era solo un ragazzino di 16 anni. Una vendetta trasversale, diretta al padre. Da quel momento, nulla sarà più come prima.
Francesco Bruni senior verrà ucciso il 29 luglio 1999, mentre esce dal carcere per il suo primo giorno di semilibertà. Una fine che chiude un cerchio iniziato molti anni prima nei vicoli della città vecchia, dentro quel “locale bastardo” che non perdona, non dimentica e, soprattutto, non lascia spazio a ritorni.
Michele Bruni, nato nel ’73, è un ragazzo cresciuto nei vicoli della città vecchia, insieme ai tanti fratelli, mangiando pane e malavita. Sin da giovanissimo si muove nelle dinamiche malandrine con piglio e cervello, e questo lo rende, agli occhi di tutti, l’erede naturale del padre. E tuttavia non ha gli atteggiamenti tipici dei malandrini cosentini: è diverso dagli altri e, per certi versi, ricalca lo stile “Bella Bella” del padre. È intelligente, riflessivo, curioso, capace di capire in anticipo dove si muovono gli equilibri e di intervenire al momento giusto. Legge, si informa, osserva, e dimostra presto di essere lucido e determinato di fronte al pericolo.
Michele cresce in fretta, insieme ai fratelli Fabio e Luca, più piccoli, seguendo le orme del padre. Ma Michele non è solo malavita. E per quanto questa occupi gran parte della sua vita, riesce a coltivare altre sensibilità. Nel quartiere è gentile e educato con tutti. Non vessa i padri di famiglia. Allo stesso tempo, resta freddo e spietato con i rivali e con chi si rifiuta di pagargli quello che ritiene gli sia dovuto. Ad appena 18 anni si rende responsabile, insieme al fratello Pasquale, dell’omicidio di Antonio Paese. È il suo battesimo del fuoco. A raccontare “il fatto” è Erminio Munno, amico fraterno di Michele e Pasquale Bruni. Arrestato, come da tradizione cosentina, si pente e racconta di aver partecipato personalmente al delitto quella sera, circostanza per la quale verrà anche condannato. Michele Bruni, invece, sarà assolto in primo grado nel processo “Missing” dall’accusa di aver ucciso Antonio Paese : è da poco passata la mezzanotte dell’8 luglio 1991. Antonio Paese ha appena abbassato la saracinesca del suo bar, “L’Oasi”, a piazza Kennedy, uno dei pochi all’epoca a restare aperto fino a tardi. Tonino Paese vanta solide amicizie nella malavita di allora ed è a capo di un vero e proprio gruppo sotto l’ala dei Perna, nel quartiere di via Panebianco. Si avvia verso la sua Mercedes 560 parcheggiata su corso Mazzini. Sale in auto e sta per mettere in moto quando sente qualcuno chiamarlo: “Toni!”. Si gira. Due ragazzi gli si avvicinano e lo invitano a scendere dalla macchina. Hanno pistole semiautomatiche in mano. Appena mette piede in strada aprono il fuoco. Quattro colpi lo raggiungono al torace e a una spalla. Nonostante le ferite, Paese trova ancora la forza di tentare la fuga verso il bar. Uno dei killer gli corre dietro per finirlo, ma la pistola si inceppa. Tonino riesce a rientrare nel locale prima di crollare. Morirà il giorno dopo in ospedale.
Pochi dubbi sul movente: tutti sanno che, nell’ultimo periodo, Tonino si era “avvicinato” troppo — e con modi poco eleganti — alla sorella di Michele. Lui ne vendica l’onore offeso. Pochi mesi dopo, nel novembre del 1991, il padre Francesco, Bella Bella, uccide per l’identico motivo Francesco Carelli più o meno nello stesso punto in cui era stata ucciso Paese. E viene arrestato. Ora tocca a Michele prendere in mano le redini del clan.
