Guccini, il maestro che educava con le canzoni


Francesco Guccini è stato per me un mentore, anche se lui non lo sa e anche se, forse, lo è stato pure per moltissime altre persone.

Ho iniziato ad ascoltarlo quando avevo 14 anni ed ero appena arrivata in prima liceo. Una sbarbatella di paese che si approcciava a quell’universo-mondo che era il liceo per noi, allora: ambiente temuto e rispettato, odiato e amato, Eros e Thanatos che si incontravano per la prima volta nei nostri incubi peggiori. È grazie a lui e alla sua immensa cultura se ho conosciuto Sartre e Baudelaire prima di studiarli in letteratura francese; se ho potuto immaginare il clima del ’68; se sono venuta a conoscenza di fatti di cronaca della storia contemporanea, come la strage di Bologna del 2 agosto del 1980, che mai avrei studiato sui testi scolastici. Ogni sua canzone era per me un modo per scoprire cose nuove, storie di vita, parole, espressioni, poeti, fatti sociali; un’occasione per sentirmi ogni giorno una persona migliore.

Una mia cara amica, compagna di molte avventure e disavventure dei tempi andati, qualche giorno fa mi ha detto una cosa molto vera: “riascoltare Guccini fa sempre un po’male al cuore”.

Una mia cara amica, compagna di molte avventure e disavventure dei tempi andati, qualche giorno fa mi ha detto una cosa molto vera: “riascoltare Guccini fa sempre un po’male al cuore”

Quando ci è stato chiesto di scrivere un pezzo che raccontasse la canzone che ritenevamo più significativa per la nostra storia di formazione, mi sono resa presto conto che scegliere una canzone fra le tante possibili è veramente impresa ardua e complicata. Con ingente sforzo e qualche tuffo nostalgico al cuore sono arrivata a Lettera. Non è “la” mia preferita, ma è una tra “le” mie preferite e già in questa sua capacità di stare in mezzo a molte altre e di saper emergere con voce potente in determinati momenti e situazioni, ci ritrovo parte del senso che ha assunto per me negli anni il lavoro di formazione a cui ho scelto di dedicarmi.

Lettera non è una canzone che arriva subito: è molto lunga e musicalmente molto semplice. Guccini la scrisse di getto, una notte, dopo aver saputo della morte di un caro amico, compagno di avventure giovanili. Lo stile cantautoriale con cui è scritta ricorda alcune poesie di Guido Gozzano, come spesso capita di riscontrare in molti dei testi gucciniani: “il suono acciottolante che fanno i piatti”, le tv delle case che danno sul cortile che all’una in punto si sintonizzano tutte sul consueto tg, i visi stravolti dalla calura estiva, “l’indifferenza scostante dei gatti”, un’apparente e banale quotidianità che diventa foriera di domande e di pensieri nuovi per il poeta, che celebra la malinconia della vita e del tempo che fugge.

Temi cari a Guccini questi. E anche a me, in fondo. È una canzone che sa stare in mezzo a questa ovvia normalità e che pure trae proprio da essa la sua forza per generare dubbi, riflessioni, interrogativi nuovi che parlano “d’amore, di morte e di altre sciocchezze“. Lo sguardo del poeta su un “mondo senza patemi” in cui tutto sembra scorrere liscio, senza inciampi, fa soffiare “il libeccio di una domanda” che costringe a fermarsi e a chiedersi dove stiamo andando? Cosa stiamo facendo? Chi siamo diventati? E chi vogliamo diventare?

In fondo, ho pensato riascoltandola oggi, è un po’ questo che fa anche la pedagogia, o che prova a fare una certa pedagogia, almeno: si mette in mezzo a un “un intreccio di vita uguale” e prova a problematizzare le questioni, ad aprire nuove domande invece che fornire risposte, a valorizzare ciò che c’è e che, seppur occultato da una vita e da un mondo che imperterriti continuano il loro corso senza fermarsi mai, può diventare sapere condiviso e condivisibile, trasmissibile alle nuove generazioni. Può creare consapevolezza e maggiore ancoraggio di fronte anche ad un certo spaesamento e disorientamento.

In fondo è un po’ questo che fa la pedagogia: si mette in mezzo a un “un intreccio di vita uguale” e prova a problematizzare le questioni, ad aprire nuove domande invece che fornire risposte, a valorizzare ciò che c’è

La pedagogia, e in particolare penso soprattutto all’approccio della Clinica della formazione ideato da Riccardo Massa e Angelo Franza, parte dalle storie di vita “normali”, che apparentemente non hanno nulla da dire, da segnalare, per generare una conoscenza rinnovata e più chiara, a partire dalla propria esperienza professionale, sui personali modi di essere e di fare gli educatori, i formatori, gli insegnanti.

