10 giugno 2026 – ore 14:00 – Premessa – Mentre nella tarda serata di ieri studiavo in mezzo a libri, riviste e siti web, ho visto di sfuggita un breve filmato di una delle tante manifestazioni pro Palestina in Europa. Ho osservato sventolare le bandiere di Hamas e inneggiare, con striscioni variopinti, al 7 ottobre. Erano tutti giovani, giovanissimi. Mi sono chiesto: queste ragazze e questi ragazzi che, in perfetta buona fede, cercano di esprimere sentimenti autentici di giustizia, fratellanza tra i popoli e pace… cosa conoscono realmente dei vessilli che espongono con tale orgoglio? Qualcuno ha spiegato loro l’ideologia, la filosofia e i fini che si propongono gli ideologi e i miliziani di Hamas? Oggi, pertanto, seppur molto brevemente, daremo uno sguardo a Hamas nelle sue diverse componenti, perché, se non conosciamo ciò di cui stiamo parlando, diventiamo inevitabilmente oggetto di facile manipolazione. La classica definizione del movimento che troviamo nei media occidentali recita sostanzialmente così: Hamas è un movimento militante islamico ed è uno dei due principali partiti politici dei Territori palestinesi. L’altro movimento, denominato Al-Fatah, continua a detenere la presidenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Mentre Hamas controlla politicamente e militarmente la Striscia di Gaza, Al Fatah tenta di governare i territori della Cisgiordania. Hamas si è evidenziato sulla scena internazionale per la sua lotta armata contro Israele. Diversi Paesi occidentali, tra cui Israele, Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito, hanno da tempo designato Hamas come organizzazione terroristica, anche se alcuni applicano questa definizione unicamente alla sua ala militare. Questa definizione, fredda e arida, ci consente di comprendere molto poco, perché cerca di tradurre, attraverso l’uso di espressioni occidentali, un movimento estremamente complesso, senza trasmetterci nulla dell’essenza ideologica, religiosa e filosofica a cui il movimento si ispira.
Origini
In estrema sintesi, Hamas, acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya (Movimento di Resistenza Islamica), è stato fondato da Ahmed Yassin, un religioso palestinese cresciuto come attivista nelle sezioni locali dei Fratelli Musulmani. Nel 1987 Yassin fonda Hamas a Gaza come braccio politico della Fratellanza, dopo lo scoppio della Prima Intifada.
Nel 1988 Hamas pubblica il suo statuto, in cui si pone come obiettivo la distruzione di Israele e l’istituzione di uno Stato islamico in Palestina.
Nel 1993 Hamas si oppone violentemente agli Accordi di Oslo, in cui il leader dell’OLP Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin firmarono un patto per un limitato autogoverno in Cisgiordania e Gaza sotto l’Autorità palestinese (AP).
Nel 2006 Hamas vince le elezioni parlamentari, ultime svolte nei territori palestinesi, e dal 2007, dopo una breve guerra civile con le forze di Fatah guidate dal presidente Abbas, controlla politicamente Gaza.
Nel 2017 Hamas pubblica un nuovo documento politico, in cui si accetta l’istituzione di uno Stato palestinese provvisorio lungo la “Linea Verde” del 1967, mantenendo però il rifiuto del riconoscimento dello Stato di Israele.
Sia il primo statuto del 1988 sia il documento del 2017 possono essere consultati nei link in descrizione.
https://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm
https://palwatch.org/storage/documents/hamas%20new%20policy%20document%20010517.pdf
L’ideologia e gli obiettivi del movimento sono definiti nel suo statuto, pubblicato il 18 agosto 1988.
Analizzando, in estrema sintesi, il documento fondativo del movimento, emergono alcuni indicatori principali che delineano la sua ideologia.
Nell’articolo 13 si afferma che la Palestina storica, cioè il territorio del Mandato britannico che include l’attuale Israele, deve essere considerata proprietà islamica esclusiva.
Per il movimento islamista, il raggiungimento di tale obiettivo deve essere realizzato attraverso il jihad, che diventa un obbligo individuale per ogni musulmano.
Le prime quattro frasi dell’articolo 15 recitano: “Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, il jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all’usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera del jihad. Questo richiede la propagazione di una coscienza islamica tra il popolo a livello locale, arabo e islamico. È necessario diffondere lo spirito del jihad all’interno della umma, scontrarsi con i nemici e unirsi ai ranghi dei combattenti.”
La sintesi del movimento viene sancita attraverso il suo motto, enunciato nell’articolo 8: “Dio è il suo obiettivo, l’Apostolo il suo modello, il Corano la sua costituzione, il jihad il suo percorso e la morte sulla via di Dio la più alta delle sue speranze”.