Incline al ragionamento, oltre che all’uso della pistola, non fatica a infilarsi nelle stanze del Comune e a intessere relazioni con qualche politico di allora. Michele è ritenuto persona affidabile, e questo eleva il suo rango nella gerarchia malandrina cosentina. Racconterà la moglie, Edyta Kopaczynska, divenuta collaboratrice di giustizia, ai magistrati: “Michele, pur se gravato dalla misura della sorveglianza speciale, era riuscito a ottenere, sempre con il placet comunale, una carta d’identità valida ai fini dell’espatrio”. E aggiunge che la registrazione del loro figlio sarebbe avvenuta con la complicità di un funzionario di Palazzo dei Bruzi, che avrebbe consentito al boss di presenziare all’evento nonostante, in quei giorni, fosse inserito nella lista dei cento ricercati più pericolosi d’Italia. Quanto alle aderenze istituzionali del coniuge, racconta che Michele aveva una corsia privilegiata al Comune: in cambio di denaro, un assessore lo favoriva nel disbrigo di pratiche, come l’apertura di un bar che Michele aveva intenzione di avviare nel centro storico, e altre questioni legate alle “somme urgenze” e ai cottimi fiduciari.
Quella di intessere relazioni tossiche con la pubblica amministrazione e con chi la rappresenta è una costante a Palazzo dei Bruzi, la casa dei cosentini; una dinamica che attraversa decenni, con qualche interruzione apparente, ma senza interrompersi mai davvero. È una verità storica che nessun insabbiatore potrà mai cancellare.
Arriva il 1999 e Bella Bella padre, dopo 8 anni scontati per l’omicidio Carelli, nel mese di luglio esce per il primo giorno di semilibertà, e viene freddato da due killer: Franco Presta, e Mario Gatto. Un brutto colpo per Michele e i fratelli. L’omicidio del padre non è un fatto isolato: è una decisione maturata ai vertici del clan guidato da Ettore Lanzino e Domenico Cicero, con il sostegno degli “zingari”, che non accettano l’ascesa dei Bruni e che, appena un mese prima dell’omicidio di Bella Bella, avevano freddato a Cassano Primiano Chiarello, uomo vicino ai Bruni. Michele questo lo sa. Sa anche che l’obiettivo era lui e che decidono di uccidere il padre soltanto dopo aver saputo che stava uscendo dal carcere. È giunta l’ora delle decisioni importanti: deve scegliere come muoversi. In città è appena scoppiata la seconda guerra di mafia.
Il clan Lanzino-Cicero inizia a eliminare vecchi e nuovi alleati dei Bruni — Antonio Sena, Enzo Pelazza, Antonio Sassone — mentre, parallelamente, avvia anche alcune epurazioni interne. Allo stesso tempo deve fare i conti con gli Abbruzzese, che accusano gli uomini di Lanzino di non rispettare patti e accordi, tensioni che sfociano negli omicidi di Benito Aldo Chiodo e Francesco Tucci. Ma il blocco Lanzino-Cicero è sicuramente il più feroce e determinato. Lanzino può contare su un gruppo di fuoco che non ha rivali. Franco Presta è il suo killer di punta: un uomo crudele, il più pericoloso rivale dei Bruni. In quasi tutti gli agguati contro i Bella Bella e i loro uomini, Presta è sempre presente. Un assassino che non si ferma davanti a niente. Dopo l’omicidio del figlio Domenico, ucciso per una banale storia di parcheggio, Franco Presta dà il via a una vera e propria strage, nella quale rimangono vittime il fratello, la cognata e la nipote dell’assassino del figlio. Catturato il 2012 dopo 4 anni di latitanza, sconta il resto dei suoi giorni in una cella 4X4.
Michele capisce di non poter contrastare la potenza di fuoco dei rivali e cerca una soluzione o, meglio, una tregua. Ha bisogno di tempo per riorganizzare le forze. Nel 2002, quando esce dal carcere e le pistole tacciono ormai da qualche mese, gioca d’astuzia: stringe un accordo con il clan degli “zingari”, in particolare con Giovanni Abbruzzese, detto “u Cinesi”, e il fratello Franco Bruzzese. Un accordo facilitato dal fatto che il fratello Luca e i fratelli Lamanna avevano già avviato da tempo una lucrosa attività di rapine con gli zingari. Una mossa che congela il conflitto con il blocco Lanzino-Cicero: le rivalità non scompaiono, ma vengono messe in stand-by. Una tregua che il blocco Lanzino-Cicero è costretto ad accettare anche a causa del blitz “Squarcio”, che lo colpisce duramente e segna l’inizio della fine del gruppo. Con i successivi blitz “Tamburo”, “Twister”, “Terminator 2”, “Terminator IV” e “Anaconda”, il clan Lanzino-Cicero viene progressivamente sepolto sotto una valanga di ergastoli e condanne pesanti.
