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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 10 giugno 2026.
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LUCA PARMITANO
Luca Parmitano ha 50 anni, oltre duemila ore di volo, 366 giorni passati nello spazio e una passeggiata fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale che nel 2013 lo rese il primo italiano a guardare la Terra da lì fuori, con il casco. Adesso la Nasa lo ha scelto come pilota collaudatore della missione che nel 2027 testerà le procedure di attracco in orbita, tappa necessaria per riportare l’uomo sulla Luna con Artemis IV.
Parmitano l’ha confermato commosso, quasi scusandosi per l’emozione: ha detto che l’Italia è la sua piattaforma di lancio, l’Esa la torre di collegamento, la Nasa il razzo. Una metafora precisa, costruita da un uomo abituato a misurare le parole come le traiettorie.
Il problema è tutto nella metafora. Perché se l’Italia è la piattaforma di lancio, è anche il Paese che quella piattaforma non la cura, non la finanzia abbastanza, non la racconta quasi mai. Parmitano è diventato quello che è nonostante un sistema che fatica a investire sui propri talenti con la stessa determinazione con cui poi li rivendica quando arriva il successo.
Lo stesso uomo che oggi viene celebrato ha dovuto attraversare l’Esa e la Nasa per trovare il razzo. La piattaforma è rimasta a terra. Onore a Parmitano. Ed una domanda, per chi governa: fin quando continueremo a essere bravi a produrre eccellenze e incapaci di trattenerle?
L’italiano che va sulla Luna ma dalla piattaforma sbagliata.
FABIO DE ANGELIS
Esiste un modo sicuro per farsi dei nemici in una società pubblica: fare esattamente quello che ti hanno chiesto di fare. Fabio De Angelis, presidente della Saf, sembra averlo capito presto. E sembra anche non curarsene troppo.
In due anni, i numeri parlano con la chiarezza che la politica spesso evita. Le tonnellate di rifiuti portati in discarica nella provincia di Frosinone: zero. Non ridotte, non contenute, azzerate. Il costo del personale — quella voce che per anni era stata agitata come una clava contro la gestione precedente — tagliato di un milione. La lavorazione dei rifiuti romani, capitolo opaco che aveva alimentato polemiche e interrogativi, eliminata.
Tre risultati che, in qualsiasi azienda privata, varrebbero una standing ovation e un rinnovo contrattuale senza discussioni. In una società partecipata pubblica della Ciociaria, evidentemente, il meccanismo funziona diversamente.
Il presidente scomodo
Perché chi ottiene risultati del genere disturba. Disturba chi aveva interesse a mantenere le discariche attive. Disturba chi traeva vantaggio dalla gestione dei rifiuti della Capitale. E disturba chi aveva costruito equilibri nel costo del personale che un milione di risparmio, per definizione, ha smosso. Così come disturba chi vorrebbe comprarsi la discarica ma non potrà dire che serve per la provincia di Frosinone dal momento che i nostri rifiuti non ci vanno più.
Il paradosso è questo: De Angelis è diventato scomodo non nonostante i risultati, ma a causa di essi. In un sistema normale sarebbe un eroe. Nel sistema in cui opera, è un problema. La domanda che resta aperta è semplice: scomodo per chi, esattamente?
Come diventare scomodo facendo bene.
FLOP
FRANCO EVANGELISTA
Esiste una figura retorica che la politica locale ha elevato a sistema: il gesto drammatico privo di conseguenze. Franco Evangelista, consigliere comunale di Cassino e decano di una minoranza che si lamenta di non essere ascoltata, ne ha offerto ieri un saggio magistrale. Ha annunciato le proprie dimissioni. Poi ha mandato una PEC. E ha atteso che qualcuno lo supplicasse di restare. (Leggi qui: Evangelista finge di dimettersi dopo il Consiglio fiume: falso colpo di scena).