La Fratellanza Musulmana come riferimento ideologico di Hamas.
In estrema sintesi, la Fratellanza Musulmana è un movimento politico-religioso sunnita fondato da Ḥasan al-Bannā nel 1928 a Ismailia, in Egitto. Questa ideologia si diffuse in tutto il mondo arabo e islamico. Dal 1936 al 1952 la Fratellanza fu protagonista della lotta politica contro la presenza britannica, anche attraverso azioni violente. Il movimento venne successivamente represso con l’ascesa al potere di Nasser per motivi ideologici e politici.
Il movimento è divenuto da diversi anni un punto di riferimento per numerose organizzazioni integraliste. Sul piano religioso propugna il ritorno al Corano secondo i principi del modernismo islamico. Sul piano politico teorizza la creazione dello Stato islamico, interpretando l’Islam come un sistema totalizzante, senza distinzione tra la sfera religiosa e quella civile.
In merito, e per meglio comprenderne i confini, l’ideologia si propone di “non voler modernizzare l’Islam, bensì islamizzare la modernità, la quale dovrà essere regolata dalla sharia”. Si oppone dunque alla secolarizzazione delle nazioni islamiche, in favore di un’osservanza più fedele ai precetti coranici, e mira a unire le nazioni arabo-islamiche liberandole dagli imperialismi stranieri. Tra le varie figure spicca quella di Sayyid Quṭb, filosofo egiziano impiccato nel 1966 perché accusato dalle autorità egiziane di apostasia. Il suo celebre libro “Pietre miliari” ancora oggi viene considerato il manifesto del movimento. Sayyid Quṭb viene percepito, inoltre, come il padre del moderno jihadismo salafita, da cui poi sono nate le organizzazioni terroristiche di al-Qāʿida ed ISIS.
La Fratellanza Musulmana è oramai presente in oltre 80 Stati con diverse declinazioni. La leadership politica della Turchia e del Qatar è espressione diretta della “Fratellanza”, mentre in Marocco e Tunisia il movimento è presente attraverso dedicate formazioni politiche, mentre in Giordania al momento viene tollerata. In Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein la “Fratellanza” viene considerata invece un’organizzazione terroristica.
La considerazione dei cristiani e degli ebrei da parte di HAMAS
Hamas sostiene la dhimmitudine delle altre religioni. La dhimmitudine è la condizione giuridica, sociale e psicologica di sottomissione e protezione imposta storicamente alle popolazioni non musulmane nei territori governati dalla legge islamica. Il termine è un neologismo coniato dalla scrittrice ebraica Bat Ye’or per descrivere lo status dei dhimmī.
La parola “dhimmitudine” definisce pertanto tutte le relazioni tra la Ummah, la comunità islamica, e la Gente del Libro (la Bibbia), cioè gli ebrei autoctoni e i cristiani (ahl al-kittab). Quindi, finché ebrei e cristiani si sottomettono alla legge islamica — in altre parole, accettano lo stato di dhimmitudine — lo Stato musulmano teoricamente proteggerà le loro vite e le loro proprietà.
In tale contesto, l’articolo 31 dello statuto di HAMAS recita, tra molto altro: “All’ombra dell’islam è possibile ai seguaci delle tre religioni – islam, cristianesimo ed ebraismo – coesistere in pace e sicurezza. Anzi, pace e sicurezza sono possibili solo all’ombra dell’islam, e la storia antica e quella recente sono le migliori testimoni di questa verità. I seguaci di altre religioni devono smettere di combattere l’islam a proposito del dominio di questa regione. Perché, se fossero loro a dominare, non ci sarebbero altro che lotta, torture ed esilio; sarebbero disgustati gli uni dagli altri al loro interno, per non parlare dei seguaci di altre religioni. Il passato e il presente sono pieni di prove di questa verità. “Vi combatteranno uniti solo dalle loro fortezze o dietro le mura. Grande è l’acrimonia che regna fra loro. Li ritieni uniti, e invece i loro cuori sono discordi: è gente che non ragiona” (Corano 59, 14).”
https://leandropetrucci.wordpress.com/wp-content/uploads/2020/01/dhimma.pdf
https://www.lindau.it/Libri/Il-declino-della-cristianita-sotto-l-Islam
https://fides.org/it/news/74358-ASIA_TERRA_SANTA_Hamas_e_i_cristiani
Organizzazione di HAMAS
In estrema sintesi, HAMAS si articola principalmente in due rami:
- un braccio politico, deputato a gestire l’amministrazione interna, i servizi sociali, la comunicazione esterna e le relazioni diplomatiche;
- un braccio militare, noto come Brigate Izz ad-Din al-Qassam, responsabile della lotta armata e delle operazioni militari. I miliziani sono stimati nell’ordine di oltre 30 mila.