Alla base dell’accordo con gli zingari c’è la vendetta di Michele: vuole la testa dei responsabili della morte del padre e del fratello Francesco junior. Ma chiede troppo. Franco Presta non si tocca. Così deve “accontentarsi” delle teste di Francesco Marincola e Giuseppe De Rose, coinvolti nell’omicidio del padre e del fratello. Un prezzo di sangue offerto su un vassoio d’argento dal clan Lanzino-Cicero come segno di pace e garanzia del nuovo equilibrio. E, per il momento, a entrambi i clan va bene così.
Francesco Marincola viene ucciso nel 2004 da due killer a bordo di una moto. Alla guida c’è Carlo Lamanna, a sparare è Michele. Giuseppe De Rose, invece, riesce miracolosamente a sfuggire all’agguato. Un colpo lo colpisce di striscio al collo e, nel tentativo di finirlo, la pistola si inceppa. I killer sono armati anche con un fucile a pompa ma, forse preso dal panico, uno dei due scivola e perde l’arma, che viene immediatamente imbracciata da De Rose. A quel punto è lui a sparare contro il killer, che resta anch’egli miracolosamente illeso: alcuni pallini della fucilata gli attraversano le gambe, bucandogli soltanto i pantaloni. A sparare è Fabrizio Poddighe, mentre alla guida dell’auto c’è Daniele Lamanna.
Il clan di Michele è tornato, e alla grande. E tra un agguato e l’altro trova anche il tempo di dare una mano al clan Serpa suoi alleati, nell’omicidio Martello sul Tirreno cosentino, considerato un ostacolo all’ascesa del clan di Paola. Il ritorno del clan di Michele viene, però, interrotto dagli arresti della banda dei blindati: i fratelli Abbruzzese, i fratelli Lamanna, Adolfo Foggetti e il fratello Luca, vengono arrestati a Corato, in provincia di Bari. Si ritrova così da solo a dover tenere in piedi un equilibrio fragile, reso ancora più instabile dalle continue lamentele che Franco Bruzzese va spargendo in giro — a cominciare dal fratello Giovanni Abbruzzese, “u Cinesi” — contro Michele Bruni, accusato di non rispettare patti e spartizioni. Franco, in particolare, rimprovera al fratello di aver fatto entrare i Bella Bella nella banda, scelta che ai suoi occhi aveva finito per alterare gli equilibri interni del gruppo. Musica per le orecchie di Rango e Lanzino, che trovano in Franco Bruzzese un alleato perfetto per studiare un piano per far fuori i Bella Bella. D’altronde Franco, più che con i Bella Bella l’accordo lo aveva stretto con i fratelli Lamanna, e con Carlo in particolare. Ai Bella Bella non deve niente, anzi, pensa che sono loro che devono qualcosa a lui.
Sono tempi difficili e Michele si barcamena come può nel tenere insieme i fili di quella che diventa sempre più una matassa complicata. Tuttavia è convinto di poter ancora contare su Daniele, sul quale ripone le speranze di avviare un’interlocuzione con Lanzino, e si affretta a presentarlo a Francesco Patitucci — che gli aveva già manifestato il desiderio di conoscerlo — come un uomo di valore e di fiducia.
Francesco Patitucci – Cresciuto alla scuola di Franco Pino, Francesco Patitucci nasce nelle campagne di Rende da una famiglia umile e onesta, ma si fa presto notare per determinazione e ferocia. Di lui il pentito Antonio De Rose — il primo collaboratore della storia malandrina cosentina — racconta che, all’inizio degli anni Ottanta, durante una spedizione notturna sulle montagne di Falconara Albanese per disseppellire due cadaveri e distruggerne i resti, mentre gli altri vomitano o svengono per il fetore della decomposizione, lui continua a scavare a mani nude anche dopo aver rotto la vanga. È indicato nei rapporti investigativi di quegli anni con il nome di “Quasimodo”, anni che attraversa tra rapine, carcere, estorsioni, omicidi. Dopo una lunga carcerazione torna libero e con propositi diversi. Ha capito che sparare e ammazzare non basta più per contare davvero. È stando accanto a Franco Pino che Patitucci assorbe fino in fondo una lezione fondamentale: il potere vero si ottiene entrando in contatto con professionisti, massoni, politici, uomini delle istituzioni e magistrati compiacenti. Questa è la strada che decide di seguire, potendo contare su una rete di rapporti e protezioni costruita proprio da Pino e destinata, negli anni, a diventare parte integrante del sistema criminale cosentino.