Il problema — tecnicamente, irrimediabilmente — è che una PEC non vale nulla. Lo statuto comunale è esplicito: le dimissioni si presentano a mano. Evangelista lo sa, lo sapeva, e probabilmente ha scelto questo formato proprio perché garantisce la scena senza il rischio. Il teatro senza la trama. Il rumore senza le conseguenze.
Viene da chiedersi a chi fosse destinato lo spettacolo. Alla maggioranza di Salera, che ha risposto con un’alzata di spalle? All’opinione pubblica cassinata, chiamata a indignarsi per dimissioni che non esistono? O forse ai colleghi di centrodestra — la Noury, il Ranaldi — rimasti in aula a fare il loro lavoro mentre lui cercava i riflettori con una lettera inefficace?
Il vero problema non è Evangelista. Il vero problema è che questa pratica — il petardo spacciato per bomba atomica, per usare le parole di chi ha raccontato la vicenda — non è un’eccezione. È il manuale d’uso di chi vuole l’opposizione come postura, non come funzione. Dieci interrogazioni, quattro mozioni, e poi le dimissioni farlocche: tanta forma, pochissima sostanza.
Alla fine resterà in aula, sollecitato da tanta gente. Come sempre.
La differenza tra dramma e farsa.
TOMMASO MIELE
Nella sterminata casistica della corruzione italiana, quella che mescola mazzette, vacanze ai Caraibi, orologi da polso e buste piene di contanti, mazzette da centomila infilate dentro i puff di casa Poggiolini,il caso Tommaso Miele occupa un posto del tutto originale. Se le accuse della Procura di Roma reggessero, avremmo davanti a noi il corrotto più conveniente e meno costoso della storia repubblicana.
Il numero due della Corte dei Conti non è una figura di secondo piano. E per acquistarne i favori e la coscienza non basta poco: ha una posizione ed un trattamento economico che lo mette al riparo da moltissime tentazioni. Ma, se saranno confermate le accuse, Tommaso Miele per quale cifra si sarebbe corrotto?
Niente denaro. Niente villa al mare. Nemmeno un orologio svizzero. Niente: nemmeno un pranzo memorabile di quelli per i quali l’ex magistrato è famoso. Nulla di tutto questo. Avrebbe tradito il segreto della Camera di Consiglio, avrebbe orientato i colleghi, avrebbe persino preparato la memoria difensiva per la controparte che lui stesso avrebbe dovuto giudicare, tutto in cambio di una promessa. La presidenza dell’Antitrust. O magari di qualche partecipata. In cambio, cioè, di un futuro che qualcuno gli avrebbe garantito se le cose fossero andate nel verso giusto.
È la corruzione del futuro anteriore: avrei fatto, avrei avuto. Un condizionale travestito da reato.
Anche perché nemmeno è certo che i due che gli avrebbero fatto la promessa fossero nella condizione di mantenerla: come se gli avessero detto ti facciamo Papa pur non essendo cardinali.
Insomma, per l’accusa si sarebbe corrotto in cambio di… niente. Niente denaro. Niente villa. Nemmeno un pranzo. Solo una promessa di una benevolenza di parte politica per diventare presidente dell’Antitrust, se le cose fossero andate nel verso giusto. Un condizionale travestito da reato.
Se fosse vero, sarebbe inquietante. La promessa non si vede, non si tocca. E a volte nemmeno si mantiene. C’è qualcosa di grottesco e insieme di rivelatore in questa vicenda, qualora risultasse confermata. Tommaso Miele finisce indagato e con il suo futuro gettato nella pattumiera, non per qualcosa che ha chiesto e nemmeno per qualcosa che ha ricevuto, nemmeno per qualcosa che ha dato. Le informazioni che avrebbe passato violando il segreto? Si sono rivelate false: si era inventato tutto. Una cialtronata tipicamente italiana. Ma ora lo dovrà spiegare.
Primo caso di corruzione del futuro anteriore e del futuro ipotetico.
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