Hamas viene finanziato dall’Iran e da diverse fondazioni sparse in tutto il mondo, Europa inclusa.
Testamento di Yahya Sinwar
Yahya Sinwar, già leader di HAMAS, tra gli ideatori, gli organizzatori e gli esecutori del massacro degli ebrei del 7 ottobre 2023.
Desidero proporvi questo testo, intriso di ideologia, sicuramente di narcisismo e, insieme, di immensa sofferenza, perché ci fa comprendere fino a dove può essere spinto un uomo che ha fatto dell’odio e della lotta armata il suo slancio ideologico, l’unica ragione di vita, lasciando al suo popolo questo testamento.
Sicuramente il testo deve farci riflettere, senza pregiudizi o manipolazioni. L’ho letto e riletto molte volte in questi anni.
Certamente l’ideologia folle di concepire e realizzare il massacro contro civili, finalizzato a determinare una reazione violenta israeliana tale da far riportare nelle agende internazionali la situazione in quei martoriati territori, ci lascia sgomenti, interdetti e… molto di più.
Ci deve far riflettere.
Nella lettera purtroppo non si respira mai un anelito di pace, mai una volontà di dialogo, mai si intravede una luce nelle tenebre.
Il 16 ottobre 2024 Sinwar viene eliminato dalle forze speciali israeliane a Rafah, durante uno scontro a fuoco. Pochi giorni dopo HAMAS diffonde questo “testamento”, attribuendolo a Sinwar.
“Sono Yahya,
il figlio di un rifugiato che ha trasformato l’esilio in una patria temporanea e ha fatto del sogno una battaglia eterna. Mentre scrivo queste parole, ricordo ogni momento della mia vita: dalla mia infanzia nei vicoli, ai lunghi anni di prigionia, a ogni goccia di sangue versata sul suolo di questa terra. Sono nato nel campo di Khan Yunis nel 1962, in un periodo in cui la Palestina era solo un ricordo lacerato e mappe dimenticate sui tavoli dei politici. Sono l’uomo che ha intrecciato la sua vita tra fuoco e cenere e ha capito presto che vivere sotto occupazione significa non avere altro che una prigione permanente. Sapevo fin da giovane che la vita in questa terra non è come qualsiasi altra, che chi nasce qui deve portare nel cuore un’arma indistruttibile e capire che la strada verso la libertà è lunga. Le mie volontà per voi iniziano qui, da quel bambino che ha lanciato la prima pietra contro l’occupante e ha imparato che le pietre sono le prime parole con cui possiamo farci sentire da un mondo che osserva silenzioso le nostre ferite.
Ho imparato nelle strade di Gaza che una persona non si misura per gli anni della sua vita, ma per ciò che dà alla sua patria. E così è stata la mia vita: prigioni e battaglie, dolore e speranza. Sono entrato in prigione per la prima volta nel 1988 e sono stato condannato all’ergastolo, ma non conoscevo la via della paura. In quelle celle oscure vedevo in ogni muro una finestra verso l’orizzonte lontano e in ogni sbarra una luce che illuminava il cammino verso la libertà. In prigione ho imparato che la pazienza non è solo una virtù, ma un’arma… un’arma amara, come qualcuno che beve il mare goccia dopo goccia.
Il mio consiglio per voi: non temete le prigioni, poiché sono solo una parte del nostro lungo cammino verso la libertà. La prigione mi ha insegnato che la libertà non è solo un diritto rubato, ma un’idea nata dal dolore e affinata dalla pazienza. Quando sono stato rilasciato con l’accordo “Wafa al-Ahrar” nel 2011, non sono uscito come ero prima: ne sono uscito più forte ed è aumentata la mia fede nel fatto che quello che stiamo facendo non è solo una lotta passeggera, ma piuttosto il nostro destino che portiamo fino all’ultima goccia del nostro sangue.
Il mio consiglio è di rimanere fedeli all’arma, alla dignità che non può essere compromessa e al sogno che non muore mai. Il nemico vuole che abbandoniamo la resistenza per trasformare la nostra causa in una negoziazione senza fine. Ma vi dico: non negoziate per quello che vi spetta di diritto. Temono la vostra fermezza più delle vostre armi. La resistenza non è solo un’arma che portiamo con noi, è piuttosto il nostro amore per la Palestina in ogni respiro che prendiamo; è la nostra volontà di rimanere, nonostante l’assedio e l’aggressione.