Patitucci conosce molti dei segreti di Franco Pino. Segreti che decide di usare e che si guarda bene dal condividere con gli altri del clan. Si “vida sulu i cazzi sua”. Ha ormai compreso che certi rapporti valgono molto più di una batteria armata. Ed è proprio su quel terreno che costruisce la sua vera forza. È risaputo, anche per chi fa finta di non saperlo, che sia stato proprio Franco Pino, soprattutto dopo il suo pentimento, a spiegargli come muoversi. E a chiedere ai vecchi amici massoni, quelli con cui ai tempi del processo “Garden” aveva stretto accordi per salvaguardare sé stesso e loro e far saltare, come poi accadrà, il processo, di prendere sotto la loro protezione Patitucci. Un uomo che Pino avrebbe continuato a usare come suo segreto emissario nei salotti degli incappucciati, per mantenere il controllo dei propri affari in città. Difendendolo a spada tratta anche con testimonianze false a suo favore come nel caso del duplice omicidio Lenti, Gigliotti.

A fargli da vassallo in quel periodo c’è Roberto Porcaro, uomo fidato e braccio operativo del gruppo. La fama criminale di Porcaro resta però segnata da una vicenda che a Cosenza tutti ricordano bene: un improvviso pentimento durante il quale mette a verbale accuse pesantissime contro il clan e contro Patitucci, salvo poi ritrattare tutto, sostenendo di aver parlato in un momento di delirio. Il potere della cricca degli incappucciati può tutto. E non è un caso che Porcaro, prima di tornare sui propri passi, avesse iniziato a parlare proprio dei rapporti tra clan, politica e magistrati. Ma come tutte le cose anche il tempo dei privilegi ha un inizio e una fine. Prima per Patitucci, travolto da un ergastolo definitivo. Poi per lo stesso Franco Pino, che dopo anni di protezioni e processi aggiustati ha iniziato a vedere arrivare quelle condanne che qualcuno, per troppo tempo, gli aveva evitato. Segno che, a un certo punto, dentro quei salotti deve essersi rotto qualcosa. Qualche equilibrio. Qualche patto. O forse qualcuno ha semplicemente deciso che uomini diventati troppo ingombranti andavano lasciati al proprio destino. Ma le loro cadute non hanno spezzato il sistema che li aveva protetti. Perché a Cosenza esiste una continuità di rapporti e interessi che attraversa le stagioni criminali, della quale prima o poi bisognerà prendere atto: cambiano i boss, cambiano le guerre e i morti ammazzati, ma i rapporti tra clan, professionisti, pezzi delle istituzioni deviate e magistrati corrotti restano. Così come restano gli affari.
Esaurito l’identikit del boss di Rende, il racconto torna al tavolo delle trattative. Dopo aver parlato con Daniele, Michele organizza una serie di incontri con Patitucci e Lanzino. Sul tavolo ci sono il riassetto degli equilibri malandrini e le percentuali di spartizione dei proventi criminali. Michele è convinto di poter arrivare, con l’aiuto di Daniele, a una nuova tregua. Non sa, però, che da tempo la macchina che sta organizzando la sua eliminazione è già in moto e che Daniele ne fa ormai parte. Michele si fida, o vuole fidarsi: con lui e con il fratello Carlo ha condiviso tutto. In realtà quegli incontri sono soltanto un modo per prendere tempo e studiare meglio come muoversi. Sull’eliminazione dei Bruni sono tutti d’accordo: Lanzino, Rango e gli Abbruzzese, che hanno ormai tirato dentro nei loro piani i fratelli Lamanna e Adolfo Foggetti. I Bruni sembrano non avere scampo. È solo questione di tempo. A fermare tutto, però, è ancora una volta l’intervento della solita talpa, che avvisa Patitucci dell’arrivo imminente di una grossa retata contro la cosca Bruni e del fatto che Michele sarà arrestato anche per l’omicidio Paese. Conviene aspettare. E poi c’è anche l’avanzare della malattia di Michele di cui parlano tutti.