Uno degli obiettivi di questo approccio è quello di generare una “comprensione trasformatrice”, come scriveva Remo Bodei, su che cos’è e com’è fatta, per un gruppo di professionisti, la propria “verità pedagogica”. Lettera, a mio parere, invita chi la ascolta a fare nella propria esistenza ciò che questo sguardo pedagogico propone a chi decide di farsene attraversare: tentare di ritrovare il senso profondo di ciò che conta nella vita per ognuno di noi, anche in quelle esistenze che sentiamo e che ci appaiono come banali, vuote, senza nulla da raccontare.

Lettera invita chi la ascolta a fare nella propria esistenza ciò che questo sguardo pedagogico propone a chi decide di farsene attraversare: tentare di ritrovare il senso profondo di ciò che conta nella vita per ognuno di noi, anche in quelle esistenze che sentiamo e che ci appaiono come banali, vuote, senza nulla da raccontare

Conoscere le canzoni di Francesco Guccini per me ha sempre coinciso con la possibilità di crearmi un bagaglio culturale di riferimento, vicino ai miei interessi, alle mie curiosità, alimentando quello che era allora il mio desiderio di conoscenza e di sapere. Ascoltare Guccini significava condividere una certa visione del mondo, della Storia, dei legami sociali; voleva dire essere appassionati ad una certa idea di umanità e di pensiero; considerare la cultura come una possibilità reale di liberazione e di trasformazione sociale.

 Sarà forse per tutto questo che ho sempre ricercato nel mio percorso formativo situazioni e persone in grado di dare nutrimento non solo alla mia mente, ma anche al mio immaginario, alla mia parte più simbolica e metaforica, perché, come sostiene Andrea Marchesi, «chi educa ha la responsabilità di nutrire il desiderio – a partire dal proprio – anche attraverso la mediazione degli oggetti culturali». Che è ciò che provo a fare anch’io quando nel mio lavoro vesto i panni della pedagogista.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Sono grata di aver avuto l’opportunità di contribuire con un mio piccolo scritto a questo libro. Oltre al prevedibile ritorno al passato, di sapore nostalgico e tenero allo stesso tempo, mi ha permesso di mettere maggiormente a fuoco la natura formativa della mia relazione con la musica di Francesco Guccini e di rendergli il giusto posto là, tra gli incontri della mia vita, che mi hanno aiutata a scrivere un pezzo della mia storia di formazione e a sentire più chiaramente il nucleo del mio desiderio formativo.

La gratitudine è un sentimento sempre molto sottovalutato, a mio avviso, perché spesso si perde tra i fiumi delle convenzioni sociali e sotto la patina opaca del dare tutto per scontato. E invece non dovrebbe esser così: e Guccini ce lo indica bene, grazie ai temi principali delle sue canzoni, quando insiste sullo scorrere del tempo e delle esperienze, senza crogiolarsi in un senso di rimpianto sterile, ma come possibilità per ciascuno di essere grati per ciò che è stato, per ciò che si è vissuto e per ciò che si è imparato. Forse posso dire che Guccini mi ha insegnato (anche) il sentimento della gratitudine e questa è una nuova scoperta che faccio ora, mentre scrivo e chissà che non sia l’inizio di un’altra, appassionante storia “quasi d’amore”.

Il brano – rivisto e ridotto – è tratto da Se formasse una sola canzone. Canzoniere pedagogico per le nuove generazioni (Mimesis), a cura di  Francesco Cappa, Dafne Guida e Angelo Villa. Isabella Russo, classe 1989, attualmente svolge la sua professione di pedagogista in diversi istituti di scuola secondaria di secondo grado di Milano e in alcuni servizi socio-sanitari lombardi e piemontesi, come supervisore pedagogico e come formatrice.

In apertura, Francesco Guccini a Bologna il 17 Giugno 2024 in occasione della prima serata di Sotto le stelle del cinema (foto Guido Calamosca / LaPresse )

17 centesimi al giorno sono troppi?

Poco più di un euro a settimana, un caffè al bar o forse meno. 60 euro l’anno per tutti i contenuti di VITA, gli articoli online senza pubblicità, i magazine, le newsletter, i podcast, le infografiche e i libri digitali. Ma soprattutto per aiutarci a raccontare il sociale con sempre maggiore forza e incisività.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Sara De Carli

Source link

Di