Il mio consiglio è di rimanere fedeli al sangue dei martiri, a coloro che sono partiti e ci hanno lasciato questo cammino pieno di spine. Sono loro ad averci aperto il cammino verso la libertà con il loro sangue, quindi non sprecate quei sacrifici nei calcoli dei politici e nei giochi della diplomazia. Siamo qui per completare ciò che i primi hanno iniziato e non devieremo da questo cammino, qualunque sia il costo. Gaza è stata e rimarrà la capitale della fermezza e il cuore della Palestina che non smette mai di battere, anche se la terra diventa troppo stretta per noi.
Quando ho assunto la guida di Hamas a Gaza nel 2017, non è stata solo una transizione di potere, ma piuttosto una continuazione di una resistenza iniziata con le pietre e proseguita con le armi. Ogni giorno sentivo il dolore del mio popolo sotto assedio e sapevo che ogni passo verso la libertà aveva un prezzo. Ma vi dico: il prezzo della resa è molto più grande. Pertanto, aggrappatevi alla terra come una radice si aggrappa al suolo, poiché nessun vento può sradicare un popolo deciso a vivere.
Nella battaglia “Diluvio di Al-Aqsa” (ndr: l’attacco del 7 ottobre contro civili israeliani), non ero il leader di un gruppo o movimento, ma piuttosto la voce di ogni palestinese che sogna la liberazione. Sono stato guidato dalla mia convinzione che la resistenza non sia solo una scelta, ma un dovere. Volevo che questa battaglia fosse una nuova pagina nel libro della lotta palestinese, dove le fazioni si unissero e tutti si schierassero in un’unica trincea contro un nemico che non ha mai distinto tra un bambino e un anziano o tra una pietra e un albero.
“Diluvio di Al-Aqsa” è stata una battaglia delle anime prima ancora che dei corpi e della volontà prima che delle armi. Quello che ho lasciato dietro di me non è un’eredità personale, ma un’eredità collettiva per ogni palestinese che ha sognato la libertà, per ogni madre che ha portato sulle spalle il figlio martire, per ogni padre che ha pianto amaramente per sua figlia assassinata da un proiettile traditore.
Le mie ultime volontà sono quelle di ricordare sempre che la resistenza non è vana e non è solo un proiettile sparato: è piuttosto una vita vissuta con onore e dignità. La prigione e l’assedio mi hanno insegnato che la battaglia è lunga e la strada difficile, ma ho anche imparato che i popoli che rifiutano di arrendersi creano i propri miracoli con le loro mani. Non aspettatevi che il mondo faccia giustizia per voi: ho vissuto e testimoniato come il mondo rimane muto di fronte al nostro dolore. Non aspettatevi giustizia, siate giustizia. Portate il sogno della Palestina nei vostri cuori e trasformate ogni ferita in un’arma e ogni lacrima in una fonte di speranza.
Questa è la mia volontà: non abbandonate le vostre armi, non gettate via le pietre, non dimenticate i vostri martiri e non compromettete un sogno che vi spetta di diritto. Siamo qui per restare, nella nostra terra, nei nostri cuori e nel futuro dei nostri figli. Vi affido la Palestina, la terra che ho amato fino alla morte, e il sogno che ho portato sulle spalle come una montagna indomita. Se cado, non cadete con me, ma portate uno stendardo mai caduto e fate del mio sangue un ponte per una generazione più forte nata dalle nostre ceneri.
Non dimenticate mai che la patria non è una storia da raccontare, ma piuttosto una realtà da vivere. Da ogni martire nascono mille combattenti della resistenza dal ventre di questa terra. Se l’inondazione ritorna e io non sarò tra voi, sappiate che sono stato la prima goccia nelle onde della libertà e ho vissuto per vedervi completare il viaggio. Siate una spina nella loro gola, un’inondazione senza ritirata, e non calmatevi finché il mondo non riconoscerà noi come i legittimi proprietari: noi non siamo numeri nei bollettini delle notizie. Che Dio ci guidi e protegga tutti.”
CONCLUSIONE
Sento che oggi siamo chiamati tutti, nessuno escluso, a essere portatori di pace e rispetto.
Possiamo smetterla di voltarci dall’altra parte quando qualcosa o qualcuno ci fa inorridire, vergognare e rabbrividire.
Il vero talento è la qualità del nostro sguardo nel trasformare ciò che è ancora debole in qualcosa di straordinario.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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