“Sputa ca nnumini”, nel dicembre del 2010 scatta l’operazione “Telesis”, contro il clan “Bella Bella”: 49 arresti, tra cui Fabio e Luca, fratelli di Michele, e la sua compagna Edyta. Tra gli arrestati c’è anche Bonaventura La Macchia, ex senatore dell’Udeur, già arrestato negli anni Novanta per reati finanziari legati alla gestione della società Edicom, dalla quale aveva distratto somme per circa due miliardi di lire. L’operazione è condotta dai pm della DDA di Catanzaro Vincenzo Luberto, Raffaella Sforza, Claudio Curreli e Adriano Del Bene, questi ultimi due applicati dalla Procura della Repubblica di Cosenza. Al blitz Michele riesce a sfuggire e verrà arrestato a Grisolia nello stesso anno. Non è nuovo alle fughe: era già evaso da una casa di cura di Catanzaro, per poi essere intercettato e arrestato dai carabinieri mentre si trovava in una villetta sul litorale di Pizzo. Ed era latitante anche quando viene arrestato in un appartamento di via Montesanto. In quell’occasione viene sospettato anche dell’omicidio del bancario Giulio Fiertler, posizione successivamente archiviata. Una capacità di sottrarsi agli arresti e di anticipare le mosse degli investigatori che non può essere spiegata solo con prudenza e fortuna: Michele può contare anche su contatti all’interno dei carabinieri, che lo informano sui movimenti della Procura nei suoi confronti.
Come da copione, alla fine l’operazione “Telesis” verrà in gran parte smontata dalla Cassazione, che annullerà proprio l’impianto mafioso contestato ai fratelli Bruni. Un esito che, agli occhi di molti, conferma un vecchio schema della DDA di Catanzaro e del “Porto delle Nebbie”: grandi operazioni utili a rassicurare un’opinione pubblica allarmata dall’escalation criminale, ma costruite in modo tale da non reggere poi al vaglio dei successivi Tribunali del Riesame e della Cassazione. Dietro certe inchieste sembra esserci, più che la volontà di arrivare fino in fondo, quella di produrre effetti mediatici immediati e ordinanze facilmente smontabili nei gradi successivi di giudizio. Michele muore nel 2011 per una grave malattia. Da quel momento, per Rango, Bruzzese, Patitucci, Lanzino e per i traditori che ormai si muovono accanto a loro, l’obiettivo diventa Luca.
Luca è un ragazzo schivo, cresciuto fianco a fianco dei fratelli Michele e Fabio. Non è uno di tante parole, ma quando parla è diretto. È sincero e leale. Si fida dei suoi amici come dei suoi fratelli, perché è così che li considera. È convinto che a tenere insieme il clan siano i forti legami creati tra i sodali: condividere pericoli e scorribande rafforza e rende unica l’amicizia. La sua schiettezza nel mostrarsi per quello che è — fedele ai vincoli del clan, onesto con amici e fratelli — si rivelerà il suo tallone d’Achille. Negli anni condivisi con i fratelli, Luca si dimostra “nu guagliuni ca sa senta”, un vero azionista. È lui a rappresentare la famiglia Bruni nella batteria composta da Franco Bruzzese, Carlo e Daniele Lamanna e Adolfo Foggetti, specializzata negli assalti ai furgoni blindati lungo l’asse Calabria-Puglia-Basilicata.
Luca sa bene che dopo la morte di Michele qualcuno proverà a cacciare la testa fuori dal sacco. Confida anche lui, come il fratello Michele, nel fatto che a coprirgli le spalle c’è Daniele. Col passare dei mesi, però, qualcosa inizia a non tornargli. Avverte movimenti strani, silenzi insoliti, atteggiamenti che lo mettono in allarme. Il dubbio lo sfiora, ma si rifiuta di credere che il pericolo possa arrivare proprio da quelli con cui ha condiviso carcere, rapine, fughe e sangue, gli stessi con cui ha assaggiato “u duci e l’amaru”. Nonostante immagini quello che sta per accadere, non si sottrae all’appuntamento con la morte. Luca crede nell’amicizia. Vuole capire davvero se quelli che considera amici abbiano il coraggio di sparargli guardandolo in faccia. Non avrà questa possibilità: il colpo infame arriverà alla nuca. Un’infamità che consacra il regno di Rango nel sangue di Luca Bruni. Un potere che durerà ancora qualche anno, fino al novembre 2014, quando il blitz “Nuova Famiglia” metterà fine alla sua parabola criminale. E a quella degli assassini di Luca. Un ruolo di primo piano in questa storia ce l’hanno sicuramente i cugini Adolfo ed Ernesto Foggetti che introducono l’argomento voto di scambio nell’informativa… 3 – (continua)
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